La divisione del subcontinente indiano ha aperto molte ferite, un milione di persone sono morte, sette milioni hanno dovuto rinunciare alla loro terra. Il Kashmir è la ferita principale, quella che sembra non chiudersi mai, proprio il celestiale Kashmir, i cui ghiacciai, laghi e prati hanno mandato in estasi poeti e viaggiatori, e purtroppo non solo loro. Sin dal XIV secolo la vallata ha avuto sovrani stranieri che l’hanno conquistata, sfruttata e spesso anche rivenduta.

Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto, di Navid Kermani, Keller editore 2019, traduzione di Fabio Cremonesi, pagg. 341

Kashmir Srinagar
Srinagar, Kashmir

Ecco uno di quei libri-reportage che un viaggiatore diretto verso quelle aree geografiche dovrebbe leggere. E non solo loro, ma tutti quelli che desiderano capire un po’ più a fondo come stanno le cose, viste dalla parte dei più deboli, cioè di coloro che le scelte politiche, militari ed economiche le subiscono, e quasi mai ne traggono vantaggio. Questo libro è un lungo viaggio, ma anche un condensato di riflessioni, di esperienze, di visioni che restituiscono, con umana partecipazione, un quadro accurato, a volte spietato, mai freddo, sempre delicatamente rispettoso; non vi troverete giudizi lapidari; piuttosto, una grande urgenza di capire e di mostrare. Kermani si muove in territori dove la complessità degli intrecci politici, religiosi e militari sono ai nostri occhi quasi inestricabili; paesi in guerra perenne – come l’Afghanistan -; paesi su cui le potenze mondiali hanno giocato come su una grande scacchiera per difendere posizioni, interessi economici, equilibri politici. Ma come vivono le popolazioni locali ciò che avviene intorno a loro?

Il grande vantaggio che Kermani ha dalla sua parte è quello di contenere in sé una visione multipla: le sue origini iraniane gli facilitano la comprensione del complesso mondo islamico, mentre l’essere nato e cresciuto nell’Europa occidentale lo mette nella posizione di cogliere altre logiche. Kermani è uno studioso e accademico che ha concentrato i suoi studi sulla mistica islamica, sul Corano e sul rapporto tra la cultura orientale e quella occidentale. E questo rende solida ogni sua osservazione.

Per me è stato particolarmente rivelatore il diario del Pakistan, paese di cui conosco poco, e quel poco condizionato dalla visione mediatica che dipinge un paese pieno di estremisti e terroristi. Kermani mi ha offerto una lettura più approfondita che tiene conto delle diverse anime di questo paese: il misticismo sufi, l’ascetismo, i santuari, e i talebani, e di come esse possano convivere, nella quotidianità più che nelle logiche di potere.

tehran-imam-khomeini
Teheran, Piazza Imam Khomeini

In questo volume sono raccolti undici diari di viaggio che si sviluppano dal 2005 al 2014, attraversando un territorio vastissimo: il subcontinente indiano, il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq, l’area del Mediterraneo orientale e cioè Siria, Palestina e Israele. E una tappa a Lampedusa.

Come ogni viaggiatore degno di questo nome, Kermani si accosta alle popolazioni locali, condivide le loro abitazioni, il cibo, lo stile di vita, fa domande e ascolta; lo fa con umiltà e apertura mentale, perché solo in questo modo si può comprendere la realtà. E come non pensare a un Rumiz o un Terzani, per rimanere in Italia, o a un Hugo Bader: tutti viaggiatori che ci hanno regalato grandi reportage e diari di viaggio. Personalmente, è un genere letterario che amo molto, e ne trovate ampie tracce sul blog; se vi piace questo genere, il catalogo della casa editrice Keller vi darà molti spunti di lettura.

Kermani punta sulle zone che percorre un occhio indagatore e chirurgico, non si ferma al primo livello di interpretazione – la bellezza dei luoghi, la storia, i comunicati ufficiali – si addentra nelle complessità delle logiche che si sono sviluppate negli ultimi decenni, per capire a cosa stanno portando, per cercare di dare un senso alle derive di instabilità e capire a cosa potranno condurre. Lui però è come se andasse contromano sull’autostrada della globalizzazione, dell’industrializzazione senza rispetto delle popolazioni locali e delle loro necessità, dello sfruttamento senza regole se non quella del profitto per le multinazionali e del mantenimento del potere da parte di chi lo monopolizza. Ecco cosa racconta dell’India:

Trasformate i senza terra in contadini, chiedeva il Mahatma Ghandi all’epoca dell’indipendenza. Oggi accade costantemente il contrario: i contadini diventano senza terra. Dove vengono scoperte ricchezze del sottosuolo, costruite fabbriche, insediate multinazionali, introdotte le tante Zone economiche speciali esentasse, per gli abitanti di solito ci sono poche speranze. Protetti da politici e funzionari pubblici che si aspettano introiti per le finanze pubbliche e spesso anche per le proprie, i servizi di sicurezza privati o addirittura la polizia stessa intervengono per espellere i contadini che non vendono i loro terreni per una manciata di rupie. pag 55

I due reportage – uno del 2006 e l’altro del 2011 – dedicati all’Afghanistan mi hanno lasciata senza parole. Tutti, più o meno, conosciamo il travagliato passato e il complesso presente di questo paese, in guerra perenne, ma vederlo attraverso gli occhi di Kermani è davvero disarmante. Il viaggio del 2006 si compie come ospite della NATO:

Chi gira per l’Afghanistan con la NATO deve considerare in modo altrettanto critico l’idea di vedere gli aiuti umanitari come parte di una strategia militare che mira a garantire alle truppe un ambiente sicuro e a raccogliere informazioni. (..) Ho sentito ripetere di continuo dagli ufficiali della NATO che il successo o l’insuccesso della loro missione non si decide sul campo di battaglia, ma in ambito umanitario. Sì, buonanotte, penso percorrendo le strade deserte di Kabul mentre i fuoristrada guidati da occidentali mi sorpassano a tutta velocità (..) Di per sé il concetto di nationbuilding sarebbe eccellente. In pratica però significa che la ricostruzione rafforza l’economia dei Paesi donatori.

 

Il secondo reportage, del settembre 2011, si intitola “I limiti di ciò che si può raccontare” , ed effettivamente, appare chiaro quanto sia ancora più difficile arrivare a comprendere una realtà mutevole e densa di contraddizioni, di tensioni ed estremismi, così come della quotidianità di chi prova a tirare avanti.

rifugiati siriani verso l'iraq
rifugiati siriani verso l’Iraq

Il diario del passaggio per l’Iran è datato 2009 e parla delle manifestazioni di protesta svoltesi a Teheran dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad. Protesta che viene brutalmente repressa dai reparti speciali; ecco cosa ne dice il taxista che accompagna Kermani dall’aeroporto in città:

I membri delle squadre antisommossa vengono selezionati soltanto in base al fisico e alla stupidità, poi gli viene fatto il lavaggio del cervello perché, nelle situazioni impossibili da simulare, non pensino proprio.

Kermani assiste a tre giorni durissimi e lascia il paese con amare consapevolezze:

In aereo mi stupisce il tono euforico dei commentatori internazionali che celebrano i dimostranti. Può darsi che lo facciano con le migliori intenzioni, ma non si rendono conto che contro questo apparato di sicurezza potente e pronto a usare la violenza, l’opposizione non ha nessuna speranza. E i guardiani della rivoluzione non sono ancora entrati in azione.

E sappiamo che aveva ragione.

Seguono i diari del passaggio in Iraq e Kurdistan, Siria e il capitolo sulla Palestina e il difficile rapporto con Israele.

Prima dell’ultimo passaggio per il Cairo – a chiudere il cerchio che si è aperto nel prologo -, Kermani ci porta a Lampedusa nel 2008, a casa nostra, nel giorno della festa patronale.

In confronto ai campi che ci sono in Libia, questo è un villaggio vacanze, come riferiscono i centrafricani, e lo è anche in confronto ai campi dei clandestini e dei nomadi alle periferie di molte grandi città italiane. (..) Lampedusa invece è indubbiamente conforme alla normativa dell’Unione Europea. Eppure, più miserabile di così, questo posto non sarebbe riuscito a concepirlo nemmeno Dio padre onnipotente.

Qui potete leggere l’incipit.