Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Nottambuli a cena

INCIPIT

Stasera, prima di raggiungere gli altri per la consueta partita a poker, mi sono ritrovato in ginocchio nel mezzo della cucina, tra le sedie di legno e la tavola piena ancora degli avanzi della cena. È stato un gesto spontaneo, un modo per chiedere pietà a dio. Mi sono sempre rifiutato di credere che ci sia la sua volontà dietro tutto ciò che mi sta succedendo. È per questo che nel pomeriggio, mentre ero sulla spiaggia in attesa della telefonata che avrebbe determinato il mio futuro, ho intonato canti in lode e gloria in suo onore. Perché forse bisogna semplicemente ammettere che si crede, non basta sostenere che in fondo siamo religiosi. Che cazzo vuol dire, poi, in fondo? Quell’ondata di amore e compassione ha cancellato per qualche minuto le mie paure, ma dopo mi sono sentito al punto di partenza. La situazione è disperata, e adesso è dio che deve metterci del suo. E so che lo farà, perché lui è grande e buono e generoso.
«Ti prego, prendimi per mano, ti seguirò davvero stavolta » ho detto a voce alta guardando il cielo, «non mi sottrarrò più al tuo volere. Voglio solo salvare i posti di lavoro dei miei dipendenti. Non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo, ma salva almeno loro».
La telefonata, però, non è arrivata. Ho scelto di interpretare la cosa in modo positivo: niente era ancora perduto e la partita era ancora aperta. Dio sa il fatto suo. Dovevo solo avere fede. Sono tornato a casa e ho sentito bruciore in gola. Ho preso due aspirine e poi ho acceso la televisione tenendo il cellulare a portata di mano. Le ore sono passate ed è arrivata quella di cena. A volte faccio fatica a cucinare per me stesso e mangiare da solo, ma stasera ci ho dato dentro. Non riuscivo a fermarmi. Mi sono ingozzato di pasta oltre ogni limite, poi del prosciutto, della frutta e del dolce alle mele che avevo ancora nella credenza. Credo di aver sperato inconsciamente di scoppiare. Quando sono tornato in me ho ammesso che, nel profondo della mia anima, avevo dubitato del potere del padreterno. Il sospetto che neanche lui sarebbe riuscito a salvarmi mi era davvero passato per la testa. Sono uno stronzo, lo invoco e poi dubito. Mi sono vergognato ed è stato allora che l’ho fatto, mi sono messo in ginocchio sul pavimento per chiedergli scusa. Magari è vero che lui conosce tutti i nostri pensieri, che sente passare le emozioni e vede cosa abbiamo nel cuore, come dicono i preti. Ho preso la mia testa tra le mani e l’ho appoggiata sul pavimento freddo. Ho pensato che avrebbe apprezzato lo sforzo e ho pregato ancora perché mi perdonasse e mi regalasse il suo aiuto. Ho ripetuto un paio di volte l’Atto di dolore e, quando stavo per iniziare il terzo, una zaffata di sugo di carne misto alla buccia di mela sul piatto mi ha provocato un conato di vomito. Il mio corpo è stato colto da una convulsione violenta e ho urlato. Ho latrato con tutto il fiato che avevo in corpo, cercando una liberazione come la donna che affronta il parto. Ho strillato per reazione al disordine e all’insicurezza, alla mia incapacità di trovare un punto di appoggio.
All’essere, ai miei occhi, uno senza forma. Perché la mia vita è diventata disgustosa.
Sto scrivendo su questo taccuino con grande fatica. Sento la mente offuscata e, mentre mi concentro su quello che sto cercando di dire, all’improvviso perdo il filo e devo sforzarmi per ricordare cosa stavo pensando. Non pretendo che qualcuno capisca. Non capisco nemmeno io. Mi tremano le mani, ho voglia di gridare e di fare a pezzi qualcosa. Ma nella follia della lucida depressione che sto vivendo c’è anche la creatività, e il bisogno di espandere gli orizzonti fino alla vertigine del senza confine. La perla nasce dalla malattia dell’ostrica. Mago Silvan è la parola giusta, oppure fatevi gli affari vostri, se preferite.

Otello Marcacci

Recensione

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: