Uno dei generi letterari che ci permette di viaggiare per terre vicine e lontane è il reportage. Un genere che ha iniziato a prendere forma come letteratura – o diario – di viaggio a partire dal Settecento, epoca del “Grand tour”: mentre si osserva una certa oggettività nei resoconti di viaggio settecenteschi – epoca razionale, cosmopolita e antropocentrica – si riscontra una maggiore emotività e soggettività nei viaggiatori nel periodo del romanticismo, più inclini ad un’osservazione soggettiva, a volte sentimentale.

Il reportage moderno nasce all’interno della società di massa, grazie anche allo sviluppo dei mezzi di trasporto e delle nuove tecnologie – anche se, come vedremo, spesso i grandi autori di reportage narrativo preferiscono muoversi con mezzi poco veloci, e spesso a piedi – e a fare da sfondo a questo particolare genere giornalistico è sempre il viaggio: si viaggia per conoscere, per spirito di avventura o per informare su un luogo o un evento. Il viaggio ha sempre suscitato un fascino preponderante, dall’Odissea a Marco Polo, è il genere che ha più avuto fortuna e longevità.

Il reportage si arricchisce nell’ambito giornalistico: spesso gli autori di reportage sono corrispondenti o inviati dei giornali in zone di guerra, in zone remote o in aree geografiche attraversate da contraddizioni; il reportage così come si è sviluppato soprattutto nel Novecento, non si limita a fornire una serie di notizie, ma cerca di descrivere l’ambiente, il contesto, il retroterra di un avvenimento e di fornire al lettore notazioni che gli consentano di cogliere meglio il complesso di elementi che circonda e spesso condiziona il fatto raccontato.

Mentre il reportage più strettamente giornalistico rimane legato appunto alle pagine del giornale – a volte gli articoli possono essere raccolti e pubblicati sotto forma di volume – il reportage narrativo di viaggio assume caratteristiche più letterarie, la scrittura diventa elemento differenziante, e conferisce all’opera un valore appunto letterario. In senso ampio, possiamo dire che il reportage narrativo è un genere letterario ibrido, che analizza i fenomeni sociali attraverso uno stile letterario, ripercorrendo la storia dei luoghi e dei popoli, le loro religioni, i mezzi di sostentamento, insomma il complesso e composito puzzle di un’area geografica.

Se guardiamo a casa nostra, in effetti i maggiori autori sono (o sono stati) anche dei grandi giornalisti. Penso a Tiziano Terzani, a Paolo Rumiz, a Sergio Ramazzotti. Ma ce ne sono anche altri (di cui trovate sotto i titoli).

Terzani un indovino mi disse

Di Tiziano Terzani potrei suggerirvi tutti i suoi titoli, ma, per differenziare in aree geografiche questa carrellata di autori italiani, a lui vi affido per il continente asiatico. Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte Terzani: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai». Il 1993 diviene così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria: spostandosi in treno, in nave, in auto, e talvolta anche a piedi, Terzani si trova così a osservare paesi e persone della sua amata Asia da una prospettiva nuova, e spesso ignorata.

rumiz tee

Paolo Rumiz è uno dei miei autori preferiti, e ovviamente vorrei inserire qui molti suoi testi. Mi limito a tre, tra cui, se dovessi proprio scegliere, metterei al primo posto Trans Europa Express Seimila chilometri a zigzag da Rovaniemi (Finlandia) a Odessa (Ucraina). Un percorso che sembra tagliare, strappare l’Europa occidentale da quella orientale. È una strada, quella di Rumiz, che tra acque e foreste, e sentori di abbandono, si snoda tra gloriosi fantasmi industriali, villaggi vivi e villaggi morti.

Rumiz è oriente

Vi consiglio anche “È Oriente“: Dalle Alpi svizzere al Salento, da Vienna al Mar Nero, dalla crosta delle montagne alle pianure incise dal serpente del Danubio, un lungo viaggio, anzi una serie di viaggi, per imparare a guardare e a sentire la spalla orientale dell’Europa. Il volume raccoglie per la prima volta scritti editi e inediti del reporter italiano, in cui convivono gusto per il viaggio e dell’andare (attraversando paesaggi, incontrando uomini, sondando umori), la fascinazione del racconto e della parola.

Rumiz Appia

E un viaggio in Italia, a piedi, su una delle vie consolari che partono dall’Urbe.

Ramazzotti vado verso il Capo

Ramazzotti compie una traversata dell’Africa, attraversando il Sahara senza fuoristrada, affrontando le salite di fango rosso e scivoloso nel cuore della giungla su una bicicletta arrugginita, usando ogni genere di mezzo – camion, treni, merci, taxi, furgoni, traghetti, barchini – o andando a piedi e senza soldi per corrompere le autorità.

Tra le case editrici in cui si può trovare un’ampia offerta di libri afferenti a questo genere letterario, spicca Keller, editore che concentra la sua attenzione soprattutto sull’area della Mitteleuropa. La collana Razione K è espressamente dedicata al reportage narrativo che si muove tra giornalismo, letteratura di viaggio e approfondimento.

Ci sono poi bellissimi reportage rintracciabili in altre case editrici, come Marsilio, Iperborea, Exorma (date un’occhiata alla sezione “Viaggi”).

Allora andiamo alla scoperta di questa letteratura!

Assassino città albicocche

Libro di viaggio e reportage, indagine storica e sguardo sulla complessità del presente, Witold Szabłowski ci porta alla scoperta della Turchia di oggi offrendoci un ritratto polifonico che intreccia sogni e speranze, storia e memoria, imprese epiche e monumenti senza tempo, luci e ombre di un Paese perennemente a cavallo tra due mondi. Oriente e Occidente, presente e passato, Islam e islamofobia, conservatorismo e modernità. Mentre Szabłowski visita villaggi e città remote di questo bellissimo Paese, parla con camionisti, professori universitari, commercianti, imam e gente comune. Incontra giovani donne che fuggono da omicidi d’onore o che vivono senza libertà, incrocia famiglie di emigranti, giornalisti curdi, combattenti, ragazzi che protestano e ci regala pagine piene di ritmo, illuminanti, spesso divertenti, potenti e ipnotizzanti. La Turchia è anche il profumo delle albicocche di Malatya, i ponti sul Bosforo, il sogno di Sinan – detto il Michelangelo turco –, l’eredità di Atatürk, la patria delle fiction televisive, i versi di Hikmet, ma è pure violenza e misteri mai completamente risolti. Un libro pieno di spunti e connessioni.

Pamuk Istanbul

Istanbul come malinconia condivisa, Istanbul come doppio, Istanbul come immagini in bianco e nero di edifici sbriciolati e di minareti fantasma, Istanbul come labirinto di strade osservate da alte finestre e balconi, Istanbul come invenzione degli stranieri, Istanbul come luogo di primi amori e ultimi riti: alla fine tutti questi tentativi di una definizione diventano Istanbul come autoritratto, Istanbul come Pamuk”. (Alberto Manguel, “The Washington Post”). Una delle più affascinanti città del mondo raccontata con la passione enciclopedica del collezionista, l’amore del figlio, il lirismo intenso del poeta.

Westerman Ararat

Ararat, la montagna dove si arenò l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale, la vetta innevata di oltre cinquemila metri che angeli con spade di fuoco rendono inaccessibile al piede umano, il luogo sacro di miti e leggende, ma anche il terreno di perenni conflitti religiosi e politici: al confine tra Turchia e Armenia, fronte militarizzato tra Nato e Cortina di ferro, linea di demarcazione tra Islam e Cristianesimo. È sotto tutti questi versanti che lo esplora Westerman nel suo romanzo reportage: un viaggio alla conquista di una delle montagne sacre più impregnate di valori simbolici. Un itinerario fisico e spirituale, letterario e politico, sulle tracce di Noè, Gilgamesh, Pamuk, la questione armena e l’identità curda, le origini della leggenda del Diluvio e i tentativi di dimostrarne l’autenticità. Tra i personaggi, le affascinanti figure dei grandi cercatori dell’Arca, scienziati o avventurieri, religiosi o spie e perfino astronauti, e audaci scalatori di una cima resa ormai più impervia dalle raffiche di mitra che dalle tempeste.

Di questi reportage vi ho parlato nelle recensioni:

Jacek Hugo-Bader, Febbre bianca. Un viaggio nel cuore di ghiaccio della Siberia. Jacek Hugo-Bader si avventura attraverso la Siberia, da Mosca a Vladivostok, in pieno inverno. Viaggiando da solo su una jeep russa modificata, attraversa un continente che è grande due volte e mezzo l’America, pieno di banditi e dove le strade lo sono solo di nome. Lungo la sua odissea, Hugo-Bader scopre grandi tragedie umane, ma anche un inatteso humour nero tra i pastori di renne, le tribù nomadi, gli ex hippy, gli sciamani, i senzatetto e i seguaci di alcune delle molte religioni arcane che ancora fioriscono in questa terra isolata e incredibile.

I diari della Kolyma, raccontano il viaggio in una delle ultime badland rimaste al mondo, un luogo pieno di fantasmi, gulag e sopravvissuti, radunatisi tutti – sembra – lungo i 2000 chilometri dell’autostrada della Kolyma. Bader ascolta e ci riporta gli incantevoli, talvolta devastanti, racconti che hanno condotto i suoi “compagni di viaggio” in questa terra “benedetta”. Ne scaturisce un libro sui discendenti dei prigionieri che riescono a malapena a vivere, sui truffatori, i veterani, i commercianti di ferro, i politici corrotti e la criminalità organizzata… Le storie narrano di studiosi che ora sopravvivono andando alla ricerca di funghi e bacche, di scultori che raccolgono le teste sparse delle statue di Lenin, di minatori che scavano nelle fosse comuni cercando oro e di tutti i tossicodipendenti, i condannati, gli eroi decaduti e anche degli sportivi che, in fuga da tutto, finiscono nella regione più remota della Russia e forse del mondo…

Tutti sappiamo della gente dell’Est che fuggiva all’Ovest durante la Guerra fredda, ma che cosa sappiamo di chi invece voleva scoprire cosa stesse accadendo a Oriente? Queste sono le voci, le immagini, i resoconti di alcuni viaggiatori illegali nell’Imperium sovietico.
Una sola grande passione: la libertà e con essa la curiosità, la montagna, la natura… Un gruppo di giovani negli anni Settanta e Ottanta si mette in viaggio (ognuno per conto proprio), non per sfuggire al comunismo riparando in Occidente ma per scoprire cosa ci fosse oltre l’orizzonte. Montagne da scalare, altipiani e pianure da percorrere e popoli da scoprire e gente, tanta gente da incontrare. Tutto unito nel nome dell’Unione Sovietica eppure tutto così diverso e incredibilmente variegato…
Nel primo volume  si racconta di “fuorilegge” e di poliziotti e agenti dei servizi segreti che a un certo punto “chiudono un occhio”, di venditori di Bibbie in incognito, di territori immensi in una terra che sembra non aver confini di qualcosa che unisce tutte le giovani generazioni: la voglia di scoprire a proprio modo il mondo. Nel secondo volume al centro c’è la natura e la montagna, le grandi cime sconosciute ai più. Christian Hufen e Kai Reinhart tracciano un affresco dei rapporti con l’alpinismo nei paesi dell’Est e nella DDR come prima non era mai stato fatto. Hartmut Beil ci porta nei suoi viaggi per raggiungere le alte quote attraverso l’immenso territorio sovietico e ancora le ascensioni sull’Elbrus, sul Picco Lenin e sul Picco del Comunismo. L’avventura però comincia molto prima nel lungo tragitto che conduce gli “alpinisti” dalla DDR alla base delle montagne – tra incontri, arresti e interrogatori – in cui si scopre una Unione Sovietica inconsueta.

Rimanendo nell’orbita della Russia, naturalmente vi segnalo i due reportage di Erika Fatland di cui vi ho ampiamente parlato:

Erika Fatland, Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale

Erika Fatland, La frontiera. Viaggio intorno alla Russia

Mantarro Nostalgistan

Un altro reportage che ci porta in questi stessi territori è scritto da un italiano, Tino Mantarro, per Ediciclo. Un viaggio tra gli Stan, nel cuore dell’Asia Centrale, vuoto geografico colmo di stupore e di assurdità. Attratto dall’estetica dello sfascio post sovietico, affascinato da una dimensione di desolata bellezza ricca di storie sepolte nella polvere, tra persone ospitali e doganieri corrotti, imam all’acqua di rose e mercanti svogliati, Tino Mantarro percorre quel che resta di un mondo un tempo attraversato da orde di mongoli, conteso da russi e inglesi nel Grande Gioco ottocentesco, e oggi, grazie agli investimenti cinesi, protagonista nella nuova Via della Seta.

Parisi Kaliningrad

La giornalista e scrittrice italiana Valentina Parisi ci racconta la storia di un territorio particolare. Il nome di Königsberg ci ricorda la patria di Kant e Hannah Arendt, Kaliningrad invece è un toponimo astruso e opaco. Le due “K” coincidono topograficamente ma non sono la stessa città: se l’antica Königsberg non fosse stata rasa al suolo dai bombardamenti degli alleati nell’agosto 1944 e poi dall’artiglieria dell’Armata Rossa, l’attuale Kaliningrad non esisterebbe affatto. Enigmatica come una delle città invisibili di Italo Calvino, questa exclave russa situata in riva al Mar Baltico cela storie dimenticate, come quella dei tanti prigionieri di guerra, anche italiani, che vi hanno lavorato fino all’aprile 1945, nelle fabbriche del Terzo Reich. La protagonista, nipote di uno di loro, attraversa Kaliningrad guidata da una vecchia mappa di Königsberg, sulle tracce della propria storia familiare. Sa che non ritroverà la vecchia Königsberg, né la cantina in cui si era rifugiato suo nonno, né il campo dove era stato prigioniero, ma incontrerà il Palazzo dei Soviet abbandonato, la Russia dei poeti e storie di ippopotami curati con massicce dosi di vodka.

Kurkov diari-ucr

In forma di diario, degli eventi quotidiani che hanno accompagnato la “rivoluzione del Maidan”, la caduta del regime di Yanukovich, l’occupazione russa della Crimea e la guerra segreta condotta dalla Russia nel Donbass, aiuta chi non ha assistito da vicino a quegli eventi a comprenderne la natura, e mostra come abbia potuto viverli un cittadino ucraino nato in Russia, russofono da sempre, abitante a Kiev e portato ad osservare senza pregiudizi la vita del proprio paese.

La forma diaristica è efficace per far comprendere l’evoluzione degli avvenimenti, il quotidiano sovrapporsi di eventi minimali che impercettibilmente realizzano cambiamenti storici, incontrollabili e a volte imprevedibili da chi li osserva. Si assiste a una rivoluzione nata per caso e sfociata poi in un drammatico cambio di potere, in lunghe giornate di lotta e di morte, nella caduta di un regime ottuso e corrotto che ha scatenato però la vendetta immediata di chi dall’estero lo sosteneva; innanzitutto, con l’occupazione manu militari della Crimea, da anni perseguita, e realizzata con fulminea efficacia già a partire dal 20 febbraio, giorno della carneficina sul Maidan.

Pollack Galizia

Libro di viaggio, trattato, omaggio poetico e filosofico, reportage, saggio e cronaca, resoconto di un mondo scomparso, gioco letterario, romanzo documentario, portolano per una terra senza mari, non c’è una sola definizione che possa calzare pienamente per questo libro straordinario che tutte le riunisce e tutte le rende inadeguate e insufficienti. Con Galizia di Martin Pollack ci si immerge senza mediazioni in un mondo intero: quello dell’Europa di mezzo. Popoli, lingue e minoranze, città che hanno svariati nomi e vite a seconda dell’etnia e della lingua che le nomina, spazi ampi e smisurati, senso del confine e del confino pari a quello delle grandi terre dell’esilio… In questo cuore del nostro continente, ormai dimenticato persino nel nome, sta gran parte del Novecento e di quello che oggi siamo.

Kermani stato di emergenza

Vi segnalo questo reportage di cui vi ho già parlato. Dal Cairo al Cairo passando per il subcontinente indiano, il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq e il Mediterraneo orientale tra Siria, Palestina e Israele. Dieci viaggi. Kermani propone una sintesi di grande spessore culturale e umano di un mondo in tensione, sconosciuto ai più. Ci conduce nel Kashmir tra bellezze naturali, guerra latente e fuga di etnie, tra i sufi del Pakistan o nell’India piena di contraddizioni con una crescita economica vertiginosa cui fanno da contraltare le richieste di giustizia dei senzaterra e il montare dell’intolleranza. Lo sguardo acuto di Kermani, la sua compassione, la grande conoscenza di mondo islamico e cultura occidentale, del misticismo e delle connessioni storiche tra popoli e civiltà solo apparentemente lontane, così come la qualità letteraria della sua scrittura lo rendono una delle voci più autorevoli e utili di questo periodo storico.

Truzzi sui confini

Marco Truzzi ci accompagna in un viaggio sui confini di un’Europa che vacilla, un racconto che non si limita alla cronaca dell’emergenza umanitaria. L’autore attraversa luoghi dove rimangono indizi di una storia recente, di frontiere ancora in essere nonostante Schengen. Al nord, a Tarvisio, a Basilea, città d’incontro di tre nazioni, a Copenaghen, tra percorsi ciclabili ed eleganti palazzi, in Svezia e in Norvegia, dove il confine è segnato da pianure e boschi. A Melilla, al checkpoint di Barrio Chino, in un’Europa che è Africa; a Ventimiglia, dove ci si accampa sugli scogli; a Calais, dove si muore nel tentativo di attraversare la Manica; a Ròszke, in Ungheria, dove un muro di filo spinato tiene lontani i siriani; a Seghedino, a Cracovia, a Idomeni, nel più grande e disperato campo profughi d’Europa. Così il racconto dei confini diventa racconto dell’attualità, diario geopolitico, dove le linee di demarcazione continuano a ribadire anacronisticamente un’appartenenza geografica.

Kassabova confine

Quando Kapka Kassabova era bambina, il confine tra Bulgaria, Turchia e Grecia era considerato una via di fuga dal blocco di Varsavia migliore rispetto al Muro di Berlino, e così i suoi boschi e le sue montagne erano affollati di militari, spie e fuggiaschi. Kapka ricorda di avere giocato, nelle sue vacanze sul Mar Nero, sulla spiaggia a pochi chilometri dall’imponente barriera elettrificata il cui filo spinato puntava minacciosamente verso l’interno. Oggi questo paesaggio denso di foreste non è più altrettanto militarizzato, ma è ancora un sentiero battuto dai profughi di tragedie lontane, e porta ben visibili le sue molte cicatrici. È qui, in quelli che vengono chiamati i Balcani sud-occidentali, che Kassabova intraprende un viaggio verso le proprie radici e al tempo stesso verso il cuore di un passato secolare fitto di misteri, di sofferenza e di insopprimibile umanità. Scopre una regione plasmata da una successione di violente forze della storia: dalle molte crisi migratorie, dal comunismo, da due guerre mondiali, dall’Impero Ottomano e, prima ancora, da un’ancestrale eredità di miti e di leggende. In un paesaggio dominato da una natura selvaggia, disseminata delle enigmatiche tracce di vicende remote, Kassabova incontra guardie di confine e cercatori di tesori, imprenditori e botanici, guaritori e adepti di riti magici, rifugiati e contrabbandieri: il popolo del confine, un mondo brulicante di storie, di aspettative, di credenze e di conflitti, pervaso da una peculiare energia psichica che sembra scaturire dalla natura stessa.

Passeur

Nell’autunno del 2015 Raphaël Krafft si trova sul confine franco-italiano delle Alpi Marittime nella zona tra Mentone e Ventimiglia. Ha raggiunto la costa ligure per realizzare un servizio sui migranti che, bloccati alla frontiera, sperano di riuscire a entrare clandestinamente in Francia – dove fare richiesta di asilo politico – o di proseguire il viaggio verso un altro Paese europeo.
Incontra migranti, volontari, gente comune, ex insegnanti e viaggiatori, così come uomini di Stato, di Chiesa, ex pompieri che ancora salvano vite, e anche Satellite e Adeel arrivati in Italia dal Sudan. Con loro decide di attraversare la frontiera e di raccontare tutto in un reportage. Intraprendono così l’ascesa al Colle di Finestra lungo il sentiero che sale da San Giacomo di Entracque, in Italia, e scende nella valle Vésubie, in Francia. L’itinerario scelto ha un profondo valore simbolico: da quel valico sono transitate tantissime persone che fuggivano attraverso l’Europa in cerca di speranza.
Su quelle pietre rese lisce dal passaggio di pellegrini, eserciti, mercanti, fuggitivi, perseguitati, Krafft – giornalista ed ex soldato – ci regala un reportage in cui racconto e testimonianza si mescolano a molti interrogativi, storie, alla memoria del Novecento e alle contraddizioni del nostro presente. Un testo pieno di umanità.

Deen per antiche strade

Le strade europee esistono da migliaia di anni e sono state consumate dai piedi e dalle ruote di tutti coloro che le hanno usate per emigrare, per commerciare, per attaccare eserciti nemici o semplicemente per fare ritorno a casa. Viaggio nel tempo e nella cultura d’Europa, Per antiche strade è un libro capace di trasformare le strade in storie e di dar voce a tutti gli uomini che le hanno percorse.
Sotto ogni traccia se ne trova una più antica, sotto ogni strada asfaltata c’è una vecchia mulattiera, su ogni sentiero le impronte di antichi cacciatori o delle loro prede. Eppure, a differenza delle celebri highways statunitensi che hanno contribuito a dare forma all’identità di un paese, le strade europee hanno un ruolo ambivalente e non sempre sono state viste come un bene comune che ha contribuito a unificare il continente. Mathijs Deen segue le orme di rifugiati, banditi, pellegrini, ciclisti, cercatori di fortuna e conquistatori che si sono fatti strada lungo le coste, i fiumi e le vie d’Europa.

Treni in corsa

Se amate l’Oriente, allora potete provare ad immaginarvi su un treno che sfreccia… in compagnia di Patrick Holland, cresciuto nell’outback del Queensland, in Australia, che ha soggiornato a lungo in Cina e Vietnam.

Dopo dieci anni trascorsi in Giappone, Cina e Vietnam, Patrick Holland ci racconta le storie di un occidentale alle prese con la complessità dell’Oriente. Un viaggio, quello di Holland, che attraversa la regione giapponese del Kansai – da Osaka all’area sacra dell’Oku-no-in – e continua nello Yunnan cinese e nelle città vietnamite di Saigon e La Vang. Come la sinuosa Muraglia Cinese, i racconti si snodano uno dopo l’altro, dando voce ai luoghi e alla gente che li abita, disseminati di citazioni di autori classici e moderni – da Calvino a Kawabata a Basho-. Le riflessioni sul concetto di luogo e non-luogo, mortalità e mutamento, delineano un percorso geografico, sociale e antropologico che passa agilmente da un paese all’altro, come i treni presi in corsa nelle notti di Kyoto.

Sacco alfabeto

Eleonora Sacco, che viaggia selvatica da sempre, raccoglie il testimone del maestro Rumiz, in una ideale staffetta generazionale. Ha molto in comune con Erika Fatland: il modo di viaggiare e soprattutto le regioni attraversate. A ventisei anni ha viaggiato in territori e paesi tra i più remoti, con compagni fidati ma anche da sola.

Il suo “Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici – piccolo solo nel formato del volume, che è perfetto nelle dimensioni per essere messo in un piccolo zaino o in tasca – è un libro sorprendente, affascinante, utile e divertente.  Eleonora è anche molto brava a scrivere e a ricreare le atmosfere dei suoi viaggi; sa guardare in profondità, nelle persone, nelle situazioni, nei paesaggi, senza barriere, senza pregiudizi.

In ordine alfabetico, usando una parola come una chiave capace di dischiudere una porta su mondi lontanissimi – sia in senso geografico, che storico-culturale – Eleonora ci porta con sé, e scopriamo con lei, così, di prima mano, quello che il viaggio le regala: volti, voci, canti, parole, cibi, rituali, luoghi.

I racconti si snodano su un enorme scacchiere. Dalla Russia di Mosca fino all’isola Sachalin, alla fine del continente asiatico, passando per le repubbliche Mari El, Ciuvascia, Tatarstan, Buriazia: nomi che credo pochi saprebbero allocare su una carta geografica.

E poi le repubbliche centro-asiatiche: Georgia, Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan. Ma anche Turchia, Palestina, Israele…. Una lista da capogiro, i paesi toccati dai suoi viaggi nel corso degli anni sono davvero tanti, esplorati senza filtri, in presa diretta, con treni e bus locali, spesso in autostop, a volte stipati su camion.

Gardin Marocco logo

Letizia Gardin, con il suo diario di viaggio ci porta in Marocco, un paese dalla storia e dalla cultura millenarie, con paesaggi molto vari e diversi tra loro. La costa, il deserto, le montagne dell’Atlante dove nevica, le città colorate, i cibi, i suk, le medine… insomma un viaggio che questo diario racconta soffermandosi anche sulla storia del Paese, sui suoi cambiamenti nella società.

Mi fermo qui, ma sono sicura che saprete suggerirne altri!