Certi dicono che Samuel era depresso e lo progettava da tempo. Altri che è stato solo un incidente. Alcuni danno tutta la colpa a quella ragazza con cui stava, com’è che si chiamava? (..) E altri ancora dicono invece che sia colpa di quel suo amico grande e grosso, quello che adesso è in prigione, quello che farebbe qualsiasi cosa per soldi.

Tutto quello che non ricordo, di Jonas Hassen Khemiri, Iperborea editore 2017, traduzione di Alessandro Bassini

Leggendo questo romanzo ho pensato spesso a Pirandello, al suo ultimo e più famoso romanzo “Uno, nessuno e centomila”. Samuel, il protagonista di “Tutto quello che non ricordo”, ha volti diversi, a seconda di chi parla di lui, perché ciascuno serba di lui un ricordo diverso, in funzione del vissuto, dei sentimenti provati e condivisi, della propria personalità. E Samuel stesso potrebbe dire: “Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso”.

Il romanzo procede attraverso un racconto corale e quindi offre una visione plurale del protagonista Samuel. Lo spunto narrativo è la decisione di uno scrittore – lo stesso Khemiri – di raccogliere le testimonianze di chi conosceva il ragazzo per ricostruire cosa è successo il giorno in cui Samuel ha perso la vita. Una serie di testimonianze delle persone che lo hanno conosciuto – a fondo o solo di sfuggita – che forniscono verità diverse, spesso in contraddizione tra loro; tante tessere che anche quando vengono accostate le une alle altre, non riescono a fornire una messa a fuoco nitida. Il ritratto di Samuel ha contorni indefiniti: una serie di istantanee che non coincidono, perché sono soggettive.

Se vuole davvero capire chi era, deve sapere com’era bello da bambino, com’era solo da adolescente e com’erano grandi i suoi progetti di cambiare il mondo quando aveva cominciato a studiare scienze politiche.

Dice di lui la madre, aggiungendo tutta una serie di informazioni, per poi concludere:

Tutto quello che so è che più dettagli le racconto, più  i sembra di trascurarne altri. E questo mi fa dubitare dell’intero progetto.

E dai racconti dell’amico Vandad e dell’amica Pantera, emerge il ragazzo idealista che se ne frega del denaro e degli aspetti materiali, un po’ ingenuo e un po’ svagato, magro con una grande testa, e per niente vanitoso, teneramente vicino alla nonna anziana, alla ricerca delle risposte su questioni come l’amore, che cerca chiedendo a tutti quelli che incontra di darne una definizione, che ha problemi con la memoria e per questo si inventa degli espedienti per preservare i ricordi:

Se c’era un discorso che saltava sempre fuori con Samuel, era la sua paura di perdere la memoria. Prendeva appunti su un block-notes per non scordare le sue esperienze. (..) Più parlava del suo bisogno di riempire la Banca delle Esperienze, più si sentiva vuoto. Ricordo che mi faceva pena. Mi sembrava solo.

Ognuno degli interpellati spinge indietro la memoria per andare a definire chi era Samuel da quando lo ha conosciuto: il bambino e adolescente evocato dalla madre, il liceale legato da una forte amicizia con la Pantera – una sua compagna che si autodefinisce un’artista underground -, l’amico e poi coinquilino di Vandad – conosciuto per caso ad una festa – e infine Laide – la donna più grande di lui di cui si innamora, attivista per i diritti degli immigrati; la loro relazione sarà intensa e devastante.

Il sovrapporsi delle testimonianze vorrebbe funzionare come una partitura musicale, dove ogni strumento contribuisce con la sua specificità ma senza condividere delle regole, e la musica che ne esce è un po’ come quella atonale, dove ogni compositore segue un suo particolare schema. Anche il lettore è coinvolto e travolto dalla soggettività perché è dalla giustapposizione di ogni specifico apporto che può farsi una sua idea di chi fosse Samuel. Senza riuscire, probabilmente, ad avere un’idea chiara. Così come non è facile capire fino in fondo le personalità di Laide, Vandad e della Pantera, che, come un fuoco incrociato, sparano giudizi ciascuno sugli altri, oltre che su Samuel. Il dubbio che ognuno parli difendendo se stesso, o che non riesca a essere sincero, rende ancora più instabile il quadro.

Nelle tre parti di cui è composto il romanzo, si alternano le voci: il vicino di casa della nonna, l’amico Vandad, gli infermieri della casa di riposo, la madre, la Pantera, Laide. Mentre nella prima e seconda parte l’alternarsi delle voci è piuttosto uniforme, nell’ultima l’espediente narrativo cambia registro e si introduce una voce che all’inizio spiazza il lettore ma che, a lettura conclusa, è quella che chiude il cerchio nel modo più enigmatico.

stoccolma 2

Sullo sfondo, Khemiri pone Stoccolma, e la società svedese in generale: una realtà ben sviluppata, apparentemente valido esempio di integrazione delle migrazioni che vi sono confluite, con la popolazione autoctona. Ma il quadro che ne emerge, ha contorni più contraddittori e stridenti, come Khemiri ben sa, essendo figlio di una svedese e di un tunisino, cresciuto ed educato nelle migliori scuole, ma portatore di un colore di pelle che lo rende immediatamente classificabile. Come Samuel, che per certi versi sembra essere un suo alter ego.

Dunque un romanzo, come del resto anche tutta l’opera di Khemiri, che mette l’accento sui temi cruciali della società attuale, quella svedese ma non solo, investita dalla pressione sempre più forte dei flussi migratori e disorientata nel trovare la via per una reale integrazione. Una società che, soprattutto nelle fasce d’età più giovani, mostra una dicotomia, tra chi aspira al multiculturalismo e non lo vive come una minaccia, e chi si lascia affascinare dagli stereotipi razzisti. Non è un caso che Samuel lavori presso l’Agenzia Nazionale per l’Immigrazione e che Laide sia una convinta ed impegnata attivista per i diritti degli immigrati.

Khemiri fotoNato nel 1978 a Stoccolma, dove tuttora vive, Jonas Hassen Khemiri è uno dei più importanti scrittori della sua generazione, autore di fama internazionale di quattro romanzi e sei opere teatrali. La sua opera è stata tradotta in più di venti lingue e le sue pièce sono state rappresentate da più di cento compagnie in tutto il mondo, ottenendo riconoscimenti come il Village Voice Obie Award per il miglior testo. I suoi primi due romanzi hanno ricevuto numerosi premi in patria, tra cui quello per il miglior debutto letterario e il Premio della Radio Svedese per il miglior romanzo dell’anno. Il suo ultimo libro, Tutto quello che non ricordo, gli è valso l’Augustpriset, il più prestigioso riconoscimento letterario svedese.

L’incipit potete leggerlo qui.