“Era la prima volta che in un certo qual modo formulavamo il nostro problema di fondo. Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano.”

I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews, edizioni Marcos y Marcos, 2015, traduzione di Maurizia Balmelli, illustrazione in copertina di Lorenzo Lanzi

Toews MiriamIn ritardo sulla sua pubblicazione, ho letto il bellissimo romanzo di Miriam Toews: una vera rivelazione, quegli incontri per i quali vale la pena passare qualche notte insonne, lasciare da parte ciò che si sta facendo o bruciare uno sformato… E se il mio parere non vi basta, vi dico che il romanzo ha avuto critiche molto positive negli Stati Uniti e in Canada; anche in Italia è stato particolarmente apprezzato dai lettori e dal mondo editoriale, tanto da fargli vincere il premio per la narrativa straniera degli editori indipendenti, Premio Sinbad, alla sua prima edizione.

Premesso ciò, vi parlo dell’autrice. Miriam Toews è canadese: nata nel 1964 a Steinbach – vicino a Winnipeg – nella provincia di Manitoba, in una famiglia mennonita. Il padre era un discendente dei primi coloni giunti dall’Ucraina a seguito delle persecuzioni perpetrate dopo la Rivoluzione d’Ottobre; i mennoniti seguono un culto che rientra nella dottrina anabattista. La comunità in cui Toews  è nata e cresciuta fino all’età di diciotto anni ha una struttura fortemente patriarcale, invasiva nelle scelte personali e dove il ruolo della donna si riduce alla procreazione. Un ambiente claustrofobico a cui diventa necessità ribellarsi per ottenere la propria autonomia: è questo lo sfondo dei suoi romanzi. (nella foto in copertina sono ritratti dei ragazzi mennoniti).

Elf progettava di andare a studiare musica all’università. Aveva solo quindici anni, ma le autorità avevano appreso da un informatore locale che aveva “espresso il desiderio sconsiderato di abbandonare la comunità” e sospettavano furiosamente di qualsiasi tipo di studi superiori – specie per le ragazze. Per questi uomini, una ragazza con un libro in mano era il nemico pubblico numero uno.

Le due sorelle trovano in seno della famiglia terreno fertile per assecondare le proprie inclinazioni, anche a costo di scontrarsi con la comunità e di apparire eccentriche e “perdute”. La cultura non è bandita, anzi:

Erano mio padre e mia sorella che insistevano costantemente perché io e mia madre leggessimo di più, perché trovassimo conforto nei libri, perché placassimo brame e dolori con parole e ancora parole. Scrivi tutto, diceva mio padre quando andavo da lui in lacrime per dio sa quale piccola ingiustizia, e tieni, leggi questo, diceva mia sorella lanciandomi qualche tomo quando le facevo domande tipo, La vita è una presa in giro?

La componente autobiografica è fortemente presente nelle opere di Toews, e le analogie tra i personaggi e la sua famiglia sono dunque molteplici.

Il padre di Miriam Toews si tolse la vita nel 1998 buttandosi sotto un treno; a distanza di circa dodici anni, anche la sorella di Miriam, Marjorie – anch’ella pianista affermata – compì lo stesso gesto.

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Edvard Munch, La bambina malata

 

I miei piccoli dispiaceri” è una storia familiare, in particolare affronta il rapporto di sorellanza tra Yolandi e Elfrieda von Reisen. Come nella vita reale, anche Elf è una pianista, di grandissimo successo, impegnata in continue tournée e amatissima dal pubblico, mentre Yoli è una scrittrice. Elf è bellissima, dotata, geniale e colta, adorata dal marito e dal suo agente; Yoli è caotica, imperfetta, impulsiva nelle scelte ma poi costantemente intrappolata in estenuanti riflessioni, in affanno nel cercare di tenere il passo con la sorella, ha una vita privata incasinata, con due figli da due uomini diversi, con i quali peraltro non è riuscita a costruire un rapporto duraturo, colleziona rapporti occasionali, cerca di crescere al meglio i suoi figli e si fa in quattro per assistere la madre e la zia Tina. È come se Elf fosse il perno attorno a cui tutti girano, e Yoli il meccanico che cerca di manutere il meccanismo. Nel suo modo approssimativo di condurre l’esistenza, Yoli si dimostra sempre molto altruista, pronta a volare da un aeroporto all’altro e a darsi senza risparmio per la sua famiglia. Imparerete ad amarla, non ho dubbi!

Toews copertina 2Elf, alla vigilia di una importate tournée, tenta il suicido: non riesce più a trovare un equilibrio, è preda di attacchi di panico e teme che il pianoforte di cristallo custodito nel suo cuore stia per andare in frantumi. Vuole a tutti i costi morire, rifiuta qualsiasi tentativo di lasciarsi convincere e, anzi, chiede a sua sorella Yoli il più terribile atto d’amore: accompagnarla in Svizzera per ottenere una morte serena.

La richiesta getta Yoli in una crisi tremenda, combattuta tra il mettere in atto qualsiasi gesto o discorso per convincere sua sorella a desistere dal proposito, e lo starle vicino e accompagnarla con un atto di pura umanità, rispettosa della sua volontà. Yoli pensa che la richiesta di sua sorella sia il frutto del disturbo che sta vivendo in quel momento e che magari, con cure adeguate, quel momento possa essere superato e dunque perché rinunciare alla vita? Perché non farsi forza e cercare di farsi aiutare ad andare avanti? Allo stesso tempo, si arrovella a domandarsi quanto sia prioritario rispettare una libera scelta.

Insomma, se il cervello è un organo fatto per risolvere problemi, e se il problema è la vita e la sua invivibilità, allora un cervello razionale e funzionante sceglierebbe di porvi fine. O no?

Il romanzo si sviluppa su questa lotta tra le sorelle, passando attraverso i ricordi della loro infanzia e via via, delle loro vite; i loro gesti di ribellione che scandalizzavano la comunità mennonita, i rapporti col padre e la madre, le scelte di vita. La voce narrante è Yoli, e attraverso di lei il lettore conosce tutti gli altri personaggi. Il suo travaglio interiore la fa viaggiare indietro nel tempo a cercare nel passato le radici della sofferenza di Elf: la sua vita apparentemente perfetta incrinata da un malessere a cui sembra non esserci rimedio. Ci sono momenti tristi, altri quasi comici, soprattutto laddove le eccentricità della madre fanno capolino e regalano sincere risate.

Ci sono tantissimi riferimenti letterari, compreso il titolo (che naturalmente non svelo), sparsi come le tessere di un puzzle che man mano che il romanzo procede, compongono un chiaro disegno, rispondendo a molte domande e generando altrettanti quesiti, perché niente è più effimero di una certezza illusoria.

L’editore presenta il romanzo dicendo che è stato “scritto per dare forma a un dolore vero”, ed è esattamente così: un viaggio nelle vite di queste donne, tre generazioni, saldamente legate dai vincoli affettivi, dalla capacità di rialzarsi ogni volta che la vita sferra i suoi duri colpi, generose fino a farsi male, ingenue e complicate, capaci di guardarsi con ironia e ridere dei propri fallimenti:

“E tu cosa hai fatto di bello? ha chiesto.

Oh, non saprei, ho detto io. Niente di che. Ho imparato a essere una buona perdente.”

Copio il link all’editore:

http://www.marcosymarcos.com/libri/i-miei-piccoli-dispiaceri/

Potete leggere l’incipit qui. Sul blog trovate la mia recensione di “Un complicato atto di amore“!

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