Si svegliò diverse ore più tardi, tremava ancora. Se non altro, l’indomani dal gurdwara avrebbero portato altre coperte, una in più per ciascuno. Ora che il gelo si avvicinava erano indispensabili. Si mise seduto sfregandosi le braccia. Il vento notturno si era fatto più pungente e, quando si volse a guardare la fila di corpi addormentati, Randeep vide che erano sepolti sotto una fuggevole coltre di foglie morte.

L’anno dei fuggiaschi, di Sunjeev Sahota, Chiarelettere editore 2018, traduzione di Sara Reggiani

In tempi in cui si parla tanto di immigrazione soltanto per aizzare gli animi e coltivare l’odio a fini strumentali, giunge in libreria (in Italia, perché l’edizione originale risale al 2015) un romanzo che dovrebbero leggere tutti, soprattutto gli attori sulla scena del teatrino reazionario che ci balla davanti agli occhi. Ma non lo faranno, si sa, e poi cinquecento pagine richiedono troppo tempo e riflessione per chi è abituato a liquidare ogni questione con slogan che bruciano in poche ore e vengono confezionati pescando dalla retorica a portata di clic.

Questo romanzo non fa retorica; nemmeno del paternalismo o vittimismo; ci mostra la realtà per comprenderla, in modo tanto realistico quanto poetico. Nel modo che solo i grandi scrittori sanno fare. Andando a fondo delle cose, senza fermarsi alla superficie; indagando tra sogni e speranze, tra delusioni e cinismo, senza mai perdere di vista che è l’umanità intera ad essere sconfitta quando ogni speranza è tradita, quando i giovani nemmeno possono sperare in un futuro migliore, pur lottando e mettendo a rischio la propria vita.

Sahota narra le vicende di tre ragazzi, Randeep, Avtar e Tarlochan, e di una ragazza, Narinder, che intrecciano le loro vite in un anno cruciale delle loro esistenze. Sullo sfondo, l’India e l’Inghilterra, il presente e il passato. Le disumane condizioni di lavoro, quando c’è, il cinismo di chi sfrutta i disperati, la solitudine; e una cultura, quella indiana, dove il concetto di casta si applica in modo spietato. Ma anche la tenacia, la forza di volontà che spinge oltre i propri limiti, che fa restare in piedi anche quando tutto sembra perso. Immigrati, clandestini e regolari appena arrivati sul suolo britannico, e discendenti di seconda o terza generazione. Realtà che l’autore conosce bene, lui che è nato in Inghilterra da genitori indiani, originari del Punjab come i protagonisti del romanzo, e che ha raggiunto a fatica un sentimento di (parziale) integrazione. Come il dottor Cheema, uno dei protagonisti minori del romanzo. Nato in Inghilterra, con un buon lavoro e una bella casa, che si sente comunque un ospite.

Conosciamo i tre ragazzi quando sono già in Inghilterra, alle prese con un duro lavoro precario – uno dei mille che faranno -, sfruttati, ammassati un alloggio fatiscente, affamati e disperati perché i soldi non bastano. Hanno alle spalle vite ed esperienze diverse, condizioni sociali diverse, ma tutti e tre sono stati costretti a lasciare il loro paese e a cercare una possibilità di riscatto in Inghilterra. Il lettore scopre il loro passato grazie ai flash back che portano a galla esperienze dolorose, tragiche nel caso di Tarlochan (Tochi). Si entra in contatto con la mentalità diffusa in quella regione, il Punjab, in bilico tra modernità e arretratezza, segnata da una povertà estrema e diffusa in netto contrasto con la ricchezza e l’indifferenza dei pochi privilegiati. Tochi è un chamaar, il livello più basso nel sistema delle caste, e il suo destino, in patria, è praticamente già scritto. Dopo mille tentativi e la terribile sciagura, non ha alternative, parte come clandestino. Avtar è figlio di un piccolo negoziante, ha studiato, ma quando gli affari del padre vanno a picco, ecco che è costretto anche lui a trovare una via d’uscita. Parte per l’Inghilterra ufficialmente con un regolare visto da studente ma in realtà deve lavorare, e tanto, per ripagare i debiti che ha contratto per mantenere il negozio. E Randeep, che appartiene ad un livello sociale alto, in quanto il padre è un funzionario governativo, cresciuto in agiatezza, si ritrova comunque a dovere tentare la sorte quando il padre, a causa di una malattia, viene licenziato.

Tre personalità diverse, tre ragazzi – poco più che adolescenti – costretti a fare i conti con una realtà spietata, che li cambierà dentro, che li costringerà ad accettare anche i lati peggiori che l’uomo tira fuori nella lotta per la sopravvivenza.

«Ti costringe a pensare solo a te stesso.» Gurpreet parlava piano. «Questa vita. Rende tutto una competizione. Una lotta. Per il lavoro, per i soldi. Non c’è pace. Mai. Una lotta continua per il prossimo lavoro. Lotta, lotta, lotta. E non ha importanza se sei più forte degli altri, ci sarà sempre un fottuto chamaar con cui dovrai dividere il lavoro o un ragazzino ricco che si è comprato una moglie.»

«Ognuno gioca le carte che ha» disse Avtar.                                     

Gurpreet fece schioccare la lingua. «Oppure si smette di giocare. Ci si sbarazza degli avversari.»

Insieme a loro c’è Narinder, nata in Inghilterra ma profondamente legata alla sua cultura e religione – sikh -; una vita vissuta fino a vent’anni senza porsi domande, accettando con convinzione e devozione il suo destino di donna destinata ad un matrimonio combinato. Finché si troverà di fronte la vita sfortunata di una ragazza che la spingerà a riflettere su se stessa, su ciò che si aspetta dalla vita, e su come mettere in pratica i precetti di altruismo che le sono stati insegnati. Narinder entra nelle vite dei ragazzi perché decide di aiutare uno di loro a emigrare in Inghilterra: accetta un matrimonio di facciata con Randeep per permettergli di ottenere un visto per l’espatrio. Una soluzione temporanea, visto che basta solo un anno e poi Randeep potrà ottenere il ricongiungimento dei suoi familiari e divorziare da lei, restituendole la libertà delle sue scelte.

Ma la vita, si sa, non è fatta di strade dritte.

Sahota in questo bellissimo romanzo mette sul piatto questioni attualissime e scottanti. Prima tra tutte il razzismo, declinato sulla concezione delle caste che pervade la società indiana in patria e nei luoghi dell’emigrazione; lo sfruttamento operato attraverso lavori precari e sottopagati, tutti irregolari, senza alcuna tutela e con una dose disturbante di cinismo per mano di indiani su indiani; l’indifferenza della società che accoglie questa migrazione che, al di là delle regole scritte in apparenza applicate, poco si cura delle maestranze che vengono impiegate in clandestinità, salvo risolverle con qualche retata ed espulsione; lo spaesamento di chi giunge da una cultura diversa e la totale estraneità verso una società che difficilmente gioca la carta dell’accoglienza.

Ma quello che colpisce, e che rende indimenticabile il romanzo, è l’evoluzione emotiva e relazionale dei suoi personaggi in una trama che mi porta a definirlo anche un romanzo di formazione. L’intreccio narrativo poggia sulla crescita dei protagonisti, sulle prove che la vita gli mette di fronte, facendogli assumere nuove consapevolezze attraverso ferite e lacerazioni, fisiche ed emotive, sfociando nella loro crescita come persone. Un rito di passaggio che in questo anno da fuggiaschi li consegna alla vita adulta pagando un prezzo molto alto.  

Sunjeev Sahota è nato nel 1981 nel Derbyshire, Inghilterra, e vive attualmente a Sheffield. Il suo primo romanzo Ours Are the Streets è stato pubblicato nel 2011.
Nel 2013 è stato inserito nella lista Best of Young British Novelists della rivista letteraria “Granta”. L’anno dei fuggiaschi è stato finalista al Man Booker Prize, ha vinto il Premio dell’Unione europea per la letteratura, il South Bank Sky Arts Award e l’Encore Award. Eletto tra i migliori libri dell’anno da “The Guardian”, “The Observer”, “The Boston Globe”, “The Washington Post”, è in corso di pubblicazione in quindici Paesi.

Potete leggere l’incipit qui.