Di cosa parliamo oggi quando parliamo di lavoro?

I romanzi che oggi parlano del lavoro lo legano non solo al concetto di sfruttamento – che nelle sue innumerevoli sfumature lo ha caratterizzato da sempre – ma anche a significati dalle connotazioni inquietanti: si parla di “workaholism” , cioè dipendenza dal lavoro, così come di “sindrome di burn-out” lo stato di esaurimento sul piano emotivo, fisico e mentale dovuto allo stress, di tecniche di controllo sempre più invasive. In una società come la nostra il lavoro non dovrebbe più essere ridotto alla mera sussistenza, ma inteso piuttosto alla realizzazione personale, per esprimere le proprie potenzialità e creatività; ma vediamo che la competitività di mercato che tende a ridurre all’osso il costo del lavoro, la competitività a cui sono spinti tra loro i soggetti lavoratori nonché le imprese/attività produttive, in realtà hanno portato ad un ribaltamento del concetto di lavorare per vivere, nel vivere per lavorare.

Tra le pagine dei romanzi più recenti ed attuali si cerca quindi di indagare e di dare voce ai disagi dovuti alle distorsioni e alle tensioni vissute negli ambienti lavorativi e alle ripercussioni sulla qualità della vita dei lavoratori.

Nella sezione Tema lavoro trovate tanti romanzi, italiani e stranieri, per entrare in questa realtà; tra le varie proposte letterarie che potete scegliere suggerisco alcuni romanzi recenti:

Nessuno è indispensabile, di Peppe Fiore

Con lo spirito dissacrante di una corrosiva commedia tragicomica, “Nessuno è indispensabile” sovverte la tradizione del romanzo industriale seguendo il ritmo e la grammatica della contemporaneità, per descrivere in maniera umanissima e feroce i rituali, le mitologie, il misticismo laico che stanno alla base della vita aziendale. Peppe Fiore racconta la deriva impazzita del mondo in cui viviamo, la nevrosi da scrivania, i tic e le frustrazioni di ogni giorno, mettendo in scena personaggi che non hanno a disposizione un’altra vita, né il desiderio di immaginarsela.  Se è vero che in ufficio contano solo gli obiettivi raggiunti, quando un tuo collega lascia vestiti e scarpe a filo della balaustra – allineati con la massima precisione – prima di gettarsi nel vuoto in mutande e canottiera, forse la strategia va ripensata. E non solo quella aziendale.

Il mondo deve sapere è il libro d’esordio di Michela Murgia dal quale è stato tratto il meraviglioso film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti con Isabella Ragonese e Sabrina Ferilli.
Il romanzo si basa su un’esperienza autobiografica vissuta in prima persona dalla scrittrice.
Nel gennaio 2006 Michela Murgia viene assunta nel call center della multinazionale americana Kirby, produttrice di un’aspirapolvere da tremila euro. Mentre, per trenta interminabili giorni, si specializza nelle tecniche del “telemarchètting” e della persuasione occulta della casalinga ignara, l’autrice apre un blog dove riporta quel che succede nel call center. Viene alla luce così uno scenario grottesco fatto di metodi motivazionali, raggiri psicologici, castighi aziendali, che dà vita alla rappresentazione di un metodo di lavoro dai ritmi folli e mostruosi.

Le vite potenziali, di Francesco Targhetta

Francesco Targhetta, già protagonista di un piccolo caso letterario con il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie, si cimenta ora nell’impresa ambiziosissima di ritrarre il nostro presente in continuo divenire, attraverso lo sguardo di un gruppo di trentacinquenni che – con un piede intrappolato nel mondo del web e uno ben piantato nei sobborghi in cemento di quello reale – cercano timidamente di costruirsi un futuro. Per mezzo di una prosa esatta e al tempo stesso intima, crepuscolare, questo romanzo si interroga su cosa stiano diventando le nostre vite, deviate e attratte ogni giorno da mille potenzialità, e su cosa potremmo diventare noi, chiamati insieme al dovere di essere felici e a quello di accelerare sempre di più la velocità del mondo.

Il problema della sicurezza sul luogo di lavoro rimane da sempre una delle emergenze più gravi e, allo stesso tempo, meno affrontate nel nostro paese. Ogni giorno accadono tragedie strazianti di vite perse, vite di persone che svolgevano il loro lavoro evidentemente senza la garanzia di adeguata protezione. Non sono fatalità, la fatalità è quando un evento ha caratteristiche di eccezionalità; quando ogni giorno qualcuno perde la vita lavorando si tratta di negligenze, di non rispetto delle norme per la sicurezza.

La fabbrica del panico, di Stefano Valenti, Vincitore del Premio Campiello – Opera Prima 2014

Una valle severa. In mezzo, il lento andare del fiume. Un uomo tira pietre piatte sull’acqua. Il figlio lo trova assorto, febbricitante, dentro quel paesaggio. è lì che ha cominciato a dipingere, per fare di ogni tela un possibile riscatto, e lì è ritornato ora che il male lo consuma. Ma il male è cominciato molto tempo prima, negli anni settanta, quando il padre-pittore ha abbandonato la sua valle ed è sceso in pianura verso una città estranea, dentro una stanza-cubicolo per dormire, dentro un reparto annebbiato dall’amianto. Fuori dai cancelli della fabbrica si lotta per i turni, per il salario, per ritmi più umani, ma nessuno è ancora veramente consapevole di come il corpo dell’operaio sia esposto alla malattia e alla morte. Lì il padre-pittore ha cominciato a morire. Il figlio ha ereditato un panico che lo inchioda al chiuso, in casa, e dai confini non protetti di quell’esilio spia, a ritroso, il tempo della fabbrica, i sogni che bruciano, l’immaginazione che affonda, il corpo subdolamente offeso di chi ha chiamato ‟lavoro” quell’inferno. Ci vuole l’incontro con Cesare, operaio e sindacalista, per uscire dalla paura e cominciare a ripercorrere la storia del padre-pittore e di tutti i lavoratori morti di tumore ai polmoni. È allora che il ricordo diventa implacabile e cerca colori, amore, un nuovo destino.

Nel libro c’è ancora altro, boschi e torrenti di montagna, un processo che assolve i dirigenti, un coro di figure operaie sinteticamente schizzate, una precisione acribica nel tratteggiare i sintomi oggettivi e soggettivi delle malattie da amianto e da fumi (sulla scia dell’attuale “bioletteratura” che mette al proprio centro la corporeità biologica nelle sue trasformazioni, che sia eccitata o gestante, vecchia o malata).

Stupore e tremori è un romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb pubblicato nel 1999 e da lei stessa definito autobiografico. Il libro vinse il Grand Prix du roman dell’Académie française.
La trama narra un capitolo vero e autentico della vita dell’autrice, quando la giovane Amélie riuscì a trovare impiego in un’importantissima multinazionale giapponese, la Yumimoto. Realizza così il sogno di tornare a vivere nel paese d’origine. L’incapacità di adeguarsi allo spietato automatismo di “una delle aziende più grandi dell’universo” la porterà però a subire, in un crescendo di umiliazioni, l’esperienza di una terribile discesa agli inferi.

Il memoir di Anna Wiener, La valle oscura – del 2020 -, ci apre uno spaccato sulla vera realtà della Silicon Valley: una preziosa testimonianza sui nuovi lavori digitali, sull’universo invisibile di Internet, su un mondo dominato dall’ossessione per il profitto, l’efficienza e la performance che tende a cancellare tutto ciò che è umano.

Cosa succede, nella Silicon Valley?
Per quale ragione gli spazi di lavoro sono disegnati come appartamenti, e gli appartamenti come spazi di lavoro?
In base a quale idea del mondo anche chi hai seduto di fronte comunica con te solo via messaggio?
Come mai gli unici scambi diretti fra umani ruotano intorno alle ordinazioni del delivery successivo?
E soprattutto, oltre a imporre una vita quotidiana così diversa da tutte le altre, cosa fanno veramente le startup?
Accumulano quantità inimmaginabili di dati su ciascuno di noi, e li organizzano secondo strategie sempre più veloci e sofisticate, ma perché? Per vendere, d’accordo. Per sorvegliare, come no. Ma poi?
Su domande come queste speculiamo ogni giorno, senza peraltro neppure sapere bene come sia fatta, Silicon Valley, e cosa sia. Anna Wiener ci ha lavorato per cinque anni, e quando ne è uscita ha deciso di scrivere questo straordinario rapporto, che ha assunto quasi da solo la forma di un romanzo.

Non è questo che sognavo da bambina – 2021 – è un libro scritto a quattro mani dalle autrici esordienti Sara Canfailla e Jolanda Di Virgilio che ci offrono il più compiuto ritratto di cosa significhi affacciarsi al mondo del lavoro al giorno d’oggi. Le protagoniste del romanzo sono neolaureate, fuorisede, precarie: un’etichetta che potrebbe applicarsi a migliaia di giovani che oggi si trovano a che fare con stage sottopagati e lavori frustranti.
La trama vede al centro la storia dello stage della protagonista, Ida, in una grande agenzia di comunicazione milanese. Si racconta cosa significa diventare adulti oggi: le relazioni finite ancora prima di cominciare, il senso di impotenza di fronte a un sistema lavorativo precario e ingiusto, la frustrazione di vivere in una città difficile come lo è una grande metropoli.

Nella giungla metropolitana della Milano di oggi, dove gli affitti sono insostenibili e i giovani laureati condividono piccoli appartamenti in una sorta di eterna adolescenza, il ventisettenne Claudio, venuto in città dalla provincia emiliana, cerca disperatamente di stare a galla nell’ambiente ipercompetitivo della multinazionale in cui ha trovato lavoro (precario, “a progetto”) come junior account nel settore marketing. Con lui abitano Rossella, che si arrabatta come babysitter e hostess nelle fiere, il timido Alessio, che ha rinunciato a una possibile carriera di giornalista per un “posto fisso” alle Poste, e Matteo, ricco e palestrato, che non arriverebbe a fine mese senza l’aiuto della famiglia.

Dal libro è stato tratto il film di Massimo Venier.

Il lavoro non ti ama, di Sarah Jaffe (2022)

«Fa’ ciò che ami, e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua»: ecco lo slogan che ha mosso le nostre vite alla ricerca del lavoro dei sogni, quello che fai con il sorriso sulle labbra, che mette in gioco i tuoi talenti migliori e ti fa sentire parte di una squadra – di più: parte di una famiglia. Peccato che in quello slogan si nascondesse la ricetta per lo sfruttamento, il programma in codice per una nuova tirannia del lavoro che abbiamo accolto allegramente, convinti che il lavoro avrebbe ricambiato quell’amore. Ora però l’idillio si sta incrinando: al posto delle farfalle nello stomaco, la sensazione nettissima che in questa relazione qualcosa non vada. Perché facciamo sempre più fatica a cogliere il privilegio delle nostre vite precarie? Con Il lavoro non ti ama Sarah Jaffe ci aiuta a dare un nome e una ragione a questo groviglio di inquietudine, frustrazione e senso di colpa che fa da basso continuo alle nostre giornate lavorative, intrecciando le singole storie di lavoratrici e lavoratori a un’acuta analisi della storia recente. Guidata da Marx e Silvia Federici, Mark Fisher e bell hooks, Guy Standing, Selma James e molti altri, Jaffe ci mostra che il neoliberismo è anche un progetto di manipolazione delle emozioni, ma è un progetto che sta crollando ed esiste una possibilità di lotta a partire dalle sue rovine. Questo non è soltanto un libro che «fa pensare»: è un’istigazione al cambiamento, lo strumento per accendere una rivoluzione. «La beffa più grande del capitale è stata convincerci che il lavoro sia il nostro più grande amore», scrive Jaffe. «Liberare l’amore dal lavoro, allora, è la chiave per ricostruire il mondo.»

Francesco Dezio ci ha abituato a uscire con romanzi che lasciano il segno; lo ha già fatto al suo esordio con “Nicola Rubino è entrato in fabbrica”, romanzo cult nella letteratura del lavoro (ve ne ho parlato qui), e poi con “La gente perbene” . Torna in libreria con un romanzo assolutamente unico, originale nell’impianto narrativo, graffiante e corrosivo, capace di mettere a nudo le ipocrisie che hanno marcato il lavoro e la società dal boom degli anni Sessanta alle varie crisi dei primi anni Duemila, fino alle derive attuali. Candidato al Premio Strega.

La vita adulta, di Andrea Inglese

Tommaso è un critico d’arte: mentre progetta il «saggio definitivo», si divide tra supplenze, un misconosciuto lavoro di redazione e altre forme di precariato culturale, che alle soglie dei cinquant’anni lo gettano in una crisi allo stesso tempo intellettuale e sentimentale. La sua «vita adulta» appare irrimediabilmente imbrigliata nella «triade maledetta: lavoro, moglie, figli».

Con La vita adultaAndrea Inglese ci dà un ritratto illuminante, ironico e spietato del lavoro intellettuale contemporaneo – e dell’arte in particolare, con i suoi imperativi di successo – ma soprattutto dei «tardogiovani» di oggi, che la vita adulta atterrisce o invece esclude. E pone domande cruciali: è ancora possibile, oggi, diventare adulti al modo dei nostri padri? Esiste ancora quel che si chiamava maturità? È mai esistita, o si è sempre e solo invocato il suo fantasma?

Volete suggerire altri romanzi ?