Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Notturno francese

INCIPIT

In carne e ombra

Non saprei dirti se era stato per la luce che aveva Roma quel giorno, o per l’abitudine di andarmene sempre in giro da solo, senza una direzione precisa e niente da sbrigare, o per via di tutta la gente che attraversava la stazione all’ora di pranzo e che invitava a perdersi tra la folla e a non essere trovati. Non ti saprei neppure garantire con certezza che si trattò di una semplice distrazione, un errore da principianti, come se non fossi mai salito su un treno in vita mia, se non avessi mai letto un tabellone elettronico, un orario di partenza, il numero di un binario. La sola cosa che potrei raccontarti è che quella mattina di settembre mi ero svegliato presto, alla radio Caetano Veloso cantava O Leãozinho, c’era odore di curcuma nell’aria e il sole aveva invaso ogni angolo della mia soffitta illuminando come una premonizione la valigia che avevo preparato la sera prima. Dentro, ci avevo riposto l’essenziale: due o tre cambi, la giacca migliore che possiedo, un paio di pantaloni scuri, la trousse di tela con lo spazzolini e la schiuma da barba da viaggio.
Non avevo saputo scegliere soltanto quale romanzo portare. Il mio Taccuino dei libri non letti era fitto di nomi e di titoli, e molti di loro erano ammonticchiati sulla scrivania. Alcuni li avevo comprati da Emiliano, altri presi in prestito alla Biblioteca Comunale. Stavo per afferrarne uno qualunque – un Simenon, una Ernaux – quando mi ricordai del giornale che avevo notato su una panchina in piazza Vittorio, la sera prima. Mi ero seduto lì per scrivere, dopo tanto tempo, una cartolina per mio padre. Quel giornale era rimasto aperto alle pagine della cultura e sul margine in alto riportava la foto di un uomo che pareva fissarmi con una punta di scherno.
Mi aveva incuriosito il titolo dell’articolo: «I baffi del dottor Pereira». Non mi ero sbagliato: il viso magro di uno scrittore che avevo molto amato, da giovane, mi stava osservando come da una stamberga fuori dal tempo. In quella foto avrà avuto sì e no la mia età. i baffi ancora folti, la fronte liscia, gli occhiali dalla montatura larga sul naso e una sigaretta tra le dita, accesa. Ma più che al malinconico poeta portoghese al quale avevo finito per assomigliare mi aveva fatto pensare a un attore del cinema muto, un vecchio clown senza trucco e senza lavoro. Come in uno dei suoi racconti di fantasmi, avevo avuto l’impressione che mi fosse comparso lì accanto, in carne e ombra, per inquisirmi con una domanda silenziosa.

Fabio Stassi

Recensione

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