Concludo questa “immersione” nei luoghi reali e poetici della poesia di Federico García Lorca con un “tuffo” nelle acque profonde del “Romancero gitano“, l’opera forse più conosciuta e nella quale si condensa tutta la poetica e la simbologia lorchiana, in cui vibra l’Andalusia più profonda. Simbologia che parte da tre elementi che sottostanno a tutta la poesia di FGL:

  • la musa, che rappresenta l’ispirazione del poeta
  • l’angelo, che rappresenta l’intelligenza del poeta
  • il duende, che è una specie di dono naturale, è l’incantesimo, il carisma che una persona possiede e che gli altri percepiscono; qualcosa che emana dalla persona, una specie di energia (vedi mio post)

La simbologia che ritroviamo in queste romanze ruota attorno a:

  • la luna: che appare in diverse forme e colori, ognuna portatrice di un significato: rossa, la morte dolorosa, nera è la morte, grande è la speranza, “en puntas” cioè con le punte (calante o crescente) con un significato erotico
  • il cavallo: la vita, ma il cavallo nero è ancora la morte; senza redini è la passione sfrenata
  • l’acqua: quando scorre ed è libera significa la vita, quando è ferma, stagnante, è la morte o la malattia; le fonti sono associabili alla nascita della vita, o talvolta al passare del tempo
  • i metalli (nelle forme degli oggetti, come i pugnali, o i coltelli) forieri di morte; quando sono d’argento o d’oro assumono una connotazione positiva
  • il colore verde ha il significato di morte (spesso prematura); così come l’ombra (alla cintura, è minaccia di morte); associato a sostantivi come i rami allude alla giovinezza sognata e non goduta
  • la donna, attraverso le figure di Soledad Montoya, Bella, della monaca gitana (ritratto della solitudine femminile), della sposa infedele: la pena di queste donne è la radice del popolo andaluso: un’ansia profonda, senza un oggetto preciso, piuttosto una consapevolezza che la morte è dietro la porta
  • il vento, rappresenta il tempo, è il collegamento tra la realtà umana e la realtà astrale

Nel “Romancero gitano” ritroviamo il triangolo andaluso, narrato attraverso i tre arcangeli e le tre città simbolo:

  • San Michele – Granada: la nostalgia
  • San Raffaele – Cordova: l’equilibrio tra la sensualità orientale e la chiarezza romana
  • San Gabriele – Siviglia: l’esuberanza, la gioia

Nel post precedente, ho citato le parole del poeta stesso, di cui sottolineo di nuovo il concetto fondamentale:

la Pena che filtra nel midollo delle ossa e nella linfa degli alberi, e che non ha nulla a che vedere con la malinconia né con la nostalgia né con nessuna affiliazione o sofferenza dell’animo, che è un sentimento più celeste che terreno; pena andalusa che è una lotta dell’intelligenza amorosa con il mistero che la circonda e che non può comprendere.

Dunque, il “Romancero gitano” ruota attorno ai temi come il sentimento tragico della vita, la morte, la frustrazione, il dolore esistenziale. Altro tema che sottende è quello della marginalità, o dell’emarginazione, del pregiudizio, ma anche della sopraffazione, della repressione, espressa nella violenza della Guardia Civil. I gitani come popolo simbolo (come i neri in “Poeta a New York“) dell’emarginazione, ma anche del contrasto con la civiltà capitalista e consumista. Temi fortemente presenti in “Cattura di Antonio el Camborio sulla strada di Siviglia” e “Morte di Antonio el Camborio“, e nella “Romanza della Guardia Civile spagnola“.

Il “Romancero” è composto da diciotto romanze: inutile dire che sono tutte universalmente e dolorosamente necessarie; ne cito solo una, quella che più ho amato.

“Romanza sonnambula”

Verde che ti voglio verde

Verde vento. Verdi rami.

La barca sul mare

e il cavallo sulla montagna.

Con l’ombra nella cintura

lei sogna sul suo balcone

verde carne, capelli verdi,

con occhi di freddo argento.

Verde che ti voglio verde.

Sotto la luna gitana,

le cose la stanno guardando

e lei non le può guardare.

 

Verde che ti voglio verde.

Grandi stelle di brina,

vengono con il pesce d’ombra

che apre il cammino all’alba.

Il fico strofina il vento

con la corteccia dei sui rami,

e il monte, gatto ladro,

rizza le sue acerbe agavi.

Ma chi verrà? E da dove…?

Lei insegue sul suo balcone,

verde carne, capelli verdi

sognando il mare amaro.

 

Compare, voglio cambiare

il mio cavallo con la sua casa,

la mi sella col suo specchio,

il mio coltello con la sua coperta.

Compare, arrivo sanguinando

dai porti di Cabra.

 

Se potessi, ragazzo,

questo accordo si chiuderebbe.

 

 

Ma io non sono più io.

Né la mia casa è più la mia casa.

Compare, voglio morire

decentemente nel mio letto.

Di acciaio, se è possibile,

con le lenzuola d’Olanda.

Non vedi la ferita che ho

dal petto alla gola?

Trecento rose brune

sopporta il tuo sparato bianco.

Il tuo sangue zampilla e odora

attorno alla tua benda.

Ma io non sono più io

Né la mia casa è più la mia casa.

 

Almeno lasciami salire

fino agli alti balconi,

lasciami salire!, lasciami

fino ai verdi balconi.

Ballatoi della luna

da dove l’acqua rimbomba.

 

Già salgono i due compari

fino gli alti balconi.

Lasciando una scia di sangue.

Lasciando una scia di lacrime.

Tremavano sulle tegole

lanternine di latta.

Mille tamburelli di cristallo

ferivano l’alba.

 

Verde che ti voglio verde,

verde vento, verdi rami.

I due compari salirono.

Il lungo vento, lasciava

in bocca uno strano sapore

di fiele, di menta e di basilico.

Compare! Dimmi, dov’è?

Quante volte ti aspettò!

Quante volte ti ha aspettato,

volto fresco, capelli neri,

su questo verde balcone!

 

Sul rostro della cisterna,

si cullava la gitana.

Verde carne, capelli verdi,

con occhi di freddo argento.

Un ghiacciolo di luna

la sostiene sopra l’acqua.

La notte si fece intima

come una piccola piazza.

Guardie civile ubriache

sulla porta bussavano.

Verde che ti voglio verde.

Verde vento. Verdi rami.

La barca sul mare.

E il cavallo sulla montagna.