Sto rileggendo Sandro Penna, il poeta, ma anche le sue prose; mi è tornato alla mente un intervento di molti anni fa di Elio Pecora e ve ne propongo alcuni stralci per entrare in sintonia con la figura di questo poeta.

I suoi primi versi, ingenui e commossi, li scrisse a Perugia, nell’aprile del 1922, a sedici anni, e li dedicò alla madre Angela, che due anni prima aveva lasciato la famiglia e viveva a Roma con la figlia bambina. Fu nel luglio seguente che iniziò un diario, con l’intenzione di “confidare alla carta” le sue ragioni, i suoi “mille piccoli dolori che sono forse peggiori di uno solo grande”. In quei fogli erano già la leggerezza e la grazia della sua maggior poesia, in più un’urgenza di racconto e di analisi che la sua opera in versi avrebbe ignorato o rifiutato. Perché Sandro Penna seppe (…) che la poesia è sentenza estrema, talismano che innamora, che salva, dove la prosa indugia, spiega, compie un cammino.

Così le prose che andò scrivendo – dai primi diari fino ai racconti e agli appunti raccolti in “Un po’ di febbre” editi da Garzanti nel 1973 – comprendono e svolgono temi ed eventi delle sue poesie, inoltre traversano gli anni e i luoghi, accostano un universo di creature minutamente guardando, rivelando molto di quel che i suoi versi lasciano solo intravedere, o intuire.

(…) In quelle prose raccontò piuttosto le contraddizioni e le pene, le rabbie e le inerzie; intanto, lentamente approdava ad una poesia come istante di pienezza, mistero divinato, gesto – così come seppe vedere Pasolini – isolato in “una gentile aureola di coscienza”.

(…) Aveva vent’anni quando, in pagine fitte, prive di cancellature, raccontò il suo oscuro rancore per la sorella della madre che lo accudiva; allora percepì la sua diversità sessuale, ma anche più la sua particolarissima sensibilità. (…) Appuntò nel suo diario i progetti per una poesia che nascesse da tutti i “sensi accesi”.

Penna nel 1928 si recò a Roma, dalla madre, e si innamorò della città; conobbe un ragazzo ebreo, Ernesto. Fu l’amore, colmo, tormentato: gli scrisse molte lettere e progettò anche un romanzo che si ispirasse proprio a quelle lettere, ma poi abbandonò l’idea. In quegli anni scrisse dei brevi racconti, ispirati alla sua vita: una ricerca dell’emozione primaria, un tentativo di ripeterla in tutta la sua potenza.

In quegli anni prese a spostarsi: Milano, Trieste, la Ciociaria e tutto accolse in pagine brevi, dove a volte un io, a volte una terza persona, assai somigliante per tono di voce a quell’io, racconta con parole chiare e leggere verità che incantano. (…) In queste prose Penna disse di sé molto di ciò che nelle poesie allude o tace. Così la sua visione dell’amore, tenero e insieme divorante.

“Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi.”

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