Le storie sono cose che fabbrichiamo: nient’altro. Le cerchiamo in un mondo che non è il nostro e poi le lasciamo qui perché qualcuno le trovi, come altrettanti indumenti abbandonati dai fantasmi.

I rifugiati, di Viet Thanh Nguyen, Neri Pozza editore 2017, traduzione di Luca Briasco

La guerra del Vietnam ci è stata raccontata soprattutto per immagini: una filmografia sterminata, con produzioni smaccatamente pro-americani ed altre più critiche, capaci di guardare con più realismo a questo ennesimo episodio di ingerenza politica coniugata agli interessi economici. Ce l’hanno raccontata alcune foto-simbolo, immagini che non si dimenticano (ne ho già parlato).

Vietnam boat peopleSi stima che tra il 1970 e il 1997 siano fuggiti dal Vietnam circa due milioni di profughi: sono i boat people che hanno affrontato il Mare Cinese Meridionale e i pericoli che ciò comportava. Le malattie, le avarie di barconi sovraccarichi, la fame e la sete, i pirati (articolo Rai News); sempre le stime approssimative, dicono che circa mezzo milione di loro non ce l’ha fatta ad arrivare in salvo.

La raccolta di racconti di cui vi parlo oggi è una delle mie letture sull’argomento; sul blog trovate altre due recensioni (qui e qui). Prossimamente leggerò, dello stesso autore, “Il simpatizzante”: il suo primo romanzo, con in quale ha vinto il Premio Pulitzer nel 2016.

Protagonisti degli otto racconti che formano “I rifugiati” sono uomini, donne e bambini fuggiti dal Vietnam durante la guerra o dopo la caduta di Saigon in mano ai Viet Cong , o che, per altri motivi, hanno a che fare con il Vietnam. Sono scritti con uno stile pulito, scorrevole, con i giusti tempi per creare sospensione e curiosità di andare avanti; uno stile che coinvolge, che trascina nella storia, che tocca i tasti dei sentimenti e che suscita emozioni. Mentre leggi senti l’angoscia, a volte il terrore, provato in una certa situazione dal protagonista; se ne esperimenta lo spaesamento, il non sentirsi all’altezza, la paura di non capire cosa ti viene detto perché non hai una sufficiente conoscenza della lingua.

La mia adolescenza americana era piena di racconti terribili come quello, ognuno dei quali dimostrava chiaramente ciò che mia madre affermava di continuo: che questa non era casa nostra. In un paese dove i beni di proprietà erano l’unica cosa che contasse, non avevamo niente che ci appartenesse, a parte le storie.

In un racconto la protagonista è una giovane donna che deve convivere con due grandi dolori: le violenze subite sul barcone durante la fuga e l’assassinio del fratello.  In un altro troviamo un ragazzo fuggito da Saigon e giunto a San Francisco tramite uno sponsor; l’uomo ha un compagno più giovane e Liem – il giovane profugo – inizialmente non riesce a mettere a fuoco l’espressione che loro usano per spiegarglielo. A contatto con loro, Liem riesce a mettere chiarezza nella sua sessualità. Proseguendo, conosciamo, attraverso gli occhi del piccolo protagonista figlio di rifugiati che gestiscono un market, la signora Hoa: moglie e madre che ha perso i suoi cari durante la guerra, odia i comunisti e raccoglie fondi nella comunità vietnamita per finanziare una ribellione in Vietnam. In un altro, troviamo un messicano che ha subito un trapianto al fegato. Il donatore è un profugo vietnamita deceduto in un incidente stradale. Poi c’è un professore anziano, scappato dal Vietnam dove ha dovuto lasciare tutti i suoi amati libri e l’insegnamento; a causa dell’alzheimer dimentica le cose, si confonde e chiama sua moglie con un nome diverso, facendola ingelosire.

Nel racconto “Gli americani”  il Vietnam non è il luogo di provenienza dei protagonisti, ma ad esso sono legati. Carver è un nero nato e cresciuto in Alabama, divenuto pilota di B-52 dell’aeronautica militare: durante la guerra del Vietnam stava sull’aereo e sganciava bombe. Ha una moglie giapponese e una figlia fidanzata con un ragazzo vietnamita che decide di seguire in quel paese per il suo progetto di sminamento con dei robot. Il rapporto con la figlia è teso: lei non gli perdona il suo passato e lui non capisce la sua scelta di vivere in quel paese.

«Non sono arrabbiato, e neppure amareggiato. Di cosa dovrei essere arrabbiato? O amareggiato, se è per questo? Di dover sentire gli sproloqui di un ragazzino che crede di salvare il mondo con un robot di latta? O di avere una figlia che crede di essere vietnamita?»

«Ho detto che sono vietnamita nell’anima. È una metafora. Un modo di dire. Significa che penso di aver trovato un posto dove posso fare qualcosa di buono e rimediare a una parte degli errori che hai commesso tu.»

«Errori? E quali errori avrei commesso?»

«Hai bombardato questo paese. Hai mai pensato a quante persone hai ucciso? Migliaia? Decine di migliaia?»

Attraverso le vite dei protagonisti di questi racconti, scampati alla morte sì, ma non ai fantasmi del passato (esemplare il primo racconto), l’autore ci fa riflettere sulla complessa rete di cause ed effetti che il conflitto in Vietnam ha scatenato, anche dopo la sua fine. Chi è riuscito a scappare e a salvarsi deve convivere con i sensi di colpa verso chi non ce l’ha fatta, o verso chi è rimasto là e conduce una vita ben diversa, come nell’ultimo, “La terra del padre“. O i sensi di colpa di essere americani e avere un padre che ha bombardato quel paese. O il sentirsi sempre un rifugiato, un estraneo, anche dopo anni che si vive nel nuovo paese.

Viet-Thanh-NguyenViet Thanh Nguyen è nato a Buôn Ma Thuôt nel 1971; si è trasferito insieme alla famiglia negli Stati Uniti nel 1975. Inizialmente la famiglia viene alloggiata in Pennsylvania presso uno dei quattro campi allestiti negli Stati Uniti per accogliere i profughi in fuga dal Vietnam, e poi, dal 1978 ad Harrisburg. Successivamente la famiglia si trasferisce in California, a San José, dove apre un negozio di prodotti vietnamiti. Nguyen frequenta la St. Patrick School e il Bellarmine College Preparatory.

Nel maggio1992 si laurea alla University of California, Berkley, ottenendo sia un Bachelor of Arts (B.A.) in Inglese, che un secondo B.A. degree in Studi Etnici.

Nel 1997 diventa docente universitario nella University of Southern California di Los Angeles e avvia una carriera come scrittore, proponendo diversi racconti brevi e saggi. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Il simpatizzante”, incentrato sulla guerra in Vietnam, che nel 2016 è stato premiato con il Premio Pulitzer per la narrativa.

Nguyen è attivamente impegnato in molteplici iniziative volte a promuovere la cultura vietnamita negli Stati Uniti attraverso il coinvolgimento degli intellettuali della diaspora e a incentivare gli scambi culturali tra i paesi che si affacciano sul Pacifico.

Link all’editore. L’incipit potete leggerlo qui.