Si decidono o no ad arrivare, dice il Georg guardando in giù verso il paese, con un tempo così, non si può imbroccare giornata migliore, se non oggi quando, ci si chiede, e legge l’orologio. Però è di nuovo lunedì, fa il Paul aprendo le braccia, e il lunedì è monello, quando andavamo a scuola noi, il professore delle medie, che era ancora il vecchio Capaul, non faceva tante storie se in giornate come questa ci prendevamo qualche ora d’aria, dice il Paul, fuori s’impara più che qui dentro, diceva e ci spediva allo skili, noi volavamo sulle piste tutto il giorno e lui se ne andava tra i cespugli col fucile dietro agli uccelli per completare la sua collezione, quello gli sparava persino dalla cattedra se li vedeva passare fuori dalla finestra dell’aula.(pag 59)

Ultima neve, di Arno Camenisch, Keller editore 2019, traduzione di Roberta Gado, pagg 104

Leggere i romanzi di Arno Camenisch è un’esperienza che lascia un segno profondo perché nelle poche pagine che li compongono è condensato tutto un mondo, quello della montagna e dei suoi peculiari abitanti, quelli nati lì e vissuti sempre lì, quelli che la amano e ne conoscono bellezze e minacce, quelli che farebbero di tutto per vederla rispettata e protetta, mentre invece sono costretti a vivere sulla pelle certe avvisaglie foriere di cambiamenti negativi.

Anche nel suo più recente lavoro, al centro del romanzo ci sono due esemplari di quella specie, “il” Paul e “il” Georg, che gestiscono un impianto di risalita in una imprecisata località situata sui monti dei Grigioni, e che irretiscono il lettore in un lungo dialogo, spezzato nei giorni, mentre si preparano al meglio per accogliere turisti che sembrano scarseggiare, come la neve, che l’Onnipotente non manda più a cariolate come una volta. Mentre sono indaffarati a oliare i meccanismi dello skilift, a preparare i biglietti e i soldi per dare il resto, mentre scrutano le nuvole e fanno congetture sulle possibili nevicate, parlano tra loro. In realtà è soprattutto Paul a parlare, a rievocare i ricordi della sua infanzia e giovinezza, della sua attuale situazione familiare allietata dalla presenza dell’amata moglie Claire e dello scapestrato figlio, e degli abitanti del paese, inscenando così una galleria di tipi montanari, a volte strambi ma con storie che meritano di essere raccontate. Paul è più sentimentale, portato a cogliere la psicologia delle persone e intento a riflettere su cosa sia l’amore. Georg è più riservato, ascolta e mugugna, ogni tanto si lascia scappare qualche frecciatina, ma è più che altro concentrato a mantenere in funzione l’impianto e ad annotare tutto sul suo quadernetto.

Il loro sguardo è spesso puntato al cielo – scrutato col binocolo -, alle nubi che passano veloci o si fermano a fare da corona ai picchi, e dai loro movimenti sanno fare previsioni, come lo sa fare ogni abitante di quelle montagne; le nubi che una volta erano cariche di fiocchi e li scaricavo copiosi sulle piste e sui boschi, ora sembrano più sterili, e la temperatura è “un cicino” troppo alta per l’inverno; colpa del cambiamento climatico, affermano i due.

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photo credits: keller editore

C’è silenzio lassù, un silenzio sovrastato dai monti e dai ricordi, l’eco di un passato dove tutto era mitico: gli assi locali dello sci e del calcio, le avventure, le giornate passate a sciare senza pensieri. Ora non resta che raccontarli, quei giorni, in un gioco di ruolo dove Paul è quello che parla e Georg quello che ascolta, nell’attesa dello scorrere del tempo, come “quel” Godot (dice Paul; e, in effetti, la mente va subito a Vladimiro ed Estragone). Dalle loro parole, dai gesti, si intuisce l’amore che nutrono per quei luoghi, nemmeno scalfito dalla consapevolezza che tutto sta cambiando, in un atto di silenziosa resilienza, e di testimonianza, mentre un mondo – quello delle valli alpine e delle lingue romance – sembra destinato a scomparire.

Un romanzo che tocca le corde del cuore, scritto in uno stile essenziale e colloquiale, dove i dialoghi non sono limitati da virgolette, ma filano tutti di seguito, armoniosi e perfetti. Parole che suscitano un po’ di malinconia, di senso di smarrimento di fronte alle apparentemente banali considerazioni di Paul, che invece fanno affiorare le amare verità del “cosa ne sarà”.

Chissà se dureranno ad aeternum anche i ghiacci perenni lassù fra le cime, non ne sarei più tanto sicuro, se il ghiacciaio luccica così già di primo mattino, vorrà ben dire che se la squaglia, o cosa dice l’esperto del meteo? (pag 68)

Di Camenisch sul blog trovate anche “La cura“. Qui potete leggere l’incipit.

Arno Camenisch (1978), nato e cresciuto a Tavanasa nei Grigioni, scrive in tedesco e in romancio sursilvano. Ha studiato all’Istituto svizzero di letteratura di Bienne, città in cui vive e lavora.
I testi di Camenisch sono tradotti in una ventina di lingue. Ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti in Svizzera e all’estero, tra cui in Italia il Premio Salerno Libro d’Europa nel 2013 e il Premio Ostana per le lingue madri nel 2014.
In Italia sono usciti Sez Ner (Ediz. Casagrande, 2010), Dietro la stazione (Keller, 2013), Ultima sera (Keller, 2013) e La cura (Keller, 2017), tutti nella traduzione di Roberta Gado.