Il viaggio mi aveva lasciato molto abbattuto, perché avevo incontrato migliaia di connazionali che erano fuggiti dal paese e versavano in condizioni pietose. Avevo già visto dei rifugiati prima di allora, Comandante, perché la guerra aveva lasciato senza una casa milioni di persone già in patria, ma quell’umanità stracciona rappresentava una specie a sé. Era così unica che i media occidentali le avevano dato un nome, boat people, un epiteto che, in apparenza, avrebbe potuto corrispondere a una tribù appena scoperta sul Rio delle Amazzoni o a una misteriosa popolazione preistorica estinta da millenni, della quale fossero sopravvissute solo le imbarcazioni.  pag 207

Il simpatizzante, di Viet Thanh Nguyen, Neri Pozza editore 2016, traduzione di Luca Briasco, pagg. 508, vincitore del Premio Pulitzer 2016

Di libri così se ne leggono uno all’anno, purtroppo. Intendo dire che seppure capiti di leggere tanti bei romanzi – e qui sul blog ne trovate tracce –, di veri e propri capolavori ne escono pochi. Pochissimi. Ora, non sta a me dire se questo sia un capolavoro in assoluto; posso solo affermare che, nel mio olimpo personale, questo è andato ad occupare una posizione di assoluto rilievo.

Di questo autore avevo già letto la raccolta di racconti “I rifugiati”, che mi aveva colpito per il modo di affrontare un tema così difficile e renderlo chiaro anche a chi ne ha vissuto indirettamente le conseguenze soprattutto attraverso la campagna mediatica, una gigantesca macchina a due facce: quella ufficiale e governativa americana, e quella dei dissidenti. Mancava una voce che ci potesse parlare dalla parte dei vietnamiti e, grazie a Nguyen, ora abbiamo la possibilità di affrontare la questione da un punto di vista diverso. Là nella forma del racconto breve, qui in quella del romanzo.

Oggi il Vietnam vive una situazione molto diversa dal punto di vista della politica interna e internazionale; anche le condizioni di vita della popolazione sono cambiate e il paese è diventato una meta turistica di grande attrattiva, grazie al suo territorio di rara bellezza e al patrimonio artistico e monumentale.

Mi sento di consigliare la lettura di questo romanzo a chi voglia andare a conoscere questo paese: si tratta di una lettura illuminante su uno dei peggiori periodi nella storia del Vietnam, scritto da un vietnamita fuggito dal suo paese e naturalizzato americano.

Il romanzo è la lunga confessione che il protagonista scrive durante la sua prigionia rieducativa in uno dei tanti campi allestiti dai Vietcong.

Vivere e morire significava comunque essere perseguitati: prima dall’inevitabilità della propria decadenza, poi dal ricordo di come si era vissuti.  pag 411

È – come egli stesso dichiara fin dalla prima pagina del magistrale incipit- un uomo dalla doppia personalità, un doppiogiochista, una spia che opera sul filo incerto e pericoloso dell’appartenenza alle due fazioni in lotta tra loro. È il braccio destro del generale sudvietnamita a capo della Polizia Nazionale del Vietnam del Sud che deve fuggire – siamo nel 1975 – da Saigon appena prima che cada nelle mani dei vietcong nord vietnamiti. È un uomo che porta già nel suo DNA una doppia appartenenza: figlio di un prete cattolico francese e di una contadina vietnamita, ha vissuto un’infanzia ai margini di tutto. La povertà, il rifiuto del padre di riconoscerlo, le vessazioni di chi lo considera un bastardo; solo la madre lo ha sempre sostenuto – “Ricorda, tu non sei la metà di nulla, ma due cose insieme!” – ha fatto di tutto perché potesse riscattarsi da questa situazione, spronandolo a dare il meglio di sé nello studio, cosa in cui effettivamente lui è riuscito ad ottenere importanti risultati, tra cui una borsa di studio per un’università californiana. Borsa che gli viene assegnata dall’amico Man, schierato con i comunisti, che lo manda negli Stati Uniti come parte del suo addestramento: deve capire la mentalità americana e spingersi fino a partecipare ai programmi di addestramento agli interrogatori della CIA, per portare avanti, in seguito, il suo compito di spia. È proprio nel college californiano che inizia a formare la sua coscienza critica, e a consolidare la sua cultura filosofica e letteraria; un cammino che contribuisce a renderlo l’uomo dai due volti. Tornato in Vietnam, decide di aderire alla lotta e lo fa nel ruolo che meglio gli si addice, quello del doppiogiochista.

Il racconto, dicevo, parte dalla rocambolesca fuga da una Saigon che sta per cadere, e, sotto le bombe, ben pochi riescono a fuggire sugli ultimi aerei americani che stanno abbandonando il Vietnam al suo destino. Fugge insieme al generale e alla sua famiglia, e con l’amico fraterno Bon, un anticomunista filo americano, all’oscuro del vero ruolo dell’amico, e con Claude, l’agente della Cia che gli sarà al fianco per lungo tempo.

Una volta giunti negli Stati Uniti, vanno ad ingrossare la comunità dei rifugiati che vivono lo spaesamento e le difficoltà di un inserimento difficile; per gli americani, infatti, i vietnamiti sono il volto della sconfitta, riportano continuamente a galla la tragedia personale di molte famiglie che hanno perso padri, figli, mariti, fratelli in una guerra odiosa, che ha privato anche quelli che sono tornati salvi del potere essere considerati eroi di guerra, come era accaduto ai reduci della Seconda guerra mondiale. Sono visti con sospetto e lasciati ai margini da un’opinione pubblica condizionata, che vede in loro potenziali spie del regime comunista; a questo ha contribuito largamente anche la produzione cinematografica hollywoodiana, come non manca di sottolineare Nguyen nell’episodio legato alla realizzazione del film del Grande Autore – leggi il Francis Ford Coppola di “Apocalypse now”.

Il protagonista del romanzo, il Capitano, vive la sua doppia vita agendo come braccio destro del generale per aiutarlo nel suo tentativo di dare vita ad una resistenza in Vietnam, e contemporaneamente inviando dispacci cifrati all’amico Man – che ricopre un ruolo importante nella compagine dei Vietcong – tenendolo al corrente degli sviluppi e dei nomi di chi affianca il generale.

È un personaggio complesso, “un uomo con due menti diverse (..) in grado di considerare qualunque argomento da due punti vista antitetici”, un dubbio talento che neppure lui stesso riesce a riconoscersi come tale, poiché è a causa di ciò che la sua vita ha preso strade difficili da giustificare. E anche il lettore prova sentimenti contrastanti verso questo uomo: da un lato deve soppesare le sue azioni, dall’altro deve seguire il filo dei suoi pensieri, e si trova intrappolato tra la condanna e la pietà. Il Capitano ha ucciso, tradito, spiato in nome di un ideale a cui solo una delle sue due parti crede fino in fondo, mentre l’altra riesce a guardare tutto rimanendo freddo e indifferente anche di fronte alle torture inflitte ai prigionieri, persino a quelli della sua fazione. Si dimostra cinico, calcolatore, ma su una cosa rivela la sua umanità: il legame fraterno che lo lega a Man e Bon, schierati su fronti opposti, e, allo stesso modo e con la stessa intensità, amati e rispettati. Verso la fine della sua lunga confessione, stremato dal “trattamento” rieducativo a cui il Commissario politico lo sottopone, emergono le sue riflessioni disincantate:

Ero sempre stato diviso, anche se solo in parte per colpa mia. Se infatti ero stato io  a scegliere di vivere due vite, e di essere un uomo con due menti diverse, sarebbe stato comunque difficile agire diversamente, considerato che la gente mi aveva sempre dato del bastardo. La nostra stessa patria era maledetta, imbastardita, divisa tra Nord e Sud, e se si poteva dire di noi stessi che avevamo scelto la separazione e la morte lanciandoci in una guerra incivile, anche questo era vero solo in parte. Non avevamo scelto di essere corrotti dai francesi, di essere suddivisi per opera loro in una blasfema trinità di Nord, Centro e Sud, per poi venire consegnati alle grandi potenze del capitalismo e del comunismo per un’ulteriore bipartizione e vederci affidare un ruolo da eserciti in lotta, in una delle tante partite a scacchi della Guerra Fredda, giocate in stanze con l’aria condizionata da uomini bianchi in giacca e cravatta. Se la mia generazione era stata divisa prima ancora della nascita, io ero stato diviso da me stesso subito dopo essere venuto al mondo, e scaraventato in una realtà nella quale nessuno mi accettava per ciò che ero. pag 481

 

Tutto ciò che accade nel romanzo – una trama che si sviluppa su un asse temporale lungo e in paesi diversi, che parla del Vietnam, dei Khmer Rossi, dell’invasione vietnamita della Cambogia, delle tensioni tra Cina e Vietnam, della tragedia dei boat people  e della vita dei rifugiati negli Stati Uniti– sta a voi scoprirlo, leggendolo. Quello che vi posso ancora dire è che i piani di lettura di questo romanzo sono molteplici, e – nonostante l’ambientazione, o forse proprio per quello – molto attuali. Lo sguardo del protagonista è sempre politico, non potrebbe essere altrimenti, perché il nocciolo della questione ruota attorno al potere, all’ingerenza politico-economica e agli interessi ad essa collegati nello scacchiere internazionale, alla distorsione a fini politici dell’informazione, condotta su tutti i fronti, dai media, alla produzione cinematografica. Proprio su questo aspetto Nguyen è particolarmente critico, come potete leggere in questa intervista; Hollywood ha continuato a proporre la versione americana della storia, riuscendo così a condizionare l’immaginario collettivo riguardo al ruolo americano nella guerra del Vietnam.

Un altro aspetto di estrema attualità è quello dei profughi che fuggono dai paesi in guerra; il romanzo ci racconta il Vietnam degli anni Settanta e Ottanta, ma lo stesso accade oggi in altri paesi, e masse sempre più numerose si ammassano ai confini dei paesi che quelle guerre le hanno volute, finanziate e finalizzate ai propri interessi. Salvo poi attuare delle politiche di chiusura dei confini e di respingimento dei disperati a cui si vuole negare persino la speranza di un futuro migliore.

In virtù e oltre questi piani di lettura, il romanzo è una spy story tesa e intrigante, dove le influenze – indicate dall’autore stesso a margine – sono rintracciabili in Graham Greene, soprattutto nello scavo interiore e nell’approccio umanista, ma colorato con i chiaroscuro ironici – se non grotteschi – di un George Orwell. Tra gli autori da cui ha tratto ispirazione, Nguyen cita anche Tiziano Terzani, e il suo “Pelle di leopardo-Giai Phong. La liberazione di Saigon”, il libro in cui Terzani racconta la sua esperienza diretta di quei terribili giorni.

In conclusione, un grande romanzo della memoria e dell’identità, un viaggio nella mente di un uomo attraverso il suo stesso sguardo disincantato, una tragedia scritta come una satira per svelare l’ipocrisia che sta dietro a ogni ideologia, un’epopea dell’umanità stremata da una guerra sanguinosa.

I francesi e gli americani (..) un tempo rivoluzionari a loro volta, erano diventati imperialisti, colonizzando e occupando la nostra piccola terra ribelle e togliendoci la libertà con la scusa di volerci salvare. (..) Avendo lottato con successo nel nome dell’indipendenza e della libertà – ero così stanco di pronunciare quelle due parole! – ci eravamo affrettati a privarne i nostri fratelli sconfitti. (..) solo un uomo con due menti diverse poteva cogliere il paradosso in base al quale una rivoluzione fatta nel nome dell’indipendenza e della libertà potesse creare le condizioni perché quei due stessi ideali valessero meno di niente. Ero io quell’uomo con due menti diverse: me e me stesso. pag 500

Qui potete leggere il folgorante incipit.

Vi segnalo anche questa intervista e questo articolo.