Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

C’era due volte

INCIPIT

L’Hotel de la Falaise si annidava nel punto in cui la Valle dell’Arve si restringe in un imbuto di roccia, tre chilometri a est di Sagas. Dietro l’edificio di quarantasei camere si ergeva una parete di calcare alta centodieci metri dove non batteva mai il sole, neanche in piena estate, e su cui cresceva una vegetazione stentata, all’ombra delle vette grigie e bianche delle Alpi della Savoia. Vi regnava un freddo costante, una colata di aria gelida proveniente dalle cime innevate, in particolare in quell’inizio aprile del 2008 in cui la primavera tardava ad arrivare.

Erano quasi le 23,30 quando il luogotenente Gabriel Moscato si presentò alla reception, un ambiente antiquato con le pareti coperte da una moquette ruvida, color castagna. Una collezione di statuine del presepe disposte su alcune mensole gli dava l’aria di un vecchio albergo poco raccomandabile. Il gendarme conosceva il proprietario del due stelle: Romuald Tanchon aveva offerto un lavoretto estivo a sua figlia per due anni di seguito e le aveva fatto fare un periodo di stage.

I due uomini si strinsero la mano. Era da un po’ che il titolare dell’hotel non vedeva Gabriel Moscato. Infagottato nel parka blu scuro con il bavero alzato fino alle orecchie, l’imponente Moscato – era alto quasi un metro e novanta – sembrava invecchiato di dieci anni. Da quanto tempo non dormiva?

     «Mi dispiace per sua figlia», disse Romuald Tanchon. «Spero con tutto il cuore che possiate ritrovarla».

     Da un mese Gabriel Moscato si sorbiva frasi del genere a Sagas, un crogiolo di tredicimila abitanti incastrato tra le montagne a colpi di piccone da uno sconosciuto fondatore. A ogni angolo di strada, in ogni negozio in cui metteva piede. Non ne poteva più, ma si sforzò di annuire per educazione. Dopotutto, i suoi interlocutori volevano solo mostrarsi comprensivi.

     «Sto girando le strutture dei dintorni di Sagas che ospitano gente di passaggio. Chiedo ai responsabili di fornirmi la lista dei clienti presenti nei giorni in cui mia figlia è scomparsa. Se rifiutano, cosa che posso anche capire, chiamo i colleghi della brigata. Ma così servono diverse pratiche e le cose si complicano. Se invece ce la sbrighiamo subito, sul posto, con tranquillità, ci guadagniamo tutti».

Romuald Tanchon tirò fuori un raccoglitore da un cassetto dietro il bancone.

     «Lasciamo stare la privacy. Se posso rendermi utile…».

Lo appoggiò davanti a Gabriel e digitò sulla tastiera del computer.

«Siamo nel 2008, ma ancora non siamo informatizzati al cento per cento. Continuo a prendere le prenotazioni sul mio vecchio registro di carta. C’è scritto tutto: cognome, nome, data di arrivo e di partenza, modalità di pagamento».

Staccò una delle poche chiavi ancora appese al muro. La maggior parte dei forestieri che alloggiavano a Sagas andava a far visita ai detenuti del centro penitenziario alla periferia della città, dove oltre duemila anime soffrivano in condizioni deplorevoli. Lì il turismo era inesistente. Al posto delle stazioni sciistiche c’erano una prigione, un ospedale, un tribunale distrettuale e una gendarmeria.

     «Sarò alla reception fino a mezzanotte», aggiunse Tanchon. «Lei può restare nella 29 per tutto il tempo che desidera. Se quando ha finito io me ne sarò già andato, può lasciare la chiave nel cesto e il registro sul bancone».

     «Grazie, Romuald».

     Le labbra del proprietario si strinsero in un’espressione di inquietudine sotto i grossi baffi neri, dove iniziava a spuntare qualche pelo grigio. I quarant’anni non perdonavano nessuno.

     «È il minimo che posso fare. Voglio molto bene a Julie. Cose del genere non dovrebbero mai succedere. Prendete quel bastardo».

     Indicò con il pollice una porta alle sue spalle.

     «Se ha bisogno di me, suoni pure».

Gabriel salì al secondo piano. C’era odore di legno verniciato e anche di umidità. Dormire in un posto simile avrebbe spinto alla depressione anche il più convinto specialista di psicologia positiva. La finestra della camera 29 si affacciava sulla falesia, che era ad appena una ventina di metri. Per quanto Gabriel si sforzasse di levare lo sguardo al cielo, non vedeva nemmeno lo scintillio di una stella. Solo un’impenetrabile fortezza di buio dietro cui sentiva la figlia urlare.

Trentadue giorni di inferno, e ancora nulla. Quel pomeriggio di un mese prima Julie non era rientrata a casa. Avevano trovato la sua mountain bike il mattino del 9 marzo, il giorno dopo la scomparsa, al limitare del fitto bosco di larici che si slanciava verso le cime. Julie si allenava sulle discese tre volte a settimana per preparare una corsa in programma a luglio a Chamonix. Secondo gli esperti, la ragazza di diciassette anni aveva frenato in modo brusco, in un punto collocato a una cinquantina di metri da un parcheggio ricoperto di ghiaino, tra Sagas e Albion. La bici era appoggiata a un albero, dove finivano i segni della frenata.

I cani da pastore belgi della brigata cinofila avevano perso le sue tracce all’altezza del parcheggio. Lei, la semplice figlia di un gendarme e di un’infermiera a domicilio. Una ragazzina di montagna, appassionata di scacchi, natura e cinema, con la macchina fotografica, analogica o digitale, sempre in mano. Il bosco, i fianchi scoscesi, gli altopiani erano stati setacciati da decine di agenti a piedi e dagli elicotteri. I sub avevano perlustrato il letto del fiume, esaminando ogni ostacolo, ceppo, tronco d’albero, ferraglia che avrebbe potuto trattenere un corpo alla deriva.

Franck Thilliez

Recensione

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