In questa vetrina spiccano due gialli, molto letterari e molto intriganti, entrambi ambientati nell’Europa dell’Est.

Urban Piano D

Piano D, di Simon Urban, Keller editore giugno 2018, traduzione di R. Gado, pagg 544

“La verità è verità. La verità è ciò che non puoi cambiare. La verità sono i fatti”. A meno che non ci sia di mezzo la Stasi…
In una Germania dominata dalla Rianimazione della DDR anziché dalla Riunificazione tra Est e Ovest, un omicidio diplomatico rischia di far saltare le consultazioni sul transito del gas dalla Russia al mondo occidentale.
Per non compromettere equilibri già fragili il caso viene assegnato a due investigatori, uno dell’Est e uno dell’Ovest, che lavorano fianco a fianco in un mondo fatto di tranelli, amori finiti, desideri irrisolti, labirinti di prigioni e personaggi stralunati. Per quanto animati da fini e ideali opposti, all’apparenza sono entrambi al servizio di un unico padrone: la verità.
Il geniale thriller di Urban trasporta il lettore in un mondo che indaga con invenzioni sorprendenti i sistemi politici del passato e del presente, e lo tiene inchiodato a una trama brillante con una lingua poderosa, vivace e precisa. Tradotto in dodici lingue, Piano D ha conquistato lettori e critici − si è guadagnato un posto nella classifica dei dieci migliori crime novels dell’anno stilata da «Die Zeit» − trovando l’equilibrio perfetto tra il genere poliziesco, la qualità letteraria e la satira dei migliori romanzi distopici o, come in questo caso, ucronici.

Fredduzzi Taskent

La venere di Taškent, di Leonardo Fredduzzi, Voland editore ottobre 2018, pagg 181

Unione Sovietica, 1967. Una telefonata alle prime ore del mattino sveglia il commissario Kovalenko: il corpo senza vita di una giovane donna è stato ritrovato sotto un cumulo di neve. La vittima è Anastasija Timokina, affascinante e ambiziosa attrice uzbeka trasferitasi a Mosca per fare carriera. Le indagini si concentrano subito su alcuni personaggi che ruotano intorno al Teatro Taganka, in cui la ragazza si esibiva. Il direttore, Valerij Lebedev, sospettato di dissidenza dal regime, è da tempo tenuto sotto controllo dagli organi preposti; lo scontroso amministratore Platon Sobolev svolge irreprensibile il proprio lavoro; il critico Volodja Miller non sembra condurre la vita del tipico intellettuale. Tutti e tre hanno avuto una relazione con Anastasija, e tutti e tre hanno qualcosa da nascondere. Al commissario Kovalenko spetta il compito di ricostruire la verità, cercando di orientarsi tra quinte, fondali, maschere e false identità.

La terza proposta riguarda un romanzo che “consente di soffermarsi su accadimenti storici poco noti o solitamente poco ricordati. Degli ebrei di Libia perseguitati e quindi cacciati dalle loro case e dal loro Paese, infatti, non si conosce granché e un romanzo come questo può forse colmare qualche lacuna illuminando e descrivendo un momento storico rammentato da pochissimi. ” Maria Tortora, Lankenauta

Dawan la via del vento

Qual è la via del vento“, di Daniela Dawan, edizioni e/o 2018, pagg 240

«Signora, presto, vieni via». È l’atterrito aiutante arabo del marito a strattonare Virginia. Ecco, il pericolo talvolta può anche scoppiare all’improvviso come se fosse una bomba tra la folla. E così avviene fin dalla prima riga in questa emozionante storia di fuga e di esilio. Siamo nel momento della Guerra dei sei giorni e contro i cittadini ebrei di Tripoli da una folla esaltata si sta scatenando una speciale caccia all’uomo a cui sarà arduo resistere. Un libro incalzante per i fatti narrati che pur tuttavia riesce a soffermarsi sui risvolti personali di personaggi indimenticabili e sul colore e calore di un gruppo fino ad allora fortemente integrato con la vita dei propri vicini.
Lia Levi

Tripoli, giugno 1967. La Guerra dei sei giorni in Medioriente scatena terribili violenze contro gli ebrei di Libia. Uccisi, depredati dei loro averi, sono oggetto dell’odio di masse inferocite che il vecchio re Idris non controlla. Bisogna fuggire, nascondersi. E così Ruben e Virginia Cohen, con i vecchi genitori di lei, Ghigo e Vera Asti, si barricano nel loro appartamento, circondato da uomini armati di spranghe e coltelli. Micol, la loro bimba di nove anni, è bloccata a scuola dalle suore italiane che non vedono l’ora di liberarsene: l’istituto rischia per la presenza della bambina ebrea, l’unica rimasta di tanti allievi. L’esile Micol è timida, vive in un mondo di fantasia tutto suo in cui si figura come compagna la sorellina morta prima che lei nascesse e di cui non sa nulla. Nessuno infatti gliene parla mai, su Leah grava un segreto.

Tripoli, giugno 2004. Al governo del Paese ormai da molti anni, il colonnello Gheddafi tenta di riprendere i contatti con gli ebrei libici emigrati in Italia, di cui ha confiscato tutti i beni. Invita perciò a Tripoli una delegazione. Ad accompagnarla c’è anche l’avvocato Micol Cohen, la bambina esile e insicura di un tempo. Adesso è una donna protagonista della sua vita, professionalmente riuscita, che non ha mai saputo costruire un legame sentimentale stabile. E il suo pensiero, una volta in Libia, va alla sorella così presente nella sua infanzia e di cui dovrà esplorare il segreto.

Daniela Dawan è nata a Tripoli (Libia), dove è vissuta fino all’età di dieci anni. Costretta a fuggire con la famiglia per gli eventi drammatici che avvennero in Libia durante la Guerra dei sei giorni (giugno 1967), approda in Italia.
Già avvocato penalista, è ora Consigliere della Suprema Corte di cassazione “per meriti insigni”. È vissuta a Milano, Bruxelles, New York. La sua attività attuale si svolge prevalentemente tra Milano e Roma.
Ha esordito nella narrativa con numerosi racconti e con il romanzo Non dite che col tempo si dimentica(Marsilio Editori, 2010).

L’ultima proposta è un’esplorazione dell’India attuale; non quella di Bollywood, né quella della nuova borghesia, ma quella, antica e moderna al tempo stesso, della povertà e delle fughe.

Mukherjee redenzione

Redenzione, di Neel Mukherjee, Neri Pozza editore 2018, traduzione di A. Nadotti e N. Gobetti, pagg 283

Costruito intrecciando magistralmente vite segnate dalla crudeltà e dalla violenza, Redenzione è uno straordinario romanzo corale che pone al suo centro la volontà di riscatto di cinque personaggi accomunati, in India, da un unico desiderio: vivere una vita migliore. Un desiderio che si misura con una potenza tuttora imperante nell’India moderna: la povertà, vissuta come una vera e propria punizione divina («I morsi della fame sono un grande castigo. Dio ci ha dato lo stomaco per punirci» dice la madre di una delle protagoniste del libro) e, ad un tempo, come la forza che sradica, che muove a un’esistenza diversa, che può essere caratterizzata tanto dall’umiliazione e dalla vergogna quanto dal riscatto e dalla redenzione. Ecco allora la donna, che dalla campagna ha raggiunto la grande metropoli per lavorare fino allo stremo e garantire gli studi al giovane nipote in Germania; ecco il contadino diventato in città un mazdoor, un muratore esposto alla miseria e ai pericoli del suo nuovo stato; l’uomo che crede  i arricchirsi insegnando a danzare al suo orso, e diventando nei fatti un qalandar, un maldestro sfruttatore di animali; la ragazza che abbandona il villaggio per rifugiarsi nella giungla e trasformarsi in una naxalita, una ribelle maoista; il padre che ritorna in India per smarrirsi definitivamente nell’improvvisa, incomprensibile oscurità del suo  aese natìo.
Romanzo dickensiano che si inoltra nella zona d’ombra dell’India moderna, quella delle «vite altre» cui la modernizzazione ha concesso nient’altro che nuova onta e oltraggio, Redenzione è una magnifica conferma del talento di Neel Mukherjee, uno dei protagonisti principali della nuova scena letteraria internazionale, uno scrittore cosmopolita capace di «un’opera dall’alto valore letterario» che è,insieme, «un tributo compassionevole a tutti coloro che, dimenticati, cercano di trionfare sulla sottomissione» (Publishers Weekly).

Sempre su questo filone, vi ripropongo il post dedicato ad un romanzo che personalmente mi ha lasciato un segno molto forte:

Sahota fuggiaschi