Per quanto grottesco gli sembrasse, si accorgeva di essere lui a soffrire. Lui, felice e fortunato, circondato da una compagna e una bambina da raccontare, che non trovava pace all’idea che la donna per cui mentiva rispettasse così serenamente la sua vita. (..) Lo aveva capito dall’inizio che non avrebbe mai interferito nella sua vita. E questo, invece di rendergli le cose più semplici, gliele complicava. (..) Sembrava che non volesse più di quanto lui fosse disposto a darle. Che il desiderio di un futuro con lui non la riguardasse per niente.

La donna di scorta, di Diego De Silva, Einaudi ET Scrittori 2001, pagg 144

Avevo da tempo in libreria questo romanzo breve, che ancora non avevo letto, e che una amica mi ha recentemente chiesto in prestito consigliandomi, quando me lo ha restituito, di leggerlo. E così mi sono decisa. L’autore, un mio coetaneo, è ben noto ma confesso di non avere mai letto niente di suo. Capita. A volte si trascurano autori non per cattiva volontà, o di proposito, ma solo perché la nostra attenzione è catturata da altri, magari più visibili, o magari con proposte legate a temi che si stanno approfondendo. Sono contenta, ora, di averlo letto perché, nella sua brevità, propone una storia intensa, che apre molti interrogativi sulle menzogne, o false verità, dietro cui ci trinceriamo, su quelle “sliding doors” che attraversiamo nella vita, magari in certi periodi particolari, o perché il caso, a cui ci arrendiamo, ce lo permette, creando le premesse e le condizioni per attirarci nella sua ragnatela. E mettendo a nudo le nostre debolezze e il bisogno di conferme che ci facciano mantenere saldo il timone delle nostre vite e dell’autostima.

Livio e Dorina si incontrano per caso per strada, una di quelle vie in cui si passa per andare da un’altra parte, di fretta, senza andarci di proposito. Incrociano i loro sguardi e accade qualcosa: capiscono che hanno bisogno di cercarsi, perché “viviamo nell’attesa permanente di un estraneo a cui consegnarci mani e piedi”. Che si potrebbe anche interpretare come un: nonostante le apparenze asseriscano il contrario, non sono così felice, manca quel qualcosa di stimolante, che tiene sulla corda, che ti fa fare cose di cui sai che prima o poi potresti pentirti ma che senti il bisogno assoluto di fare.

Livio ha una compagna meravigliosa, Laura, che lo ama e lo accudisce con tenerezza e devozione, hanno una bambina, Martina, deliziosa, una bella casa, un negozio di antiquariato. Dorina è single, o almeno lo si presume, perché di sé e della propria vita non dice molto a Livio, e anche a noi lettori non è dato conoscere più di quello che Livio stesso sa; ha un’agenzia di supporto ai tesisti, cioè scrive le tesi a pagamento. Vive da sola in un appartamento semplice, quasi spoglio, che rappresenta visivamente la sua semplicità, la sua concretezza operativa.

Tra di loro inizia una relazione clandestina, intensa ma relegata ai momenti liberi che Livio riesce a ritagliarsi senza insospettire la compagna. Momenti verso i quali Livio si precipita come un lupo famelico, bisognoso di spegnere quella fame di vita e di emozioni che la routine del suo rapporto consolidato non è più in grado di dargli. Ma soprattutto perché Dorina non è come lui se l’aspetta. Lei non gli chiede nulla, vive pienamente il tempo in cui lo ha per sé, ma non fa domande, non avanza pretese o rancori. Rispetta gli obblighi di Livio con naturalezza, non oppone ripicche o musi; ma questo mette in crisi l’uomo che sente così di non riuscire a conquistarla del tutto, non riesce a sentirsi al centro del suo universo, non avverte in lei quel bisogno di rapporto assoluto che invece lui prova e che si aspetterebbe anche da lei.

L’amore di Dorina per Livio è sufficiente a se stesso, non ha bisogno di trasfigurarsi nella quotidianità di un rapporto di coppia che condivide una casa, delle abitudini, dei progetti. Anzi, è così più libero, più svincolato da ciò che potrebbe divorarlo, rendendolo abitudinario, e facendogli quindi perdere proprio ciò che lo rende desiderabile. È in questo che Dorina è speciale, e lo è agli occhi di Livio, in tutta la sua purezza, facendo sì che lui non abbia appigli a cui attaccarsi per rinunciare ad un amore che invece di togliere, aggiunge, che invece di umiliare rende felici. Un amore senza futuro che vive del presente finché lo si tiene in vita. Un amore che però mette in luce anche i limiti di chi, come Livio, ha bisogno di certezze; sapere di aver tutto un mondo perfetto alle spalle in cui potersi rifugiare, anche quando se ne rifugge, è un po’ come una scialuppa di salvataggio, ti assicura che in caso di naufragio puoi trovare la via della salvezza, anche se il viaggio verso una terra remota e inaccessibile è più eccitante.

Lascio alla vostra lettura sapere come andrà a finire, cosa ne sarà di questo amore.

Il lettore percorre la vicenda attraverso il punto di vista di Livio, personaggio la cui psicologia viene approfondita e sviscerata, mentre quella di Dorina rimane più vaga, più scarna anche nelle informazioni su di lei. Volutamente, proprio per fare sperimentare al lettore quel senso di insicurezza che il protagonista vive e che lo rende incerto dei reali sentimenti della donna, in un altalenante andamento che oscilla tra l’esaltazione dei momenti di comunione tra gli amanti, e la frustrazione dei dubbi.

Credo che De Silva, attraverso una storia come forse ci sembra di averne viste e sentite tante, ma che presenta uno specifico punto di rottura rispetto al classico déjà vu, ci voglia fare riflettere su quanto siamo propensi ad abbandonarci al caso, a perdonarci scelte che non facciamo, o che non abbiamo il coraggio di fare, perché, proprio come dice nel romanzo, il caso “fa quello che non gli viene impedito”.

Qui potete leggere l’incipit.