Ho appena finito di leggere il romanzo di Richard Yates, “Il vento selvaggio che passa“, in cui il protagonista è un aspirante poeta e drammaturgo. Nel corso del romanzo spesso i personaggi si interrogano sulla spinosa questione su in che cosa consista il successo. È vero successo quello commerciale? O forse il vero successo risiede nella qualità delle opere prodotte, anche se apprezzate da pochi e non benedette dal successo di mercato?

Questione non da poco, che nel romanzo è la scintilla che porta al divorzio i protagonisti (di solito sono i tradimenti, ma perché essere così banali…) ma che, spesso, ha determinato il destino di quegli autori poco apprezzati in vita, quantomeno dal pubblico più ampio e dalle vendite, che però sono poi stati rivalutati dopo la loro morte.

E non sono pochi ad avere subito questo torto, un destino che condividono largamente con altrettanti pittori: tutti artisti che probabilmente si sono espressi quando il mondo non era ancora pronto a capire le loro opere, perché erano dei precursori, erano coloro che creavano uno standard, un modello che si sarebbe affermato col tempo. Ma loro non ne hanno visto la riuscita. Peccato. Per loro, ovviamente, perché noi, i posteri, li stiamo godendo; però dobbiamo, credo, di fronte ad un artista contemporaneo che non riusciamo ad apprezzare, domandarci se è lui che non vale o se siamo noi che non abbiamo l’occhio lungo…

Kafka1906

Tra gli scrittori poco o per niente apprezzati in vita e poi sdoganati, se non addirittura osannati dopo la morte, il primo che mi viene in mente è Franz Kafka. Nonostante la sua dedizione alla scrittura e una produzione prolifica, poco fu stampato e circolò  mentre era ancora in vita e la morte in giovane età certo non contribuì a farlo godere di un apprezzamento di cui potesse avere coscienza. Anzi, lui stesso espresse la volontà che la sua produzione venisse bruciata dopo la morte; dobbiamo all’amico Max Brod, che contravvenne alla richiesta, la conoscenza delle opere non pubblicate. Se, mentre era in vita, la sua fama era minima, il destino che gli ha riservato la storia della letteratura è stato decisamente più ragguardevole, e l’aggettivo “kafkiano” è indissolubilmente legato a quel genere di opere che indagano situazioni esistenziali di smarrimento e di angoscia di fronte all’esistenza e ai labirinti burocratici.

John_Fante

Come il protagonista della mia ultima lettura, anche questo scrittore, in vita, ha sempre desiderato di essere uno scrittore ma il successo in cui sperava, se l’è goduto poco. Anche lui americano (di origini italiane), John Fante ha iniziato scrivendo racconti, poi ha ripiegato sulla scrittura per il cinema, come sceneggiatore (aveva quattro figli da mantenere…), anche con una certa soddisfazione. Ha pubblicato in vita i suoi romanzi, accolti abbastanza bene dalla critica, ma con un successo di pubblico altalenante. La sua rivalutazione si deve in gran parte alla sponsorship di Bukowski: grazie a lui, Fante viene ripubblicato e, finalmente, la sua opera riceve l’apprezzamento che merita. Purtroppo morirà dopo cinque anni, ma almeno, a differenza di tanti geni celebrati postumi, Fante riesce ad assaggiare un pizzico della gloria tanto agognata. Oggi è un autore molto letto e apprezzato e le sue opere sono in continua ristampa. Ce l’hai fatta, Bandini!

Emily_Dickinson_daguerreotype_(Restored)

Emily Dickinson è stata un grande poetessa, scrittrice prolifica ma che, nella sua vita pubblicò solo sette poemi. Visse gran parte in solitudine, nella sua camera, probabilmente anche a causa della sua salute. Morì a cinquantacinque anni e dopo la sua morte, sua sorella Lavinia scoprì nella camera di Emily diverse centinaia di poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo contenuti tutti in un raccoglitore. Emily non ebbe praticamente alcun riconoscimento durante la sua vita (forse neanche lo cercò), perché i suoi contemporanei prediligevano un linguaggio maggiormente ricercato e le sue opere, largamente anticipatrici della poesia novecentesca, non risultavano conformi al gusto dell’epoca.

Stendhal

Un caso tutto da studiare è quello di Marie-Henri Beyle, alias Stendhal, padre dell’egotismo. Stendhal era un autore compulsivo: scriveva sui tovaglioli e sulle bretelle, scriveva sui pezzettini di carta, ma scriveva sempre avendo in mente e rivolgendosi a un pubblico di lettori;  fu snobbato dai suoi contemporanei (a eccezione di Balzac) ma la sua autostima non crollò mai! Era proprio certo che avrebbe avuto fortuna da morto, tanto da scrivere a Balzac “Penso che non sarò letto avanti il 1880“; e poi “Confesso che il coraggio di scrivere mi mancherebbe se non pensassi che un giorno questi fogli saranno stampati e che saranno letti da qualche persona che amo (..) gli occhi che leggeranno queste cose si aprono appena , alla luce. Calcolo che i miei lettori futuri abbiano oggi dieci o dodici anni.” E in effetti ha avuto la sua rivincita, perché è stato largamente rivalutato dai posteri, e lo ricordiamo anche per la famosa “sindrome di Stendhal”… Fu proprio lui, infatti, a descrivere nell’opera Roma, Napoli e Firenze, gli effetti dei questa patologia psicosomatica, sperimentata in prima persona durante il Grand Tour.

emily_bronte

Emily Brontë ha scritto un solo romanzo (oltre ad alcune poesie) che fu oggetto di notevole scandalo: i critici lamentavano la mancanza di un fine morale della vicenda e solo pochi ne notarono l’originalità e la potenza. Purtroppo le condizioni di salute di Emily peggiorarono in fretta e, trascorso un anno, morì. Oggigiorno il romanzo, la cui struttura innovativa fu riconosciuta inizialmente solo da pochi recensori, è considerato un classico della letteratura mondiale e uno dei migliori esempi della letteratura vittoriana.

williams

John Williams, autore diStoner“, nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Rimase a Denver per tutta la vita, dove insegnò Letteratura inglese presso l’Università del Missouri e dove morì nel 1994. Poeta e narratore, John Williams è stato finalmente riscoperto negli ultimi anni, diventando un vero e proprio fenomeno di culto a livello internazionale.

poe_ritratto

Scrittore, poeta, giornalista, Edgar Allan Poe è considerato l’inventore del racconto poliziesco e della letteratura horror in generale. Fu indiscutibilmente un genio ma non ebbe la fortuna di godere in vita del successo delle proprie opere: morì di stenti, incompreso dal pubblico e dalla critica dell’epoca. Poe morì dopo una vita di stenti, dopo avere lottato con problemi finanziari e personali, con l’abuso di alcolici e in seguito sostanze stupefacenti.

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi, poetessa e fotografa, morì suicida a ventisei anni , prima di vedere riconosciute e apprezzate le sue opere. Nel suo biglietto di addio ai genitori scrisse; «ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […] Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite». La famiglia negò la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite. Il testamento della Pozzi fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.

 

Stieg Larsson

Se parliamo di successo in senso di vendite, uno dei casi più emblematici è Stieg Larsson: scrittore e giornalista svedese, è morto improvvisamente, a cinquanta anni, nel 2004. I suoi romanzi polizieschi sono stati pubblicati nel 2008 ed è subito diventato un successo editoriale. È stato il secondo scrittore più venduto nel mondo. Nel 2010 la sua trilogia Millenium ha venduto oltre 27 milioni di copie in 40 paesi.

Possiamo allungare ancora questa lista?