«Charles ha dei fucili» disse Joan. «Va a caccia».
«Va a caccia nei sogni».
«Può darsi».
«Non mi riferivo a Charles. È una poesia di Alfred Tennyson. Me la leggeva sempre mio nonno. Era un grande appassionato di Lord Tennyson. “Come un cane, va a caccia nei sogni, e tu fissi la parete, / mentre agli ultimi guizzi di un lume le ombre sorgono e declinano”».

A caccia nei sogni, di Tom Drury, NNEditore 2017, traduzione di Gianni Pannofino

Si tratta del secondo volume della Trilogia di Grouse County di Tom Drury, che NNE ha pubblicato lo scorso anno. L’avevo acquistato immediatamente, poiché il primo, “La fine dei vandalismi”, mi era piaciuto molto. Poi, però, ho deciso di aspettare a leggerlo, perché volevo distanziarlo da quella prima appagante esperienza, e godermelo come se si fosse trattato di un romanzo indipendente. Cosa che è anche vera, perché lo si può leggere anche senza avere letto il primo, se non fosse per il fatto che si sarebbe persa una lettura di ottimo livello.

Certo, in questo secondo romanzo torna molto del primo: l’ambientazione nel Midwest rurale, in questa inventata ma tanto vicina alla realtà Grouse County – luogo molto simile a quello in cui l’autore ha trascorso la sua infanzia.

Tornano alcuni personaggi, che nel primo erano comprimari, mentre qui sono protagonisti. Ritroviamo infatti Tiny, che ora si libera del suo nomignolo, e in parte dei suoi vizi, come commettere furtarelli e attaccare briga, anche se “non era in condizioni di sbarazzarsi della parte di sé che non gli piaceva, che era sempre un passo avanti a lui e lo guidava“. Crescendo, diviene Charles, e diventa anche padre, con i suoi limiti ma anche con una gran voglia di fare bene.

Ritroviamo anche Joan, che avevamo incontrato come predicatrice della Bibbia, ed ora è la moglie di Charles e una madre: di Micah, avuto da Charles, e di Lyris, la figlia che aveva avuto da giovane e che aveva dato in adozione. A distanza di sedici anni, le viene riportata da una associazione che cerca di ricongiungere i figli ai loro genitori naturali. Lyris, cresciuta in orfanatrofio e poi passata attraverso varie adozioni, si ritrova ora a dovere conoscere una madre di cui non sa nulla e che, alla sua domanda sul perché l’abbia abbandonata, le risponde con una citazione dalla Bibbia: “io ho peccato, io ho agito iniquamente“.

L’entrata di Lyris nelle vite di Charles, Joan e Micah è come una cartina al tornasole e provoca reazioni diverse. Su Charles ha il duplice effetto di aiutarlo a capire i propri limiti e di provare a superarli, per Micah di confrontarsi con se stesso, mentre per Joan – che appare irrisolta e insoddisfatta – di aumentare il suo disagio in quello che sembra un matrimonio sulla via del fallimento. Tra tutti, è proprio Charles il personaggio che fa il salto di qualità.

«So quello che provi» disse Charles. «O forse no, ma mi chiedo come ti senti. Essere depositata in questa casa, non esattamente contro la tua volontà, ma come ultimo posto possibile … lo vedo, non sono cieco. Tua madre, perduta da così tanto tempo … mi domando cosa pensi di lei. E io non sono certo perfetto. Tutt’altro. “Perfetto”, per me, è una parola senza senso.»
(..)
«Lei non mi voleva» disse. «E forse continua a non volermi».
«Questo non è vero, Lyris» disse Charles. «Non puoi pensare certe cose. Non è che non ti volesse. Era solo che non ti conosceva».

 

Ma se “La fine dei vandalismi” è un romanzo corale, dove sulla scena compare un intero paese, con i suoi abitanti, qui è come se l’autore facesse una zoomata e puntasse l’obiettivo su una famiglia, una casa. Infatti i protagonisti sono la famiglia di Charles – oltre la moglie e i figli, compaiono la madre e il fratello – più alcuni abitanti, ma pochi, che interagiscono con loro. Anche lo spazio temporale del racconto è più ridotto: inizia e finisce in un fine settimana. Quattro giorni decisivi per i protagonisti: giorni in cui acquisiscono consapevolezze, nei quali si capisce che le persone hanno lati luminosi ed oscuri, si prende atto dei propri fallimenti e si cerca di costruire una via d’uscita.

Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

 

Casanova noce

La citazione che ho riportato all’inizio e il titolo stesso fanno chiaramente riferimento all’elemento onirico presente nel romanzo. Qualche mese fa, avevo letto l’intervista rilasciata da Drury al blog Sul romanzo, e nello specifico mi aveva colpito la risposta dello scrittore su quale sia il significato dei sogni in questa vicenda; ve la riporto:

Perché i sogni hanno così tanta importanza in questo libro?

Credo che i sogni abbiano una particolare importanza per tutti noi, e quindi anche per i personaggi. Noi consideriamo i sogni come momenti in cui la mente vaga, senza un particolare significato, ma io credo che, in realtà, abbiano un loro significato. L’ambientazione notturna, poi, ricorda il mondo onirico e fa scivolare i personaggi in modo fluido dalla realtà ai loro sogni. Per me sono importanti, mi è piaciuto scriverne e raccontarli stando attento a non eccedere con la simbologia, ma mantenendo un senso casuale, per cui a volte un sogno potrebbe avere significato, ma anche no.

Ciò che rimane come una salda sicurezza è lo stile di Drury, la sua capacità di fare di svelare l’animo dei personaggi attraverso le loro azioni, i loro pensieri, senza intromettersi, con una delicatezza e allo stesso tempo una forza dirompente. Ritroviamo la sua cifra nel raccontare queste vite semplici, che si dipanano in zone rurali dove per gli adulti l’unico svago sembra l’alcol, e per i giovani l’assunzione di anfetamine. Drury descrive con precisione la campagna, le coltivazioni e i ritmi dettati dai cambi di stagione e dai lavori agricoli ad esse connessi. Affianca ai protagonisti personaggi memorabili, come Colette, la madre di Charles, o Farina Matthews. Con uno stile diretto, efficace e permeato da una sottile ironia che dona levità e una sorta di saggezza.

Potete leggere qui l’incipit.