Mi riallaccio a quanto detto nel post precedente in merito alla presenza di luoghi ed elementi geografici collegati, direttamente o indirettamente, con la regione in cui il poeta è nato e a cui è particolarmente legato. Luoghi che assumono significati simbolici, che alludono a stati d’animo e talvolta si fanno presagio o specchio di una realtà trasfigurata.

L’Andalusia, le sue città e i luoghi in generale, sono presenti soprattutto nel “Poema del cante jondo” e nel “Romancero gitano“; ma non soltanto. Le troviamo citate in modo esplicito oppure alluse anche in poesie contenute nelle raccolte “Libro de poemas” e nelle “Canciones“.

Il “Poema del cante jondo” e il “Romancero gitano” sono strettamente collegati tra loro. In questo post inserisco poesie tratte dal primo; nel prossimo, quelle tratte dal secondo.

Prima di passare alle poesie, faccio una precisazione stilistica e formale che aiuta a capire il mezzo attraverso cui le metafore, i riferimenti, i simboli vengono espressi; cito brevemente le parole di Lorca stesso che, in una conferenza (magistrale!), spiega l’essenza del Cante jondo e le differenze col Cante flamenco:

Si dà il nome di Cante jondo a un gruppo di canzoni andaluse il cui tipo genuino e perfetto è la siguiriya gitana (ometto tutte le possibili varianti, ndr); le strofe chiamate Malagueñas sono le cosiddette Flamencas. Le differenze essenziali del Cante jondo con il Flamenco stanno nel fatto che l’origine del primo la dobbiamo cercare nei primitivi sistemi musicali dell’India, mentre la seconda, conseguenza della prima, si può dire che prenda la sua forma definitiva nel Settecento. Il primo è un canto intriso dal colore misterioso delle prime età; il secondo è un canto relativamente moderno, il cui interesse emotivo scompare di fronte a quello. Colore spirituale e colore locale, ecco la profonda differenza. Il primo è un esempio rarissimo di canto primitivo, il più vecchio di tutta Europa.

Sempre brevemente e dalle parole di Lorca, passiamo al “Romancero gitano“:

il libro, nel suo complesso, seppure si chiama gitano, è il poema dell’Andalusia; e lo chiamo gitano perché il gitano è quanto di più alto, di più profondo e di più aristocratico vi è nel mio paese, quanto di più rappresentativo del suo mondo, ciò che conserva la brace, il sangue e l’alfabeto della verità andalusa e universale. (..) Un libro in cui è appena accennata l’Andalusia che si vede, ma dove è vibrante quella che non si vede. (..) Un libro anti-pittoresco, anti-folclorico, anti-flamenco (..) dove non c’è altro che un personaggio grande e oscuro come un cielo d’estate, un solo personaggio che è la Pena che filtra nel midollo delle ossa e nella linfa degli alberi, e che non ha nulla a che vedere con la malinconia né con la nostalgia né con nessuna affiliazione o sofferenza dell’animo, che è un sentimento più celeste che terreno; pena andalusa che è una lotta dell’intelligenza amorosa con il mistero che la circonda e che non può comprendere. (..) Il romance tipico era stato sempre una narrazione ed era proprio questa narratività che dava fascino alla sua fisionomia perché quando diventava lirico, senza l’eco di un aneddoto, si trasformava in canzone. Ho voluto fondere il romance narrativo con quello lirico senza che perdessero nessuna delle loro qualità.

Dal “Poema del cante jondo“:

Paese

Sul monte nudo

un calvario.

Acqua chiara

e ulivi centenari.

Lungo i vicoli

uomini intabarrati

e sulle torri

banderuole che girano.

Eternamente

girano.

Oh, paese perduto

nell’Andalusia del pianto.

granada
Montefrío

 

Alba

Campane di Cordova

all’alba.

Campane mattutine

a Granada. Vi ascoltano le ragazze

che piangono la tenera

soleá abbrunata.

Le ragazze

di Andalusia alta

e bassa.

Le ragazze di Spagna

dal piede piccolo

e le gonne frementi,

che riempiono di luci

i crocicchi.

Oh, campane di Cordova

all’alba,

oh, campane mattutine

a Granada.

Siviglia
Siviglia

Arcieri

Gli arcieri neri

si avvicinano a Siviglia.

Guadalquivir aperto.

Larghi cappelli grigi,

lunghe cappe aperte.

Ah, Guadalquivir!

Vengono dai remoti

paesi della pena.

Guadalquivir aperto.

E vanno a un labirinto.

Amore, cristallo e pietra.

Ah, Guadalquivir!

Siviglia

Siviglia è una torre

piena di eleganti arcieri.

Siviglia per ferire.

Cordova per morire.

Una città che spia

lunghi ritmi

e li piega

come labirinti.

Come tralci di pergola

incendiati.

Siviglia per ferire!

Sotto l’arco del cielo,

sulla chiara pianura,

scocca la costante

saetta del suo fiume.

Cordova per morire!

E folle d’orizzonte,

mescola nel suo vino

l’amarezza di don Giovanni

e la perfezione di Dioniso.

Siviglia per ferire.

Sempre Siviglia per ferire!

Cordova
Cordova

Strada

Cento cavalieri in lutto,

dove andranno,

sotto il cielo piegato

dell’aranceto?

Né a Cordova né a Siviglia

arriveranno.

Né a Granada, che sospira

nel suo mare.

I cavalli sonnolenti

li porteranno

al labirinto delle croci

dove trema una canzone.

Con sette ahi inchiodati,

dove andranno,

i cento cavalieri andalusi

dell’aranceto?

Granada 2
Granada

De profundis

I cento innamorati

dormono per sempre

sotto la terra secca.

L’Andalusia ha

lunghe strade rosse.

Cordova, uliveti verdi

dove piantare cento croci,

che li ricordano.

I cento innamorati

dormono per sempre.