Francamente, ero stufa di sognare. E mi sentivo sveglissima. Erano mesi che non mi sentivo così sveglia. Avevo bisogno di convincermi solo di un’altra cosa. Che quel che stavo facendo era giusto. Che la mia vita era divertente, che Dill era un bambino fortunato, padre o non padre. Sarei andata fino in fondo in questa storia di Gotcha sperando un giorno di poter dire a Lish la verità e riderci sopra. Se non le avessi mai detto la verità, speravo che potessimo ridere lo stesso. A diciotto anni mi dico che sarò felice. E se posso dirlo, posso finalmente accogliere la tristezza e la realtà della morte di mia madre e ricordarla per quello che era. pag. 254

La mia estate fortunata, di Miriam Toews, Marcos y Marcos editore 2019, traduzione di Claudia Tarolo

Finalmente abbiamo il primo romanzo scritto da Miriam Toews nel 1996 in traduzione italiana, grazie all’editore che ci ha fatto conoscere questa fantastica autrice canadese portando in Italia tutta la sua opera. È il suo primo lavoro: fresco, divertente, e allo stesso tempo capace di sondare l’anima femminile come pochi altri. Una storia di vite complicate – il tratto che accomuna tutte le protagoniste della sue successive opere –, di giovani donne alle prese con ciò che dalla vita hanno ricevuto o cercato, o che è soltanto accaduto perché è così che può succedere nella vita, e soprattutto con le loro speranze, con la loro voglia di dare un senso e una direzione alle loro esistenze, cogliendo la felicità laddove è nascosta o può sembrare impossibile.

Protagoniste sono le donne: in questo romanzo, in particolare, un gruppo di giovani donne – diciottenni o poco più che ventenni – che vive grazie ai sussidi statali in un caseggiato popolare, che, per quanto tirato su in modo economico e ormai un po’ deteriorato dal passare degli anni, è la loro casa comune, il rifugio in cui hanno trovato la possibilità di crescere i loro figli e condurre un’esistenza dignitosa. Sono ragazze madri, con i loro tanti bambini, mentre i padri sono per lo più assenti.

Winnipeg bambine
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La voce narrante è quella di Lucy, diciottenne: quando aveva quattordici anni, sua madre è morta lasciando un grande vuoto nella sua vita. Sia lei che il padre hanno subito gli effetti di questa perdita: lui si è chiuso nel suo dolore, divenendo incapace di comunicare con la figlia, mentre lei ha sfogato il senso di perdita attraverso una serie di rapporti con i ragazzi, senza mai fermarsi su una storia per più di una notte, senza alcun coinvolgimento emotivo. Da uno di questi rapporti è nato suo figlio Dill – che sta per Dillinger, il famoso bandito sfuggente – di cui lei non sa chi possa essere il padre. Ma questo per lei non ha importanza: ciò che conta è questa vita che le è stata donata e a cui lei si dedica con tutto l’amore e l’attenzione di cui è capace.

La madre è certa, il padre, be’ … è quello a cui spesso vien tagliata via la faccia nelle foto.

Vive a “Half-a-life”, nome riadattato (in realtà è “Have a life”) dalle abitanti del caseggiato popolare in cui si è trasferita grazie all’assistenza sociale, e in cui conosce questo universo popolato di ragazze madri e bambini. In particolare, stringe amicizia con Lish, che ha avuto due bambine da un ragazzo, e poi due gemelle da un artista di strada, per il quale ha perso la testa. Una notte di passione al termine della quale lui è sparito, rubandole il portafoglio, e lasciandole in grembo le sue figlie. Lish è un personaggio che catalizza l’attenzione, è stravagante, teatrale, allegra e ironica e si intende a meraviglia con Lucy, stabilendo con lei un forte legame di sorellanza: la solidarietà tra loro due si riversa anche sulla gestione dei bambini, di cui le due giovani madri si prendono cura mettendoci grande entusiasmo e condividendo molta parte delle loro giornate.

La loro esperienza con i ragazzi – molto simile – le ha portate alla conclusione che non è indispensabile avere di fianco un padre per crescere dei bambini. Ciò che conta è mettercela tutta per far sì che l’amore con cui li crescono sia il motore di tutte le scelte e del modo di guardare alla vita.

Insieme a loro, impariamo a conoscere le altre donne che vivono nella casa, le loro storie, tra alti e bassi; e laddove un padre c’è, compare solo nel weekend, prendendo con sé i bambini, talvolta con gioia, altre con riluttanza.

La storia scorre fin quando Lucy e Lish intraprendono un viaggio verso il Colorado, su un furgone scassato e con cinque bambini al seguito. Un viaggio alla ricerca del padre delle gemelle, colui che Lish ha idealizzato fino a farne l’amore della sua vita; potrebbero trovarlo oppure no, e forse a spingerle è più che altro la voglia di evadere da questa specie di reclusione a cui i servizi sociali e il clima le obbligano, lasciandosi alle spalle un’estate piovosa, le alluvioni e gli sciami di zanzare.

Anche Lish si comportava in modo buffo, in senso buono. Era euforica e in alti spiriti, tendeva all’alta nota gialla, come avrebbe detto Van Gogh, e come la stessa Lish mi aveva spiegato: l’alta nota gialla era la forza creativa maniacale, temporanea ma intensa. Se Vincent Van Gogh avesse partorito, probabilmente avrebbe chiamato il parto l’alta nota gialla. pag. 196-197

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Winnipeg

Anche questo romanzo è ambientato a Winnipeg, stato di Manitoba, Canada, la città natale dell’autrice; diversamente dai romanzi successivi (in particolare “I miei piccoli dispiaceri” e “Un complicato atto d’amore” “Donne che parlano”), qui la questione religiosa non è presente. Troviamo invece l’espediente narrativo del viaggio (“In fuga con la zia”), anche se qui è preponderante l’attesa del viaggio, più che la sua durata e gli eventuali esiti. Troviamo altre tematiche care all’autrice: come dicevo, la sorellanza, cioè la solidarietà e l’intesa tra donne che vivono situazioni simili, il fatto di accettare il bello e il brutto della vita, apprezzando soprattutto i piccoli momenti di felicità e per questi sentendosi comunque fortunati, il ruolo del passato sul presente delle protagoniste, i conflitti familiari irrisolti o pendenti sulle vite, e la determinazione a non soccombere davanti alle difficoltà. La lettura è resa piacevole dal linguaggio sciolto, informale, dall’ironia e illuminato qua e là da picchi poetici.

Insomma, se lo avessi letto per primo, mi sarei fatta una certa idea di Miriam Toews e le successive opere non avrebbero che confermato la vena creativa e l’estro che tanto me la fanno amare. Se volete avere una panoramica sulle altre opere, potete andare al post “Focus autore – Miriam Toews”.

Qui potete leggere l’incipit.