Forugh Farrokhzad nasce nel 1935 a Tehran. Giovanissima, con una formazione di carattere artistico, inizia a comporre poesie e a sedici anni si sposa con un disegnatore e caricaturista. Pubblica la sua prima raccolta di poesie Asir (Prigioniera) nel 1955. Dopo una vita matrimoniale durata appena tre anni, è costretta a una difficile scelta tra la famiglia e la poesia. Farrokhzad sceglie la poesia e perde per sempre il diritto di vedere il figlio. Dopo la pubblicazione del secondo e terzo volume di poesie (Il muro, Ribellione), in seguito al suo incontro con il regista-scrittore Ebràhim Golestàn, inizia la sua attività cinematografica. Nel 1963 pubblica la sua più importante opera poetica Tavallodi digar (Un’altra nascita).

Il 13 febbraio 1967 perde la vita, a trentadue anni, in un incidente stradale a Tehran. Forugh Farrokhzad è considerata la più importante voce nel panorama poetico del Novecento persiano, e continua a essere la più seguita della poesia femminile in Iran. La sua è un’opera incompiuta al culmine della fecondità artistica. I suoi versi annunciano la nascita di una scrittura femminile spregiudicata, che racconta le esperienze intime di una giovane donna tesa ad affrontare i severi e spietati giudizi morali e religiosi della società in cui vive. Una società che, dietro l’apparente e forzata occidentalizzazione, è profondamente legata ai dettami religiosi e morali di una cultura rigidamente patriarcale.

Farrokhzad foto tombaGli intellettuali del suo paese, e soprattutto i giovani, in occasione dell’anniversario della morte della poetessa, ogni anno, si riuniscono insieme, accanto al suo sepolcro, accendendo candele e leggendo le sue poesie, di fronte ai versi dell’epigrafe che recitano: «Io parlo dall’estremità della notte / Dall’estremità della tenebra / dall’estremità della notte / io parlo / Se verrai a casa mia, oh mio caro / portami una luce / e una piccola finestra / per guardare la stradina affollata e felice».

 

Farrokhzad strage

Da “La strage dei fiori“:

Una finestra

Una finestra per vedere
una finestra per sentire
una finestra che come bocca di un pozzo
giunga in fondo al cuore della terra.
E si apra lungo questa continua grazia azzurra,
una finestra che nel favore notturno del profumo di nobili stelle
trabocchi di piccole mani della solitudine,
e da lì potremo invitare il sole
all’esilio dei gerani.

Mi basta una finestra.

Vengo dal paese delle bambole
sotto l’ombra di alberi di carta
nel giardino di un libro illustrato
dalle stagioni secche dell’esperienza arida dell’amicizia e dell’amore]
dai sentieri polverosi dell’innocenza
dagli anni fiorenti nelle pallide lettere dell’alfabeto
da dietro i banchi di una scuola malsana
quando i bambini ormai sapevano
scrivere sulla lavagna la parola pietra
gli stormi confusi volarono dai vecchi alberi.

Vengo dal cuore fra le radici di piante carnivore
e la mia testa ancora
trema all’urlo terribile di una farfalla
crocifissa sull’album con uno spillo.

Quando la mia fede era impiccata alle fragili corde della giustizia
e in tutta la città
facevano a pezzi il cuore dei miei occhi,
quando soffocarono con il fazzoletto nero della legge
gli occhi infantili del mio amare
e dalle tempie pulsanti della mia speranza
sgorgavano fiotti di sangue,
quando la mia vita ormai non era più nulla,
nulla, se non il tic-tac di un orologio,
capii che dovevo amare,
amare, amare follemente.

Mi basta una finestra.
una finestra nell’ora dell’intesa, dello sguardo, del silenzio.
Adesso l’albero di noci è talmente cresciuto
che spiega alle sue giovani foglie
la presenza del muro.

Chiedi allo specchio
il nome che ti salverà,
la terra che freme sotto i tuoi passi
non è più sola di te stessa?

I profeti del nostro tempo
hanno forse portato le scritture della rovina?

Queste esplosioni continue,
e le nuvole sporche
sono forse l’annuncio di un canto sacro?

Tu, amico, tu, fratello, tu che hai il mio stesso sangue
quando arriverai sulla luna
scrivi la storia della strage dei fiori.

Sempre i sogni
s’infrangono dall’alto e muoiono,
io annuso il quadrifoglio
che spunta sulla tomba di antichi sensi.

La donna che divenne polvere nel sudario dell’attesa e del pudore,]
era forse la mia giovinezza?
Salirò di nuovo, io, per le scale della curiosità
per salutare il buon Dio che cammina sul tetto di casa?
Sento che il tempo è trascorso
sento che è un istante la mia parte
tra le pagine di storia
sento che il tavolo è il pretesto di una pausa
tra i miei capelli e le mani di questo triste sconosciuto.

Parla, parla con me
esiste forse qualcuno che conceda a te il suo corpo caldo?
E da te non desideri altro che sentire la vita che scorre?
Parla, parla con me,
salva,
al riparo della mia finestra,
sono amica del sole.

 

Per una biografia completa, vi segnalo questo articolo di Marzieh Khani  (Università per Stranieri di Perugia):

https://altritaliani.net/forugh-farrokhzad-alla-ricerca-della-liberta-vita-e-opere/

Vi segnalo anche questo articolo di Domenico Ingenito:

https://rebstein.wordpress.com/2010/02/24/la-strage-dei-fiori/