Quarant’anni e non sentirli. “Il nome della rosa”, il più famoso romanzo di Eco, veniva pubblicato nel 1980 da Bompiani. 

Umberto Eco, semiologo, docente universitario, autore di numerosi saggi, dal 1959 al 1975 co-direttore della casa editrice Bompiani, decise di scrivere il suo primo romanzo, cimentandosi nel genere del giallo storico e in particolare del giallo deduttivo. Considerato nel suo insieme, però, il libro può essere considerato un incrocio di generi, tra lo storico, il narrativo e il filosofico.

Eco nome della rosa vecchio
La mia vecchia edizione 1984

L’opera, ambientata sul finire dell’anno 1327, si presenta con un classico espediente letterario, quello del manoscritto ritrovato, opera, in questo caso, di un monaco di nome Adso da Melk, che, divenuto ormai anziano, decide di mettere su carta i fatti notevoli vissuti da novizio, molti decenni addietro, in compagnia del proprio maestro Guglielmo da Baskerville (di cui vi ho già parlato). La vicenda si svolge all’interno di un monastero benedettino di Santa Scolastica, ed è suddivisa in sette giornate, scandite dai ritmi della vita monastica. Nel 1986 uscì anche un omonimo film, diretto dal regista francese Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery, F. Murray Abraham e Christian Slater. È molto diverso dal romanzo, ma è, almeno a mio parere, una buona trasposizione, considerata la complessità e ricchezza dell’opera letteraria.

Il romanzo ha ottenuto un vasto successo di critica e di pubblico, venendo tradotto in oltre 40 lingue con oltre 50 milioni di copie vendute. Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Strega del 1981, ed è stato inserito nella lista de “I 100 libri del secolo di Le Monde“.

La nave di Teseo pubblica la nuova edizione con i disegni e gli appunti preparatori dell’autore e da una nota critica di Mario Andreose, presidente di La Nave di Teseo, direttore del dipartimento libri di Bompiani quando uscì il libro e curatore editoriale di Eco dal 1982.

Nell’appendice inedita scopriamo oggetti, ambienti, abiti e personaggi, quel “mondo il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari” che “per raccontare bisogna anzitutto costruirsi” come diceva Eco e come ricorda Mario Andreose, autore della nota critica.

«Prima di scrivere “Il nome della rosa” Umberto Eco aveva buttato giù degli schizzi. Si immaginava i personaggi, come sarebbe stata l’Abbazia, la biblioteca. Lui lo chiamava l’arredo prima della scrittura. È una documentazione visiva del suo modo di lavorare. Questa mazzetta di disegni rimasti nel suo cassetto sono stati fatti presumibilmente tra il 1976-77. Nel 1978 ha cominciato a scrivere “Il nome della rosa” e nel 1980 lo ha pubblicato», spiega Andreose.
«E che cosa ci racconta o, meglio, ci anticipa di questo mondo il materiale visivo qui riprodotto? Innanzi tutto», aggiunge Andreose, «l’identità, la fisionomia dei principali protagonisti, con il tipico tratto veloce, arguto dell’autore, che ne giustificherà l’invenzione “per sapere quali parole mettere loro in bocca”. Poi profili e piante di abbazie, castelli, labirinti, scaturiti dalla mente di un soi disant “medievalista in ibernazione”, che nel frattempo si è occupato anche d’altro» ,sottolinea Andreose nella nota critica.

Un’ottima occasione per riscoprirlo o per leggerlo se ancora non lo si è fatto.