Io non parlo russo, di Jana Karšaiová, Feltrinelli 2026, pp. 144

Con Io non parlo russo, la scrittrice slovacca di nascita, italiana di elezione, Jana Karšaiová torna a raccontare l’Europa delle frontiere invisibili e delle identità in movimento. Nata a Bratislava nel 1978, Karšaiová ha costruito il proprio percorso letterario in modo singolare: pur essendo madrelingua slovacca, ha scelto di scrivere in italiano, lingua imparata da autodidatta e poi diventata il suo principale strumento espressivo. Prima di dedicarsi alla narrativa ha lavorato a lungo nel teatro, vivendo tra Praga, Ostia e Verona. Il suo esordio narrativo, Divorzio di velluto (2022), aveva già attirato l’attenzione della critica e dei lettori; a me era piaciuto molto, ve ne ho parlato in questa recensione. Il romanzo, proposto da Gad Lerner, era entrato tra i dodici candidati al Premio Strega, raccontando attraverso vicende private la separazione tra Repubblica Ceca e Slovacchia e, più in generale, il tema dello sradicamento individuale e collettivo. Anche nel nuovo libro Karšaiová continua a interrogare la storia recente dell’Europa centrale, intrecciandola con esperienze intime e autobiografiche.

Ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che ciascuno ha un numero finito di battiti del cuore per una vita, solo quella cifra e basta. Io li sprecavo sempre ai confini.

Nel romanzo Io non parlo russo la protagonista, Hana, vive in Italia da molti anni e lavora per una radio italiana. La storia comincia quando torna a Bratislava per votare alle elezioni parlamentari e seguire il voto come inviata. Attraversare il confine è sempre stata per lei un’esperienza straniante; anche quando era bambina, durante un viaggio con i genitori, aveva provato un forte senso di disagio. E ancora adesso, atterrata a Vienna, passare attraverso il confine le provoca un senso di ansia, di timore; in particolare, in questo momento storico, il paese in cui è nata le appare improvvisamente diverso, più teso e diviso, come se qualcosa si fosse incrinato nella sua identità collettiva.

Questa trasformazione è evidente soprattutto nella sua famiglia. Il fratello Martin è diventato un attivista convinto di un movimento populista nazionalista, filorusso e apertamente critico verso l’Unione europea; sui social pubblica video complottisti con lo pseudonimo di “Tommaso l’Incredulo”. Il confronto tra i due non è soltanto politico ma anche esistenziale: Hana rappresenta un’Europa aperta e cosmopolita, costruita attraverso l’esperienza dell’emigrazione, mentre Martin incarna una visione identitaria e disillusa, alimentata da paura e sfiducia.

Il titolo Io non parlo russo è semplice e quasi banale nella forma, ma nel romanzo assume un valore fortemente simbolico e politico. Letteralmente indica una scelta linguistica, ma in realtà diventa una dichiarazione di identità. Nella storia recente dell’Europa orientale la lingua russa non è solo uno strumento di comunicazione: per molti paesi che facevano parte della sfera sovietica rappresenta anche il segno di un dominio politico e culturale durato decenni. Dire “non parlo russo” significa quindi, implicitamente, prendere le distanze da quell’eredità e affermare una collocazione diversa, più vicina all’Europa occidentale.

Le elezioni slovacche sanciscono la vittoria delle forze populiste, e nel caos del risultato politico emerge una vicenda personale che dà movimento alla trama: Tomáš, il figlio adolescente di Martin, scompare insieme a una compagna di scuola. Hana si mette alla sua ricerca e arriva alla vecchia chata di famiglia, la casa di campagna legata ai ricordi dell’infanzia. Qui scopre qualcosa di inatteso: l’edificio è diventato il rifugio di un migrante, Levan, nascosto lì per sfuggire alla polizia o a un destino incerto.

L’incontro con Levan apre una seconda linea narrativa. All’inizio Hana reagisce con diffidenza e paura, ma presto quella presenza diventa uno specchio della propria storia: anche lei, anni prima, era stata una straniera in Italia, costretta a confrontarsi con la burocrazia, con la diffidenza degli altri e con la lunga strada per ottenere la cittadinanza. Ricordare quel percorso significa riaprire una parte della propria vita che aveva cercato di dimenticare. La vicenda del ragazzo migrante si intreccia così con il lutto familiare, con la scomparsa del padre e con la ricerca del nipote, creando una trama in cui il privato e il politico si sovrappongono continuamente.

Uno dei nuclei più interessanti del romanzo è la figura della protagonista. Hana lascia la Slovacchia subito dopo la laurea e si trasferisce in Italia, inseguendo un’idea di libertà e di possibilità che nel suo paese non riesce a trovare. L’integrazione, però, non è immediata: la lingua, il lavoro precario, la sensazione di essere sempre “l’altra” costruiscono una lunga fase di incertezza. Solo con il tempo riuscirà a stabilirsi davvero, fino a ottenere la cittadinanza italiana.
Questa esperienza, chiaramente autobiografica, diventa nel romanzo un punto di osservazione privilegiato. Hana è contemporaneamente dentro e fuori entrambe le realtà: slovacca per nascita, italiana per scelta. Quando torna a Bratislava si accorge che il paese da cui proviene non è più quello che ricordava, ma neppure lei è più la stessa persona che lo aveva lasciato. Il romanzo si muove così su una linea di tensione tra radici e trasformazione, appartenenza e distanza.

Il conflitto tra Hana e il fratello Martin rappresenta il vero cuore politico del romanzo. I due incarnano due visioni opposte dell’Europa contemporanea: da una parte l’apertura europea, dall’altra un ritorno a una politica nazionalista e filorussa. Non si tratta soltanto di una divergenza ideologica, ma di una frattura emotiva che attraversa la famiglia e rende quasi impossibile il dialogo. Questa tensione rispecchia la situazione reale della Slovacchia negli ultimi anni. Nelle elezioni parlamentari del 2023 ha vinto il partito guidato da Robert Fico, figura politica nota per le sue posizioni sovraniste e per la vicinanza alla Russia. La sua vittoria ha segnato un momento di svolta, portando il paese verso posizioni più euroscettiche e critiche nei confronti del sostegno occidentale all’Ucraina.
Nel romanzo, questa polarizzazione politica non resta sullo sfondo ma entra direttamente nella vita dei personaggi: le scelte elettorali diventano scelte morali, e le discussioni familiari assumono il tono di un confronto tra due modelli di futuro.

Per temi e prospettiva, Io non parlo russo si inserisce in una corrente sempre più riconoscibile della narrativa europea contemporanea: quella che racconta le biografie transnazionali e le identità costruite tra Est e Ovest. Molti autori dell’Europa centrale e orientale hanno raccontato negli ultimi anni questo passaggio storico: la fine del mondo post-sovietico, l’ingresso nell’Unione europea, le nuove tensioni politiche. Karšaiová aggiunge a questo panorama un punto di vista particolare, perché scrive direttamente in italiano e si rivolge a un pubblico occidentale, trasformando la propria esperienza di migrazione in uno strumento narrativo.

Si possono rintracciare affinità, per esempio, con i romanzi di Olga Tokarczuk, come I vagabondi, dove il movimento attraverso i confini europei diventa una chiave per interrogare identità e appartenenza. Allo stesso modo, nelle opere della scrittrice rumeno-tedesca Herta Müller, premio Nobel per la letteratura, la dimensione privata e familiare è spesso attraversata dalle tensioni politiche e dalle conseguenze della storia. Un altro riferimento possibile è la narrativa dell’autrice croata Dubravka Ugrešić, in particolare nel romanzo Il museo della resa incondizionata, che esplora l’esperienza dell’esilio e la perdita di un’identità nazionale stabile dopo la dissoluzione della Jugoslavia.
Il risultato è un romanzo breve ma denso, in cui la storia individuale diventa una lente per osservare trasformazioni politiche più ampie: il ritorno dei nazionalismi, il conflitto tra apertura e chiusura, la paura dell’altro.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la scrittura. Karšaiová utilizza un italiano molto limpido e preciso, sorprendente se si considera che non è la sua lingua madre. La prosa è asciutta, quasi trattenuta, e tende a privilegiare l’osservazione dei dettagli e dei gesti quotidiani piuttosto che grandi spiegazioni psicologiche.
Questa scelta produce un effetto di sobrietà che si adatta bene ai temi del libro: le tensioni politiche, i conflitti familiari e il senso di spaesamento della protagonista emergono spesso attraverso dialoghi brevi, silenzi o piccoli frammenti di memoria. La narrazione procede per episodi e ritorni nel passato, mantenendo sempre un equilibrio tra dimensione personale e contesto storico.
Se da un lato questa misura stilistica rende la lettura scorrevole e molto chiara, dall’altro contribuisce forse anche alla sensazione che alcune parti della storia restino appena accennate. Proprio perché la scrittura è così essenziale, il lettore può avere l’impressione che alcuni snodi narrativi avrebbero potuto essere sviluppati più a lungo.

La lettura di Io non parlo russo lascia complessivamente un’impressione positiva. Il romanzo ha il merito di affrontare con chiarezza un tema politico molto attuale e di farlo attraverso una storia personale credibile, costruita attorno a una protagonista complessa e convincente.
Allo stesso tempo, però, resta la sensazione che alcuni elementi avrebbero meritato uno sviluppo maggiore. La vicenda appare a tratti troppo concentrata: alcune relazioni familiari, in particolare quella con il padre prima della sua morte e quelle con la madre e il fratello, sembrano appena accennate e avrebbero potuto essere approfondite per rendere il conflitto più intenso.

Anche la scelta di vita di Hana in Italia e il suo percorso di integrazione restano in parte sullo sfondo, pur essendo un elemento fondamentale per comprendere il personaggio. Lo stesso vale per l’episodio del migrante nascosto nella casa di campagna e per il gesto che la protagonista compie seguendo una lettera lasciata dal padre: un passaggio narrativamente molto forte, che avrebbe potuto diventare il centro emotivo della storia.
Forse proprio per questo, alla fine della lettura rimane un piccolo rimpianto: la sensazione che, con qualche pagina in più e con uno sviluppo più ampio delle relazioni familiari, il romanzo avrebbe potuto diventare ancora più coinvolgente e incisivo.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.