Educare i ragazzi e gli uomini di Molotschna non è responsabilità nostra, dice Salomè. Invece forse lo è, controbatte Majal. Specie se questi ragazzi sono figli nostri, e se i loro padri non sono all’altezza del compito.

Donne che parlano, di Miriam Toews, Marcos y Marcos 2018, traduzione di Maurizia Balmelli,  in copertina un’immagine di Laura Fanelli

Nota al romanzo:

Tra il 2005 e il 2009, in Bolivia, in una remota colonia mennonita chiamata colonia di Manitoba – dal nome della provincia canadese – a molte ragazze e donne capitava di svegliarsi tutte doloranti e con un senso di sonnolenza, il corpo sanguinante e coperto di lividi per via delle violenze subite durante la notte. Le violenze erano imputate a fantasmi e demoni. Secondo alcuni membri della comunità, erano Dio o Satana a infliggere alle donne tali sofferenze come castigo per i loro peccati.(..) Alla fine si scoprì che otto uomini della colonia ricorrevano a un anestetico veterinario per rendere incoscienti le proprie vittime e stuprarle. Nel 2011, questi uomini furono condannati a lunghe pene da un tribunale boliviano. Nel 2013, mentre i colpevoli erano ancora in carcere, fu reso noto che violenze simili e altri abusi sessuali continuavano a verificarsi nella colonia.

Parte da questi fatti Miriam Toews per dargli una “risposta narrativa” costruita attorno al dibattito che alcune (8, solo 8 su un centinaio; quando praticamente tutte, persino bambine di tre anni, sono state stuprate) donne di quella comunità – trasposta nella immaginaria colonia di Molotschna – tengono tra loro per decidere la risposta da dare al pastore che regge la colonia. Infatti, nella finzione narrativa, succede che gli uomini della comunità si recano in città per vendere del bestiame e col ricavato pagare la cauzione agli uomini arrestati e permettergli di tornare a casa, in attesa del processo. Cosa faranno le donne al loro ritorno?

Devono decidere se andarsene dalla comunità, o rimanere e perdonare gli uomini, come richiede la loro religione per guadagnarsi il paradiso, o non fare niente, o – azzarda qualcuna – chiedere agli uomini di andarsene. Hanno due giorni di tempo per discutere le opzioni, valutare i pro e i contro, capire se e come possono agire tenendo in equilibrio la loro dignità, la sicurezza loro e delle loro figlie femmine, la loro fede, a cui non hanno intenzione di trasgredire. Almeno finché essa non sia strumentalizzata contro ogni buon senso.

Andarsene le avrebbe dotate della prospettiva più lungimirante, necessaria al perdono, che consiste nell’amare nel modo giusto, e preservare la pace, conformemente alla nostra fede. Perciò andarsene non sarebbe stato un atto di codardia, rinuncia, disobbedienza o ribellione. Non sarebbe dipeso da una scomunica, da una condanna all’esilio. Sarebbe stato un supremo atto di fede. E di fede nella durevole bontà divina.

E già questo, l’atto di riunirsi e discutere, è un fatto di per sé rivoluzionario, per non parlare del fatto di prendere decisioni autonome sulle proprie vite. Cosa del tutto trasgressiva in una comunità dove le donne non contano nulla, come ben dice una delle protagoniste, Salomè:

Non siamo membri (della comunità, ndr). Siamo le donne di Molotschna. L’intera colonia di Molotschna si fonda sul patriarcato, dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la Bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri, Mariche, siamo merce.

Le donne riunite chiedono ad uomo, August Epp, di redigere dei verbali per annotare tutto ciò che sarà detto nelle loro riunioni e le decisioni che verranno prese; devono affidare a lui questo compito in quanto sono tutte analfabete, perché la loro religione prevede che l’istruzione sia data solo agli uomini. E la scelta di August non è casuale: oltre ad essere l’unico uomo rimasto nella colonia (a parte il vecchio e rimbambito Ernest), August vi ha da poco fatto ritorno dopo che la sua famiglia era stata scomunicata ed espulsa e dopo avere vissuto in Inghilterra.  Ma August non sarà solo il redattore dei verbali: man mano che la discussione si accende e gli animi delle donne rivelano le diverse personalità, August non riuscirà a rimanere impassibile.

Donne che parlano è un libro a tratti molto doloroso;  la crudezza delle descrizioni delle violenze subite (in alcuni casi da bambine addirittura di tre anni) è un pugno nello stomaco, così come lo è il totale asservimento delle donne della comunità ai voleri dei loro uomini. Il sentimento che ho provato leggendo i primi capitoli è un moto di ribellione. La prima domanda che mi sono posta di fronte ad una delle opzioni, cioè perdonare chi ha commesso gli stupri per guadagnarsi il regno dei cieli, è stata: ma questi uomini hanno chiesto perdono? O per loro non serve per guadagnarsi il paradiso? E gli uomini che li hanno coperti, come sono da considerare? Loro non devono chiedere perdono alle loro donne?

È difficile per noi capire tutto il dibattito che avviene tra le protagoniste senza calarsi nella loro realtà, completamente basata sui precetti religiosi, messi in atto da una comunità che si fa mondo del suo mondo e fuori dal mondo esterno. Bisogna fare lo sforzo di avvicinarsi al loro modo di vivere per comprendere appieno quanto sia rivoluzionario ciò che queste otto donne fanno. Ed ecco che allora si capisce quanto il romanzo sia anche un inno alla libertà, alla libertà di scegliere e di autodeterminarsi, senza rinunciare alla propria visione morale e religiosa del mondo, ma trovando la forza di metterla in pratica senza esserne sopraffatti.

Miriam Toews, che con i suoi precedenti romanzi ci ha introdotto nella comunità mennonita essendovi cresciuta, ci consegna con questa sua ultima opera un messaggio universale, che va oltre l’appartenenza ad un credo religioso specifico; il coraggio di cambiare, di affrontare l’ignoto lasciando le seppur deboli sicurezze che abbiamo, per difendere ciò che riteniamo giusto.  

Dell’autrice, sul blog, trovate le recensioni:

Miriam Toews, In fuga con la zia

Miriam Toews, Un complicato atto d’amore

Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri