Com’era fatta. L’enigma che si portava dentro, estranea persino a sé stessa. All’epoca era fatta che ogni tanto (..) ribolliva tutta dall’interno, testa, cuore, pancia. Una brusca inondazione di lava, come se di colpo le crollassero dentro le mura difensive, paratie oltre le quali sobbolliva da sempre un liquido mortale. Quando il calore rovente la inondava, mia madre si aggrappava agli schienali delle sedie o ai bordi dei tavoli per non essere spazzata via. Per restare in vita. Le mani, pur bruciando, diventavano bianche per lo sforzo. (..) Dopo un certo tempo l’orrore infuocato ridefluiva in profondità. Mia madre si raffreddava, il respiro si calmava, o forse tornava dopo essere cessato. Il cuore ricominciava a battere.

Il grande amore di mia madre, di Urs Widmer, Keller editore 2019, traduzione di Roberta Gado, pagg. 159

Grazie a Keller editore, e alla traduzione della bravissima Roberta Gado, possiamo leggere questo nuovo capitolo della storia familiare dell’autore svizzero Urs Widmer, figura di spicco nella letteratura svizzera, a fianco di Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch. Lo abbiamo letto, con grande soddisfazione, nel precedente “Il libro di mio padre”, di cui vi ho già parlato. Ora, ci addentriamo in una storia struggente che vede protagonista la madre, Clara Molinari, e l’amore che ha riempito la sua vita.

Il romanzo si costruisce con uno schema che possiamo definire di memoir-fiction, dove il risultato è una storia autobiografica arricchita da inserti narrativi e calata nel quadro storico di un’epoca carica di avvenimenti cruciali per l’umanità tutta. Dagli anni Venti al secondo dopoguerra, in un continuum lineare che si attraversa a fianco di una donna e del suo amore per un uomo che poco le ha dato e molto le ha tolto. Un’opera in cui finzione e realtà si alternano, dove i personaggi sono ritratti con grande partecipazione: li conosciamo a poco a poco, attraverso il loro modo di affrontare la vita e le avventure che la plasmano, il loro entusiasmo e i loro lati più oscuri. Da un lato Clara, la giovane cresciuta con un padre austero e una madre morta prematuramente, in una grande casa e con buone possibilità economiche. Una ragazza che nasconde in sé molte fragilità e che si affaccia alla vita con curiosità ed entusiasmo giovanile, pronta ad imbarcarsi in un’avventura che la vede figura-ombra a fianco di un uomo pieno di sé e della sua voglia di affermazione. Edwin, al contrario di Clara, ha conosciuto la povertà e ha dovuto fare appello alla sua ostinazione per perseguire il suo sogno: diventare direttore d’orchestra.

direttore d'orchestra

E ci riesce, anzi, diviene un grande e affermato direttore, perché, al contrario di Clara, sembra che a lui la vita si offra come una galleria di opportunità che sa cogliere e volgere a suo favore, grazie anche al suo cinismo e all’incrollabile fede in se stesso, e alla sete di riscatto. A Clara, invece, la vita riserva la parabola opposta perché la Storia entra di prepotenza nella sua vita: il crollo della Borsa di New York del ’29 getta sul lastrico il padre, che per lo shock muore stroncato da un infarto e alla figlia non resta che svendere la casa e vivere modestamente grazie al lavoro che Edwin le offre. Clara diventa una specie di segretaria tuttofare del direttore e della sua “Junges Orchester”, l’orchestra dei giovani musicisti del conservatorio con cui Edwin scala la vetta del successo, dapprima osteggiato e man mano osannato, nella sua scelta di eseguire la musica moderna: Bartók, Ligeti, Honegger, Fortner. La devozione di Clara a Edwin è totale; per lei Edwin sarà l’unico amore, e a lui rivolgerà i suoi pensieri per tutta la vita, nonostante la totale indifferenza di lui, che, dopo un distratto rapporto d’amore, sposa la ricca proprietaria dell’azienda di cui è direttore, divenendone azionista di maggioranza, e il matrimonio di Clara, con un uomo di cui nulla si dice nel romanzo. Anche la nascita del figlioletto – l’io narrante del romanzo – non riesce a risollevare Clara dall’apatia sentimentale in cui è caduta dopo l’abbandono dell’egocentrico Edwin.

Basilea case
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Nonostante la trama – che ho sommariamente riassunto – il romanzo non è un drammone d’amore non corrisposto. Certo, questo è il perno su cui la storia gira, ma risulta particolarmente piacevole perché è sostenuta innanzitutto da una scrittura ironica e vivace, e incastonata in un quadro storico e sociale continuamente riferito e rispecchiato nelle esistenze dei protagonisti. C’è un grande equilibrio tra ciò che avviene nell’interiorità della donna e ciò che le accade intorno. La sua ostinazione, ad esempio, a coltivare l’orto nell’alternarsi delle stagioni, chiudendosi in un mondo piccolo e tutto suo, avulso da ciò che avviene all’intorno, è cadenzata dai tragici avvenimenti della spietata parabola hitleriana, al fine conclusa dopo le immani carneficine. La guerra, che vede la Svizzera in una posizione di neutralità, si affaccia sulle sponde del lago di Basilea quasi come una benedizione, capace di ridare un nuovo impulso alle industrie meccaniche che producono macchinari per lo sforzo bellico della Germania, andando a rimpinguare quelle casse che la crisi borsistica aveva svuotato. Non mancano le frecciatine dell’io narrante – l’autore – alla ambigua posizione elvetica, condensata qui nella figura di Edwin che, proprio grazie alla guerra, diviene miliardario e mentre in Europa infuria il conflitto, la moglie pensa ad accrescere la sua collezione di opere d’arte. Le tranquille acque del lago sembrano appena incresparsi di fronte alla tragedia dell’umanità, e le grandi ville, ombreggiate da alberi secolari, continuano il loro tenore di vita senza scossoni.

A questo quadro si contrappone il destino della famiglia paterna di Clara: piemontesi di umili origini, con un avo nero, riescono a costruire una piccola fortuna prima della guerra, che si dissolve però velocemente decretando il declino di tutta la parentela. Nel romanzo vediamo Clara tornare due volte a casa dei parenti italiani: due momenti completamente diversi ma entrambi descritti in modo vivido dall’autore.

Infine le figure che appena si affacciano su questo scenario: il marito e il figlio di Clara. Del primo poco si dice – ma ben lo si conosce nel romanzo “Il libro di mio padre”-; del secondo, che appunto è colui che racconta la vita della donna, percepiamo tutta la pietas nei confronti della fragile madre.

Madre che lui ama teneramente, e alla quale perdona le disattenzioni nei suoi confronti, tutta presa com’è dalla forza devastante di questo amore non corrisposto che corrode la sua vita, fino al punto da renderla evanescente seppur concreta: una “roccia friabile che si sforza di essere granito”. Madre che arriva sull’orlo della pazzia, passando per cliniche psichiatriche dove la curano con l’elettroshock, ma che sa rialzarsi in piedi, e tornare a vivere, o meglio a convivere con i fantasmi del passato.

Qui potete leggere l’incipit.