Il suono del theremin non è altro che pura corrente elettrica. È il salmodiare del lampo che si nasconde nella sua nuvola. Il suo canto non si affatica né esita mai; pesiste, rimane, continua, dura, permane. Non ti abbandonerà mai. Sotto questo aspetto, è meglio di ognuno di noi.(pag. 32)

L’eco delle balene, di Sean Michaels, Keller editore 2019, traduzione di Gabriella Tonoli

E se il suono del theremin continua, sempre diverso eppure uguale solo a se stesso, la vita del suo creatore, Lev Sergeevič Termen, è un continuo ribaltamento di prospettive, di palcoscenici, di quinte. Un saliscendi vertiginoso, come un rollercoaster, che lo proietta in alto, verso i momenti più esaltanti, e poi giù, a precipizio, verso il nero più nero, verso la disumanizzazione di un gulag della Kolyma che prima ancora della vita, annienta la dignità.

Mi sentivo come un bicchiere d’acqua in lenta evaporazione, i miei atomi svanivano in aria. (pag. 383)

Un romanzo avvincente, coinvolgente, emozionante. Potrei snocciolare una serie infinita di aggettivi, ma non bastano, bisogna proprio leggerlo, per capire cos’è questa meraviglia.

Ci sono vite che già di per sé bastano a diventare un romanzo; quella di Termen sicuramente lo è. Inventore, scienziato, musicista, spia; può bastare? E più di tutto, un uomo, una mente brillante che cerca sempre di andare oltre i limiti del possibile, che non si ferma, nemmeno di fronte al muro più resistente, che ama, che commette errori, che difende il bello che custodisce nel cuore.

Il romanzo di Michaels racconta la vita di un personaggio realmente esistito, una vita rocambolesca, e lo fa dando voce proprio a lui stesso, che narra in prima persona la vita che gli è capitato di vivere. Forse ne avrebbe voluta un’altra, soprattutto quando le scelte non sono più state sotto il suo controllo. Avrebbe desiderato di vivere lontano dal suo paese, libero, con al fianco la donna che non ha smesso di amare dalla prima volta che l’ha incontrata. Ma i forse restano indietro e svaniscono come orme cancellate da un’onda sulla sabbia.

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Lev Sergeevič Termen

Lev racconta al lettore la sua vita, fin da quando, ragazzino e poi adolescente, la sua mente brillante si fa notare. L’elettricità è il suo mondo, la sua ispirazione; ma anche la musica. Da questo connubio nasce la sua più nota invenzione, il theremin, quello che può essere considerato il primo strumento musicale elettronico.

Le potenzialità dello strumento sono infinite, e ciò non passa inosservato, se ne accorgono i servizi segreti che vedono nelle capacità di Lev il passepartout per aprire le porte dello spionaggio industriale direttamente nel cuore degli stati Uniti. Dopo una tournee in Europa, ecco che Lev salpa alla volta di New York, lasciandosi alle spalle Leningrado, la moglie Katia, la famiglia e gli scienziati con cui, fino a quel momento, ha brillato la sua prospera immaginazione. Parte a bordo di una nave; esattamente come ne farà ritorno, anni più tardi, ma non per sua libera scelta.

Lasciare la madrepatria Russia è l’inizio di una esaltante avventura; la scoperta di un mondo completamente diverso, la possibilità di sperimentare, di conoscere musicisti, letterati, magnati e lei, Clara Reisenberg, la violinista che diventerà la stella algida del theremin, la giovanissima e affascinante bellezza che gli rimarrà nel cuore per tutta la vita.

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Clara Reisenberg Rockmore

Gli anni di New York – il proibizionismo, i jazz club, le sale concerto, la crisi del ‘29 – passano come un vento poderoso che travolge ed elettrizza: nel suo salotto transitano Gershwin, Toscanini, Šostakovič, Glenn Miller, Maugham. Conosce i grandi magnati dell’industria americana, come Rockefeller. Sviluppa continuamente nuovi progetti che vengono proposti e subito acquisiti; persino una specie di metal detector che viene installato ad Alcatraz. Ma non è mai da solo; dietro la sua ombra ci sono i servizi sovietici, che si impadroniscono di lui e delle sue invenzioni, che lo usano a fini spionistici, che gli regalano una libertà vigilata, effimera, per poi rubargliela e costringerlo ad abbandonare tutto.

Al ritorno sperimenta gli anni tremendi del carcere, del gulag. Da eroe è diventato un nemico del popolo, perché la Russia che ha lasciato non è più quella che trova. Lenin ha lasciato il posto a Stalin, alle purghe, alle incarcerazioni sommarie, ai milioni di persone sparite nel gelo della Siberia. Soltanto la sua mente, mai sconfitta, anche ad un passo dalla resa finale, riesce a salvarlo; ma anche per questo, deve pagare un prezzo.

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Prigione di Butyrka

Come si intuisce – anche se non voglio anticipare troppo – una vita davvero piena di colpi di scena. Ma questo non basterebbe per costruire un bel romanzo. Potrebbe essere una biografia, ma questo libro non è un resoconto accurato. Come l’autore stesso dichiara, “è un’opera di fantasia, piena di omissioni, dimenticanze e bugie”. È semplicemente e meravigliosamente un romanzo bellissimo, scritto con una prosa limpida e accattivante, intimistica e brillante, potente come il fiume impetuoso dei pensieri del suo protagonista.

Certe notti, sulla Staryj Bol’ševik, sento i suoni dell’esterno. Premo l’orecchio all’acciaio e oltre i cigolii della nave, le viti che si allentano e si stringono nelle pareti, sento i gabbiani. Urlano e fischiano. Altre volte sento le balene; credo che siano balene; è un lamento in quattro colori. Con l’orecchio premuto sull’acciaio, sento questo richiamo che è come molti richiami insieme. Antichi blu, grigi, rossi, oro, uno in cima all’altro a formare un accordo. Un giorno costruirò un pianoforte che suoni l’eco delle balene. (pag. 123)

 

Sean Michaels è nato a Stirling, in Scozia, nel 1982. Cresciuto a Ottawa, si è poi trasferito a Montreal, dove ha fondato Said the Gramophone, uno dei primi blog musicali. Ha scritto per il «Guardian» e «McSweeney’s», ha trascorso periodi a Edimburgo e Cracovia, è stato in tournée con diversi gruppi rock, ha esplorato le catacombe di Parigi per l’Urban eXperiment e nel frattempo ha ricevuto due National Magazine Awards.

Qui potete leggere l’incipit.