«Affanculo l’arte», disse. «Davvero, Michael. Affanculo l’arte, d’accordo? Non è buffo che abbiamo continuato a inseguirla per tutta la vita? Morendo dalla voglia di entrare in intimità con chiunque sembrasse comprenderla, come se questo potesse esserci di aiuto; senza mai indugiare a chiederci se non fosse irrimediabilmente fuori dalla nostra portata… o se addirittura non esistesse. Perché eccoti un concetto interessante: e se l’arte non esistesse?» Lui ci pensò su, o meglio assunse un’aria grave per dare a vedere che ci stava pensando su, tenendo il proprio bicchiere ben fermo sul tavolo. «Ecco, no, mi dispiace, cara», cominciò, accorgendosi subito che avrebbe fatto meglio a eliminare quel cara dalla frase, «su questo non posso essere d’accordo con te. Se mai pensassi che non esiste allora dovrei… non lo so. Farmi saltare le cervella, o qualcosa del genere». (pag. 505-506)

Il vento selvaggio che passa, di Richard Yates, minimum fax 2020, titolo originale Young hearts crying, traduzione di Andreina Lombardi Bom, pagg. 508

Nel contributo introduttivo, Kurt Vonnegut definisce Richard Yates uno degli scrittori americani più puri di questo secolo”. E questo è proprio il sapore che rimane al termine della lettura di questo romanzo: la purezza della scrittura. La perfezione della costruzione narrativa e la compiutezza della trama. Qualcosa che mi ha ricordato “Stoner”. Ma anche “Mrs Bridge”. Niente da invidiare a Carver e Cheever.

Come dice Vonnegut, Yates, a differenza di autori come Fitzgerald, “non ha mai potuto prendere le distanze dalla vita borghese negli Stati Uniti. E perciò è della vita borghese che ha finito per scrivere”.

Yates guarda con uno sguardo penetrante dentro l’America suburbana degli anni che vanno dalla fine dei Cinquanta ai Settanta, ritrae i suoi abitanti e prende in giro i segreti che nascondono anche a se stessi. È uno scrittore con un’innata capacità di comprendere i fallimenti e le autoillusioni dei suoi personaggi, interpretando l’amara crudeltà dei loro sogni infranti con intuizione e umanità reali.

Nel suo modo di imbastire le storie che racconta, Yates è uno dei più accurati scrittori anti-romantici; i suoi personaggi sono molto realistici, e, come nella realtà, tendono a non vedere i propri difetti o quelli delle persone di cui si circondano finché non è troppo tardi. Leggendo le pagine, si capisce subito che le loro relazioni amorose, i matrimoni, le amicizie finiranno male, cionondimeno loro continuano a percorrere quella strada, la seguono fino all’ultimo, inutile, passo, sperando che qualcosa li salvi. Ma niente li (può) salva(re).

Il protagonista – the young crying heart – è Michael Davenport, che ha fatto il servizio militare come mitragliere dell’aeronautica durante la Seconda guerra mondiale; cosa di cui non va fiero, ha dovuto farlo, ma sempre con una “fottuta paura” e “le chiappe strette”. Michael viene dalla middle class, frequenta Harvard e ha un’aspirazione: diventare un autore di poesie e testi teatrali. Al terzo anno si innamora di una studentessa del college femminile Radcliffe, capendo fin da subito che questo avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Poco dopo la laurea sposa Lucy – l’altro young crying heart protagonista- e, durante la prima notte di nozze, lei lo informa di essere una milionaria. L’orgoglio di Michael lo spinge a mettere subito in chiaro che non intende fare affidamento sulla sua ricchezza ma rassicura la giovane moglie che farà di tutto per offrire a lei e alla loro prole il meglio che gli sarà possibile. Iniziano insieme una vita modesta ma, come spesso succede nei primi anni di matrimonio, poco importano i lussi , l’amore e l’ambizione sembrano essere un carburante sufficiente a spingere i motori verso un futuro radioso.

Michael ottiene un lavoro come copyright per sbarcare il lunario, mentre continua a coltivare le sue ambizioni letterarie. La sua aspirazione è diventare qualcuno nel mondo letterario e si incaponisce su questo, anche quando, col passare del tempo, vedrà vacillare le sue velleità. La coppia inizia a fare amicizie; dopo qualche tempo nasce una figlia, Laura; si trasferiscono da New York ad un paesino in campagna, a circa un’ora e mezzo di treno dalla città. E anche nella nuova casa hanno modo di conoscere persone con cui intraprendere una stimolante vita di relazioni, animata da feste, inviti e tutto il resto.

Sia Michael che Lucy sono attratti dalle persone che hanno a che fare con attività creative, artistiche, perché se da un lato le ritengono la parte più stimolante e valida della società, dall’altra provano sentimenti di simulazione. Michael vaga da una festa, da un salotto all’altro, invidiando agli altri le loro vite e le loro mogli, anche se non riesce a decidersi se risentirsi o idealizzare le persone che continua a incontrare, che sembrano percorrere una strada più sicura di quanto lui riesca a fare. Nel suo continuo misurarsi con gli altri, traspare il terrore della mediocrità, dell’impossibilità di emergere e divenire un uomo di successo.

Anche Lucy è su questa rotta, con in più una convinzione che diviene sempre più palese: che Michael non sarà mai davvero un letterato, o almeno non nel senso che lei intende, cioè un letterato di successo, stimato e invidiato, da esibire al proprio fianco.

Mentre Michael pensa che le cose stiano andando abbastanza bene nel loro matrimonio – nonostante le sue infatuazioni per altre donne – arriva il fatidico momento di rottura: Michael attacca l’autore di un libro che Lucy sta leggendo semplicemente perché il libro è nella lista dei best seller del NY Times, che, nella sua mente, segnala la sua banalità. Lucy, forse invidiosa del successo dell’autore, suggerisce che qualcuno che può scrivere un libro che molti lettori vogliono o di cui hanno bisogno, ha realizzato qualcosa di utile, implicitamente recriminando l’esito fallimentare degli sforzi artistici del marito.

Dopo il divorzio Michael colleziona avventure, prevalentemente con donne più giovani. Beve troppo ed è profondamente dipendente dalle donne che continuano a stancarsi della sua autoindulgenza. Vive nel terrore delle crisi psicotiche che subisce quando lo lasciano. Odia gli psichiatri e i loro noiosi cliché. È minacciato dalla sua paura dell’impotenza. In breve, è debole e fa un culto della sua debolezza.

Lucy, dopo avere lasciato il marito, vuole ottenere la sua personale e anticonvenzionale affermazione come donna. Vuole essere padrona della sua vita e delle sue decisioni ma si infila in relazioni fallimentari e persegue una realizzazione personale nell’ambito artistico che non arriva, semplicemente perché è una forzatura, perché “non ha la stoffa”, ma lei non riesce ad ammetterlo, uscendo frustrata e insoddisfatta da ogni tentativo.

E mentre loro due coltivano i rispettivi fallimenti personali, si dimenticano dell’esistenza della loro unica figlia, Laura, che rimbalza avanti e indietro tra di loro, senza mai ricevere un’attenzione e un amore adeguato alle sue aspettative e necessità.

Yates mette in discussione il luogo comune della felice famiglia americana, mostrandone la falsità attraverso le parabole di Michael e Lucy, troppo impegnati a perseguire la propria personale affermazione per accorgersi poi dei fallimenti a cui sono destinati. La loro genitorialità è latente e diventa paradigmatica per capire il disagio delle generazioni dei giovani a cavallo della fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, delusi dalla famiglia, dalla società, dalla politica e dalla falsità generale che le permea.

C’è molto dei suoi stessi tormenti personali, nei personaggi e nelle storie che Yates scrive. Attraverso Michael e Lucy (ma anche gli altri), pone alcune delle questioni su cui egli stesso si era trovato spesso a riflettere: definire il successo di un artista. Il successo equivale al successo commerciale, o questo altro non è che svendere il proprio talento? Michael adora e disprezza, a fasi alterne, i due amici pittori. Mentre uno sembrava perseguire la propria affermazione artistica al di là delle logiche commerciali (ma alla fine vedremo che rinuncerà all’arte), l’altro invece – forse dotato di minore talento  – trova un suo stile che viene ricompensato dai galleristi e dai musei, facendolo diventare l’unico, tra i vari personaggi, che riesce a vivere della propria arte. E anche bene.

Yates affida a un personaggio secondario, un aspirante scrittore che frequenta lo stesso corso di scrittura creativa con Lucy, un’importante considerazione sulla caratterizzazione dei personaggi:

La distinzione tra persone forti e persone deboli, a un esame attento, finisce sempre per andare in pezzi, come tutti sanno, e questo è il motivo per cui è sempre stata un’idea troppo sentimentale  perché un bravo scrittore potesse farci affidamento. (pag. 256)

E lo si vede in questo splendido romanzo.

Qui potete leggere l’incipit.