Ashbery autoritratto

Autoritratto entro uno specchio convesso, di John Ashbery, Bompiani Capoversi 2019

 

 

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Autoritratto entro uno specchio convesso, Parmigianino, 1524

Autoritratto entro uno specchio convesso è, naturalmente, il dipinto del Parmigianino, conservato a Vienna. Il quadro è in dialogo costante con i testi del libro, ed è la scintilla da cui Ashbery parte. Man mano che il libro si compone (e si scompone) il poeta e il pittore, i versi e il quadro, si riconoscono; scrivendo, Ashbery, si mette nel quadro e lo reinventa, o – più semplicemente – trova il codice del dipinto, che è uno specchio nello specchio, un ritrovamento dell’uomo e della sua storia che passa dalla semplice osservazione di un oggetto al suo completo disvelamento, frantumandolo e ricostituendolo, così come fa il poeta mediante la lingua.

Ashbery quando scrive frattura, lascia crepe in cui chi legge può entrare fino a perdersi del tutto, per poi ritrovarsi in un piccolo frammento che sia un fiore, un gesto, un perduto momento.

Gianni Montieri, su Minima & Moralia

Un estratto dal volume sopra citato:

Come uno buttato ubriaco sul battello postale 

 

Ho tentato tutto, poco era immortale e libero.
Altrove è come stessimo in un luogo dove il sole
scende sfarinato, un po’ per volta,
ad aspettare che qualcuno venga. Volano parole aspre,
mentre il sole tinge in giallo il verde dell’acero…
Tutto qui, ma ermeticamente
ho avvertito il sommuoversi di un fiato nuovo nelle pagine
che tutto inverno hanno esalato l’odore di un vecchio catalogo.
Nuovi periodi si accendevano. Ma l’estate
era inoltrata, non ancora oltre il mezzo del cammino
ma piena e buia della promessa di quella pienezza,
di quel momento in cui non ci si può più sviare
e perfino i meno attenti ammutoliscono
per contemplare ciò che è pronto ad accadere.
Uno sguardo di specchio ti arresta
e tu passi oltre scosso: ero io il percepito?
Mi hanno notato, stavolta, così come sono,
o tutto è ancora rimandato? I bimbi
ancora intenti ai giochi, nuvole che salgono con agile
impazienza nel cielo pomeridiano, per dissiparsi
quando scende il limpido, denso crepuscolo.
Solo in quel colpo di clacson
là in fondo, per un attimo, ho pensato
che l’insigne evento formale stesse iniziando, orchestrato,
i colori addensati in uno sguardo, ballata
che abbraccia il mondo intero, adesso, ma con dolcezza,
ancora con dolcezza, ma con ampia autorità e tatto.
La prevalenza di quei fiocchi grigi che cadono?
È pulviscolo di sole. Hai dormito al sole
più della sfinge, ma non ne sai più di prima.
Entra. Ho pensato che un’ombra tagliasse la soglia
ma era soltanto lei venuta a chiedere ancora una volta
se intendevo entrare, e in caso contrario di prendermela calma.
La lucentezza della notte s’insedia. Una luna dal pallore cistercense
ha scalato la vetta del firmamento, vi si è installata,
socia adesso nell’affare del buio.
E un sospiro sale da ogni minuscola cosa terrena,
da libri, carte, vecchie giarrettiere, dai bottoni di sottomaglie e mutandoni
riposti in una scatola di cartone bianco chissà dove, e tutte le versioni
inferiori di città rase al suolo dalla livella della notte.
L’estate troppo esige, troppo prende,
ma la notte, schiva, reticente, dona più di ciò che sottrae.

 

Estratto:

Come lo fece Parmigianino, la mano destra
più grande della testa, protesa verso lo spettatore
mentre con naturalezza sfugge, come a proteggere
ciò che sfoggia. Qualche vetro piombato, travi antiche,
pelliccia, mussola pieghettata, un anello di corallo confluiscono
in un movimento che sostiene il volto, che fluttua
avvicinandosi e allontanandosi come la mano
tranne che è a riposo. È quel che è
sequestrato. Vasari dice: “Francesco un giorno si mise
a ritrarre se stesso, guardandosi
in uno specchio da barbieri, di que’ mezzotondi…
Laonde fatta fare una palla di legno
al tornio, e quella divisa per farla mezza tonda e
di grandezza simile allo specchio, in quella si mise
con grande arte a contraffare tutto quello che vedeva nello specchio,”
essenzialmente il proprio riflesso, di cui il ritratto
è il riflesso di secondo grado.
Lo specchio scelse di riflettere solo ciò che egli vedeva
e che bastava al suo scopo: la sua immagine
vetrificata, imbalsamata, proiettata a un angolo di 180 gradi.
L’ora del giorno o la densità della luce
adesa al volto lo mantiene
vivido e intatto in un’onda reiterata
d’arrivo. L’anima instaura se stessa.
Ma fin dove può fluttuare lontano attraverso gli occhi
e ancora tornare sana e salva al proprio nido? Essendo
la superficie dello specchio convessa, la distanza aumenterà
considerevolmente; vale a dire quanto basta per asserire
che l’anima è un prigioniero, trattato in modo umano, tenuto
sospeso, incapace di incedere molto oltre
il tuo sguardo che intercetta il dipinto.
Papa Clemente e la sua corte ne furono “stupefatti”,
secondo Vasari, e promisero una commissione
che non si concretizzò mai. L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.
Ma in quello sguardo c’è un misto
di tenerezza, divertimento e rimpianto, tanto possente
nel suo autocontrollo, che non lo si può guardare a lungo.
Il segreto è troppo ovvio. La pena che ci suscita brucia,
fa sgorgare lacrime ardenti: che l’anima non è un’anima,
non ha segreti, è piccola, e colma
il proprio vuoto alla perfezione: la sua stanza, il nostro istante d’attenzione.
Quella è la melodia, ma senza parola alcuna.
Le parole sono solo speculazioni
(dal latino speculum, specchio):
cercano senza poterlo trovare il senso della musica.(segue)

 

Vedi anche articolo di Italo Rosato su Doppiozero

e Massimo Bacigalupo su Il manifesto, in occasione della morte del poeta.

John-Ashbery-Montpelier

 

John Ashbery (1927-2017) è stato uno dei maggiori poeti postmoderni di lingua inglese. Nato a Rochester, New York, dopo gli studi a Harvard e alla Columbia University è vissuto per anni in Francia. Da forme aperte ma ancora soggette a convenzioni tradizionali è approdato a espressioni oniriche e complesse, sostenute da un’ispirazione poetica che non ha mai conosciuto interruzioni. Per la sua vasta produzione poetica ha ricevuto tutti i più importanti premi letterari americani.