Che cosa poteva contrapporre al rumore del tempo? Solo la musica che viene da dentro – la musica del nostro essere – che alcuni sanno trasformare in musica reale. E che se nei decenni a venire sarà abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformerà nel mormorio della storia.

Il rumore del tempo, di Julian Barnes, Einaudi ET Scrittori 2016, traduzione di Susanna Basso, pagg 205

 Di Šostakovič – uno dei miei musicisti preferiti – e di Julian Barnes avevo già parlato in passato, citando un articolo che lo scrittore inglese aveva dedicato al grande compositore e apparso sul “The Guardian”. Tra i regali di Natale mi è giunto il libro che tanto desideravo leggere e di cui oggi vi parlo.

In questo libro Barnes ricostruisce la vita del grande compositore “da dentro”, cioè interpretando le sue tormentate relazioni con un tempo e un regime che ha cercato in ogni modo di umiliarlo e addomesticarlo, lungo tutta la sua vita, facendolo diventare un simbolo di quella resistenza passiva che ha come unico scopo quello di difendere la propria capacità artistica, le persone amate e gli amici, facendolo apparire come un codardo, a dispetto del fatto che “essere codardi era l’unica scelta possibile”.(cit. J. Barnes). Come ben sintetizzano i versi di Evtušenko citati nel libro:

C’era un altro scienziato, suo coetaneo,

di Galilei non meno perspicace.

Costui sapeva che la Terra gira,

ma aveva purtroppo famiglia.

Il libro – a metà tra un romanzo e una biografia – ben documentata, come ci si può aspettare da uno studioso come Barnes – prende il titolo da un’opera autobiografica di Osip Mandel’stam, che come sappiamo, pagò con la vita le sue scelte. Diviso in tre parti, esattamente coincidenti con i tre “incontri” col Potere che, a cadenza dodecennale, hanno condizionato la sua esistenza.

sostakovic foto

Sapeva solo che era quella la volta peggiore”. Con questa frase inizia ciascuna delle tre parti.

E di volte peggiori Dmitrij Dmitrievič ne sperimenta tre, tre incontri col Potere, tre faccia a faccia orchestrati per distruggerlo o mortificarlo. O per addomesticarlo. Perché il grande compositore ebbe la sfortuna – “al proprio destino non si sfugge” – di vivere sotto il regime sovietico, esercitato da Stalin prima, e da Chruščëv poi. Regime che esercitava il controllo assoluto sul popolo, e su tutto ciò che ogni singolo individuo poteva produrre, che fosse nelle miniere, o nelle fabbriche o nelle università, o nelle arti. Una macchina ben oliata e capace di intervenire in modo capillare su chiunque.

La purezza proletaria era per i sovietici non meno essenziale di quella ariana per i nazisti. (..) Perché gli ingegneri (ingegneri dell’animo umano,cit) volevano sottoporlo alla stessa manutenzione riservata a tutti gli altri. Volevano che accettasse di di essere «riforgiato», come un manovale ai lavori forzati sul canale del Mar Bianco. Pretendevano uno « Šostakovič ottimista». Anche se il mondo era immerso fino al collo nel sangue e nello stallatico, a te era richiesto di conservare il sorriso sulla faccia..

Tutto inizia il 26 gennaio del 1936, quando al compositore viene chiesto di assistere alla rappresentazione della propria opera, “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, opera che stava riscuotendo grande successo, a cui – pubblico d’eccezione, nascosto nel palco d’onore – presenziano il compagno Stalin, e i compagni Molotov, Mikojan e Ždanov. Due giorni dopo, appare sulla “Pravda” un editoriale in cui l’opera viene definita «Caos anziché musica». In quell’articolo ogni parola, ogni giudizio – “piccolo borghese, formalista” -, sancisce una condanna. Condanna i cui effetti, nel regime del Terrore, sono facilmente immaginabili. In realtà, tutto era già cominciato nel 1929, quando gli era arrivata una denuncia ufficiale in cui lo si informava che la sua musica si stava «allontanando dalla strada maestra dell’arte sovietica», lo si licenziava dal suo impiego e Miša Kvadri, suo amico e dedicatario della sua Prima sinfonia, veniva arrestato e fucilato. Una intimidazione chiara, un messaggio preciso circa le sorti che avrebbero potuto subire amici e parenti. Difficile davvero fare gli eroi, in queste circostanze.

sostakovic lady macbeth

E così, mentre Šostakovič prova a reagire cercando sostegno in chi aveva creduto in lui e nella sua musica, intorno si inizia a fare il vuoto, e musicisti, colleghi e critici si affrettano a prendere le distanze – anch’essi preoccupati di salvarsi la pelle – dal “nemico del popolo”, da colui che “non ha minimamente tenuto conto di ciò che il pubblico sovietico cerca e si aspetta dalla musica” (parole dell’articolo sulla “Pravda”). Passano le settimane, un tempo infinito, saturo di terrore, in attesa dell’arresto, che il musicista attende, la notte (gli arresti avvenivano sempre nel cuore della notte) vestito e con la sua valigetta, di fianco all’ascensore, per non dovere subire l’ulteriore umiliazione di essere portato via dal letto in veste da camera. Attesa che culmina nella convocazione, nella primavera del 1937, per un colloquio col Potere, nella persona di Zakrevskij, a Leningrado, nella Grande Casa. Il funzionario gli dice esplicitamente che se vuole salvare sé e la sua opera – naturalmente rivista e corretta – deve fare i nomi dei partecipanti al complotto contro il Capo Supremo, ordito in casa del maresciallo Tuchačevskij, suo amico e protettore, che lui si rifiuta di tradire. Gli vengono concessi tre giorni di tempo per riflettere, dopo di che, dovrà tornare e fare i nomi. Ma quando, il lunedì, si ripresenta alla Grande Casa, di Zakrevskij non c’è traccia, vittima anch’egli di una “purga”.

Dopo questo episodio, Šostakovič vive nel continuo terrore che lui e soprattutto i suoi familiari siano in pericolo, e teme le conseguenze a lungo termine, anche nel caso in cui i suoi familiari siano risparmiati.

E chi poteva prevedere quale ombra la sua morte avrebbe gettato sulla sua famiglia?”

Ma il Potere lo risparmia, lo lascia vivere, ma a che prezzo? Lui, intanto, si rifugia nella sua musica e continua a comporre, apprezzato dal pubblico, anche se viene continuamente criticato e mortificato dall’apparato, e lo fa opponendo il solo strumento che ha a disposizione, l’ironia. E accetta di ammettere che la sua Lady Macbeth forse poteva essere modificata.

Il sarcasmo costituiva un pericolo per chi lo utilizzava, essendo identificabile come il linguaggio del demolitore e del sabotatore. L’ironia invece – forse, talvolta, o così sperava – poteva permetterti di conservare qualcosa di prezioso, perfino quando il rumore del tempo si faceva abbastanza forte da mandare in frantumi i vetri delle finestre. (..) E l’ironia, era in grado di proteggere la musica?

Dopo la Grande Guerra Patriottica, l’apparato si serve di tutti i mezzi, e di tutti gli intellettuali ed artisti più in vista, per perorare la propria causa. E anche Šostakovič viene strumentalizzato. In quello che sarà il suo secondo incontro diretto col Potere, Stalin in persona lo “invita” ad unirsi ad una delegazione che presenzierà a New York ad una conferenza per la pace; siamo nel 1949. In cambio, gli viene offerto di essere riabilitato. Del resto, non è che avesse la possibilità di rifiutare l’invito …

Ecco che la macchina infernale confeziona la più umiliante delle sconfitte del compositore, il “disonore morale”: vedersi costretto a ripudiare Stravinskij – esule negli USA, che si era rifiutato di presenziare alla conferenza , il cui genio era per lui il più assoluto, e a farlo in diretta di fronte a migliaia di giornalisti. Cosa gli rimaneva della sua vita, dell’opinione su se stesso, del giudizio della Storia? Cosa poteva fare di fronte a questo mostro? Suicidarsi?

Ecco perché non poteva uccidersi: perché gli avrebbero rubato la sua storia e l’avrebbero riscritta. E a lui, in un modo disperato e forse nevrotico, era indispensabile credere di avere voce in capitolo in quella vita, in quella storia.

Šostakovič guarda con profonda amarezza a coloro che vorrebbero testimoniargli in qualche modo vicinanza, come i dimostranti all’ingresso dell’hotel in cui si era svolta la conferenza, che esibivano un cartello con scritto “Noi ti capiamo”. Guarda invece con disprezzo i “filantropi occidentali” che vanno in giro a sostenere che la Russia è il paradiso: Malraux, George Bernard Shaw, Romain Rolland, Picasso, Sartre.

Passano gli anni, e tra molte difficoltà e ulteriori rospi da ingoiare, convivendo col terrore cronico, Šostakovič continua a comporre, perché l’unico modo di tenersi attaccato alla vita è comunque pensare alla musica, dare corpo al suo estro creativo. Dopo la morte di Stalin inizia una nuova era, quella di Nikita Chruščëv, che si manifesta con toni e maniere diverse ma che, alla fine, persegue gli stessi obiettivi di controllo e di potere. Si arriva al 1960, quando avviene il suo terzo incontro col Potere.

Dunque i suoi Colloqui col Potere divennero, senza che in un primo momento se ne accorgesse, più pericolosi per l’anima. Prima, misuravano i confini del coraggio; ora, quelli della vigliaccheria.

Il Potere, nella persona di Pospelov, gli “offre” la carica di Presidente dell’Unione dei Compositori dell’URSS, naturalmente senza alcuna possibilità di rifiuto e dovendo in cambio (come se lui avesse agognato quella carica e quindi dovesse dare qualcosa in cambio) iscriversi al Partito, cosa che lui si era sempre rifiutato di fare: “ho sempre detto, è stato anzi uno dei principî base della mia esistenza, che non mi sarei mai iscritto a un partito che ammazzava la gente”. Ma il Potere sa come esercitare pressioni tali da sfiancare un uomo ormai già provato da anni di intimidazioni, e alla fine Šostakovič cede.

Forse era questa una delle tragedie che la vita ordisce contro di noi: che sia nostro destino diventare in vecchiaia ciò che in gioventù abbiamo più disprezzato.

E al peggio non c’è limite: viene costretto a firmare una lettera pubblica contro Solženicyn, e poi contro Sacharov. Lui sperava che nessuno credesse che quelle lettere fossero state scritte da lui, ma invece la gente ci credette, amici e colleghi gli voltarono le spalle. “Aveva tradito se stesso, e la buona opinione che gli altri conservavano di lui. Era vissuto troppo a lungo.” “ Eccola, l’estrema irrefutabile ironia della sua vita: che lo avessero ucciso, permettendogli di vivere”.

Ho letto questo libro con grande partecipazione perché in esso è contenuto tutto l’assurdo che una tirannia – di qualsiasi natura essa sia – può esprimere, e quali ne possano essere gli effetti sulle coscienze di chi, diviso tra la propria onestà intellettuale e la volontà di salvaguardare le vite di chi ama e la propria arte, si vede costretto a soccombere.

Arrivata alla fine di questa tremenda parabola, mi sono chiesta cosa io, o ciascuno di noi, avrebbe fatto nei suoi panni.

Qui trovate l’incipit.