La casa editrice Francesco Brioschi è un punto fermo nel panorama dell’editoria che punta lo sguardo sul mondo. È anche un punto di riferimento se si cercano romanzi provenienti da paesi come Iran, Armenia, ed altri dell’area mediorientale, nonché nord-africana. Ma non solo. Per chi ama esplorare la letteratura del mondo, qui si trovano molti ottimi spunti.

Vediamo alcune delle ultime pubblicazioni.

 

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Il paradiso delle donne, di Ali Bécheur, traduzione di Yasmina Mélaouah, pagg. 256

Ali si è innamorato di Luz in un giorno d’estate, a una festa in giardino. La stessa Luz a cui decide di raccontare la propria vita, perché lei lo possa capire e per tentare di capirsi lui stesso. È con una punta di timore che Ali ha sempre osservato l’universo femminile, fin da bambino, ma anche con una immensa fascinazione. La madre è stata la prima a consegnargli le chiavi di accesso a questo mondo misterioso e inevitabile. Poi verranno una cameriera, una cugina, la figlia dei vicini… E crescendo la graduale scoperta di sé va di pari passo con la scoperta della propria sessualità e sensualità, trasformandosi in un’implacabile ricerca del piacere. Sullo sfondo, una Tunisia multietnica e multireligiosa infiammata dalla lotta per l’indipendenza. Poi Parigi e la cultura francese, quella dei grandi poeti, degli scrittori esistenzialisti e degli chansonnier. E infine la letteratura, unica possibilità, forse, diconoscere davvero sé stessi e combattere il crudele scorrere del tempo.

 

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Spengo io le luci, di Zoya Pirzad, traduzione di Anna Vanzan, pagg. 364

È ad Abadan, una tranquilla cittadina dell’Iran prerivoluzionario, che Claris e suo marito Artush scelgono di crescere i loro tre figli. Lei docile e remissiva casalinga, lui un ingegnere affermato con il tarlo della politica. Ma nella serenità di una vita che si ripete sempre uguale qualcosa all’improvviso si incrina: un bel giorno bussano alla porta i nuovi vicini, i Simonian. Ad accomunare le due famiglie, solo le origini armene, a dividerle, praticamente tutto. I nuovi arrivati hanno un che di diverso, si portano dietro un passato misterioso e un’abitudine singolare: si trasferiscono di continuo. La loro imprevedibilità fa scoppiare il caos nella vita interiore di Claris, che rimane turbata dalla cattiveria della piccola Emily Simonian, dal fascino di suo padre Emile e dalla severità della nonna Elmira, nei cui occhi è impossibile non cogliere le sfumature di un’antica sofferenza. Con una capacità sopraffina di amplificare ogni piccolo sobbalzo del cuore, Zoya Pirzad ci consegna l’affresco di un idillio familiare che sfiorisce e poi rinasce. E in cui possiamo riconoscere le alterne fortune della vita di tutti noi, armeni, iraniani oppure semplicemente umani.

 

 

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Ogni volta che prendo il volo, di Youssef Fadel, traduzione di Cristina Dozio, pagg. 346

Un’altra sera al Bar della Cicogna. Stavolta al bancone si piazza un cliente sconosciuto. Occhiali scuri e jellaba pesante a righe, vestito così sembra proprio non c’entrare niente con questo posto e con la spietata siccità marocchina. O forse sì. Fa scivolare un misterioso bigliettino tra le mani di Zina dicendo di sapere dove si trova ‘Aziz. Il bell’‘Aziz in divisa da ufficiale, il pilota che l’ha sposata per poi sparire nel nulla la prima notte di nozze. La notte dell’attentato al re. Sono ormai diciotto anni che Zina lo cerca seguendo piste sbagliate che non hanno mai portato da nessuna parte. E davanti all’ennesimo indizio non ha intenzione di rinunciare al sogno di quell’amore, e al bacio tanto atteso che vuole farsi restituire quando finalmente lo ritroverà. Un romanzo a più voci ancorato alla realtà verissima e cruda degli anni Settanta marocchini, fatta di colpi di stato e prigioni segrete. Ma anche animato dalla tenacia di un amore puro, che nemmeno la lontananza e il silenzio sapranno spazzare via.

 

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La bambina dell’hotel Metropole, di Ljudmila Petruševskaja, traduzione di Giulia Marcucci e Claudia Zonghetti, pagg. 176

È con una penna graffiante e provocatoria che Ljudmila Petruševskaja restituisce innanzitutto a sé stessa la memoria di un’infanzia sovietica a cavallo della seconda guerra mondiale. Il filo dei ricordi si snoda in un quadro familiare ricco e stravagante, dove emergono l’affetto bruciante per il bisnonno Tato, tra i primi ad aderire alla causa bolscevica, le vibrazioni nostalgiche per una madre assente e l’ammirazione per nonno Kolja, il celebre linguista che tenne testa a Stalin. La piccola Ljudmila figura tra i tanti sfollati che nel gelo del 1941 lasciano Mosca per Kujbyšev, al riparo dalla linea del fronte.
Con la nonna e la zia, la vita nella cittadina è segnata dagli stenti: cibo e cherosene sono
razionati, il calore di un cappotto è un sogno. In più, su una famiglia come la loro, di
“nemici del popolo”, pende anche la viltà dell’emarginazione sociale. A tutto questo,
però, la piccola Ljudmila risponde con un disinvolto susseguirsi di avventure e ribellioni
quotidiane che anticipano una vita di anticonformismo. Qualcos’altro, inoltre, tiene in piedi il suo mondo interiore: è lo smisurato amore per la lettura e per i grandi nomi della tradizione russa, nel cui solco i critici contemporanei inseriranno anche la scrittura di Ljudmila adulta, oggi acclamata autrice, donna di audacia e libertà singolari.

 

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Il mondo secondo Savelij, di Grigorij Sluzitel, pagg.306

Le note dell’Amoroso di Vivaldi, il profumo della filipendula, una scatola di banane firmata Chiquita. Ecco i primi ricordi di Savelij, della sua infanzia vissuta nel giardino della palazzina dei Morozov. Savelij altro non è che un gatto moscovita che coglie del destino ogni opportunità. Dal giorno in cui il giovane Vitja decide di adottarlo e portarlo a casa con sé, la vita di Savelij si rivoluziona improvvisamente e si riempie di incredibili avventure: passa dal convivere con un pappagallo stonato ad essere assunto alla Galleria d’arte Tret’jakov, dall’accompagnare in bicicletta un fattorino kirghiso nelle consegne a
domicilio a dividere la cuccia con un brabantino strabico. E poi… poi arriverà Greta, la sua piccola Greta, la sua ragione di vita. Intanto lui tiene gli occhi ben aperti e le orecchie ben tese per raccogliere di quel che lo circonda, soprattutto dell’amata Mosca, ogni particolare e ogni dettaglio. E alle sensazioni che si annidano nel suo animo impara a dare un nome: amore, amicizia, nostalgia, perdita. Un romanzo moderno e ironico che
esplora le più umane riflessioni sulla vita attraverso la voce inedita di un gatto, che
guardando il nostro mondo sa dire di noi, del nostro modo di pensare e di amare,
più di quanto ci aspettiamo.

 

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Il banchiere galantuomo, di Giorgio Chiarva, pagg. 440

Genova, 1869. A bordo di una delle numerose navi cariche di immigrati che ogni giorno
abbandonano l’Europa ci sono Luigi e Virginia Giannini, diretti oltre oceano in cerca di
una vita migliore. Ad accoglierli è la California dove, prima a San Josè e poi a San Francisco, la giovane coppia insieme al figlio, Amadeo Peter, riuscirà a fare fortuna. Proprio a San Francisco inizierà l’avventura di Amadeo: qui il giovane Giannini fonderà la Bank of Italy, la prima banca popolare ad azionariato diffuso la cui missione è quella di prestare denaro e fiducia a chi non può dare altre garanzie se non la propria voglia di fare. Con il succedersi degli eventi della sua vita, si ripercorrono anche le tappe fondamentali della storia delXX secolo: dal terremoto di San Francisco del 1906 alla Grande Guerra, dall’epoca d’oro di Hollywood al crollo della borsa del ’29, dall’ascesa dei totalitarismi alla tragedia della seconda guerra mondiale. Il banchiere Galantuomo è il ritratto di un uomo che, scontrandosi con i grandi banchieri della costa Est per trasformare la sua Bank of Italy nel colosso mondiale Bank of America, ha saputo prima immaginare e poi creare una nuova idea di finanza. Una finanza che dà una possibilità anche ai più deboli. Giannini ha permesso la nascita di Hollywood, della HP Computers, la costruzione del Golden Gate Bridge, ha finanziato il New Deal e il Piano Marshall. Ha creato la Giannini-Bank of America Foundation che è stata il primo Health Care aziendale. Un romanzo biografico che appassiona e commuove, la storia di un grande uomo dalla caparbietà vincente. Un uomo spinto da un’etica popolare ancora oggi unica e da un’incrollabile fiducia nella sua visione del futuro.

 

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Attraverso i mondi. Memorie di Richard Francis Burton, di Giorgio Albonico, pagg. 261

Richard Francis Burton è gravemente malato. E, costretto a letto in una villa di
Trieste, rievoca i ricordi di una vita intera. Il colera a Napoli, l’India e i giorni da
giovane ufficiale, il pericoloso viaggio verso la Mecca, la spedizione alla ricerca
delle sorgenti del Nilo insieme al compagno Speke. Una personalità sanguigna,
sensuale, onnivora, che vuole sperimentare tutto e che ha fame di tutto.
Un uomo poliedrico tanto affascinato dall’Oriente quanto in conflitto con il suo
Occidente, e in particolare con l’Impero britannico che si trova a rappresentare
nelle vesti di diplomatico fino a quando non sarà duramente criticato e accusato
di indecenza. Anche quello con la moglie è un rapporto conflittuale: lei, devotamente
cristiana, sogna per lui una conversione che non arriverà mai. Tanto
conflittuale da spingerla a bruciare tutti i suoi scritti dopo la morte, avvolgendo
la sua figura in un alone di mistero.
Esploratore, scrittore, spia, traduttore delle Mille e una notte, Richard Francis
Burton si racconta per la prima volta.