L’edizione 2020 del Booker Prize ha visto tredici romanzi nella rosa dei finalisti e, udite udite, ben nove sono firmati da scrittrici. Non male, e forse merito della doppia assegnazione dell’edizione 2019 a due donne, Margaret Atwood per “I testamenti” e Bernardine Evaristo per “Ragazza, donna, altro“. L’edizione è però stata vinta da uno scrittore, Douglas Stuart, con il romanzo “Shuggie Bain” (ve ne parlerò presto).

Tra i finalisti spicca il romanzo d’esordio di Avni Doshi, nata nel 1982 nel New Jersey da immigrati dall’India e attualmente residente a Dubai. Ha conseguito una laurea in storia dell’arte presso il Barnard College di New York e un master in storia dell’arte presso l’University College di Londra.

Il romanzo d’esordio di Avni Doshi si sta facendo conoscere ai lettori paese dopo paese. Girl in White Cotton è stato pubblicato per la prima volta nel 2019 in India, paese natale dei genitori di Doshi. L’anno scorso, il romanzo – ribattezzato Burnt Sugar – è stato pubblicato nel Regno Unito, dove è stato nominato finalista per il Booker Prize. E ora, sollevando nuvole di elogi, è arrivato anche negli Stati Uniti; ho cercato informazioni rispetto all’eventuale edizione italiana, ma al momento non mi risulta che ci sia in cantiere qualcosa. Spero presto di poterlo leggere anche in traduzione, perché al momento ho scaricato l’ebook in inglese.

Avni Doshi

Intervista a Avni Doshi.

Burnt Sugar è un’opera di straordinaria intuizione, coraggio e raffinatezza che esplora il tormentato rapporto tra una madre che ha trascurato la figlia e che ora invece ha bisogno di lei.

Mentirei se dicessi che l’infelicità di mia madre non mi ha mai dato piacere“, inizia il romanzo. “La simpatia che suscita negli altri dà origine a qualcosa di acre in me.” Già da questo fulminante incipit si intuisce la tragedia familiare che sarà al centro del romanzo e che viene narrata con un mix di genialità e veleno, in modo squisito eppure molto schietto.

La voce narrante è un’artista indiana di nome Antara, la cui madre presenta i sintomi dell’Alzheimer. I medici offrono solo una dose di vaga speranza; non esiste una diagnosi concreta e certamente nessuna cura. In bilico nel crepuscolo della lucidità, la madre di Antara riesce ancora a vivere da sola, ma è sempre più vaga, dimentica dove si trova e cosa sta facendo. Essendo la sua unica figlia, Antara si assume la responsabilità di prendersi cura di lei con una determinazione intrisa di risentimento e persino attacchi di sospetto.

Ora mi sembra che questo dimenticare sia conveniente, che lei non voglia ricordare le cose che ha detto e fatto“, ci dice Antara. “Mi sembra ingiusto che lei possa mettere via il passato dalla sua mente mentre io ne sono traboccante tutto il tempo. Riempio carte, cassetti, intere stanze di dischi, appunti, pensieri, mentre lei diventa più nebbiosa ogni giorno che passa.

Questa situazione, difficile nelle migliori circostanze, è resa straziante dalla natura tesa del rapporto di Antara con sua madre. Nella narrazione che si svolge attraverso passaggi dal presente al passato, apprendiamo il crollo precoce della loro rispettabile famiglia. “La mamma è sempre scappata da tutto ciò che sembrava oppressione“, dice Antara. “Matrimonio, diete, diagnosi mediche“. Antara è nata in un ashram, dove sua madre ha servito, per un certo periodo, come consorte del leader. Quel periodo disorientante di abbandono e prove ancora più difficili, in seguito hanno lasciato Antara a desiderare l’attenzione di sua madre mentre al tempo stesso la odiava.

Non c’è dubbio che la madre di Antara possa essere indicibilmente crudele. “Ho sempre saputo che averti avrebbe rovinato la mia vita“, dice un giorno, ma la disponibilità di Antara ad accettare quei colpi e rimanere devota a sua madre è motivata da un amalgama di adorazione e rancore. “La amo da morire“, dice minacciosamente. “Ho capito quanto fossimo profondamente connesse e come la sua distruzione avrebbe portato irrevocabilmente alla mia.” Questa connessione – al di là di ogni ragione e affetto – porta Antara a immaginare: “Insieme, troveremo la redenzione“.

Doshi riesce a concretizzare sulla pagina questa dipendenza psicologica in modo quasi disturbante. La voce narrante e protagonista soffre – o beneficia – di una sensibilità sensoriale acuta quanto la sua sensibilità emotiva. L’attenzione ossessiva di Antara la porta a mantenere un vasto diagramma di flusso delle funzioni corporee di sua madre, che la respingono e la affascinano. Questo è un romanzo macchiato di tutti i tipi di liquidi, escrezioni e odori, e il narratore combatte un senso quasi costante di nausea. Ma se lo “zucchero bruciato” è spesso spiacevole come una rinite, è altrettanto difficile scrollarsela di dosso.

Il filo narrativo si dipana tra confessioni intime su sua madre e il loro passato; esplora il matrimonio superficiale di Antara con un uomo educato che fondamentalmente la sta consumando. “Dice“, osserva Antara, “deve essere stancante essere me.” Lo è, ma quella stanchezza è esacerbata dallo sterile equilibrio del marito. Il suo interesse per i suoi problemi con sua madre si limita a offrire osservazioni così blande e superficiali da essere irritanti. “Stare con lei è molto stressante per te“, dice. “Ad essere onesti, mi chiedo se la farai peggiorare o migliorare.” È gentile e disposto a rimanere al fianco di questa donna irta di ansie, disgusto e desideri, ma certo non ci sono intima condivisione e comprensione.

Lo sforzo di Antara per recuperare i ricordi perduti e gli affetti sperperati si sviluppa in un atto di rivendicazione multistrato e totalmente consumante. È una lotta parallela al suo lavoro di artista. La produzione più significativa di Antara è una serie infinita di ritratti dello stesso volto abbozzati frettolosamente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, una testimonianza di dedizione emotiva e deriva visiva. È un’altra dimostrazione dell’abilità di Doshi che quest’opera d’arte funzioni in modo così evocativo sia come simbolo nel romanzo che come perno della sua trama inquietante. Ron Charles, Washington Post

Il titolo “Burnt Sugar” è sicuramente più efficace del primo titolo “Girl in white cotton” perché cattura perfettamente il sapore complesso di questa storia, il gusto di qualcosa di dolce trasformato in qualcosa dal sapore amaro, profondo e malinconico. Sono curiosa di vedere come verrà tradotto in italiano, o magari verrà mantenuto nella lingua originale…La complessità di questo romanzo, i suoi strati più profondi, stanno nella personalità controversa di Antara, una donna devota alla madre malata e tuttavia piena di rabbia e di rancore. Un personaggio che provoca reazioni opposte in chi legge ma che riesce a tenere in pugno l’attenzione.

Una bella recensione la trovate sul Guardian.