Alcune persone scivolano sulla superficie dell’esistenza per poi scendere discretamente e serenamente nella tomba, ignare fino all’ultimo della vita, di tutto ciò che essa può offrire, da loro neppure intravisto. (pag. 198)

Mrs Bridge, di Evan Shelby Connell, Einaudi editore 2016, pagg. 227, traduzione di Giulia Boringhieri

Mrs Bridge, una casalinga di Kansas City, è la protagonista del primo romanzo di Evan S Connell, del 1959. È una delicata satira sociale che descrive una vita improntata al conformismo e al perbenismo, caratterizzata da un irriflessivo lusso borghese, delimitata da cene al country club e da convenzioni sociali sfumate ma imprescindibili, a cui la sua eroina si attacca come a una verità di fede. L’equilibrio e la voglia di normalità sono però continuamente minacciati: i suoi figli crescono, e la loro insistente modernità la porta a meschini atti di punizione che sono crudeli e comici in egual misura, e che pian piano la allontanano da loro. Spesso si rende conto che di loro conosce ben poco, che la tengono a distanza dalle loro vite, e non riesce a fare altro se non rifugiarsi nei ricordi di quando erano ancora bambini e poteva indirizzare le loro vite.

Mrs Bridge è instancabile nella sua resistenza, cerca di tenere sempre dritta la barra del timone della sua barca-famiglia verso il giusto modo di comportarsi, la buona educazione.

Allevò i figli in maniera molto simile a com’era stata allevata lei, sperando che si facessero notare per le buone maniere, l’indole amabile e l’igiene, qualità a cui lei stessa dava la massima importanza. (pag. 7)

Il mondo delle apparenze, della superficialità; anche con le amiche i rapporti non vanno mai a fondo. C’è sempre, davanti a tutto, la domanda: cosa penserà la gente? Sì, perché in questa società chiusa, raccontata dal giornale di quartiere “Lo spione”, bisogna sempre presentarsi in modo ineccepibile, almeno dal di fuori. Se qualcosa non va, deve rimanere chiuso entro il perimetro casalingo. Perimetro che si pone come un muro di difesa del proprio privilegio di vivere nel lusso, e che guarda “ai meno fortunati”, cioè i poveri, in modo accondiscendete ma distante. Va bene fare un po’ di volontariato perché anche questo fa parte dei riti a cui le signore di un certo ambiente si devono sottoporre, ma a distanza di sicurezza.

Mrs Bridge cerca di rimanere aggrappata a ciò in cui crede, ma più passa il tempo e più rimane da sola – i figli fuori casa, il marito perennemente al lavoro per consolidare la loro ricchezza – e più le crepe del muro che si è costruita attorno a mo’ di fortezza, si allargano. E il disagio esistenziale irrompe come un lampo che squarcia la notte.

Passava molto tempo a fissare il vuoto, oppressa da un senso di attesa. Ma attesa di che cosa? Non lo sapeva. Prima o poi qualcuno l’avrebbe cercata, avrebbe avuto bisogno di lei, ne era certa. Eppure i giorni passavano tutti uguali. Non accadeva mai niente di intenso, di estremo. Il tempo non scorreva. La casa, la città, la nazione e la vita stessa erano eterne; purtuttavia, il presentimento che un giorno, senza preavviso e senza pietà, tutte le cose a lei più care, le più importanti, sarebbero andate distrutte. Così le accadeva di tanto in tanto di intrattenere pensieri profondi, che scavavano e scavavano alla ricerca del senso ultimo, di una vita più immutabile di quella da lei stessa trasmessa ai figli mettendoli al mondo (pag. 90)

Mrs Bridge è una critica approfondita della vita borghese e un prezioso precursore della generazione di romanzi che cercano di diagnosticare la malattia centrale della vita americana della metà del secolo: quella che Richard Yates in seguito chiamò “una brama di conformità … un disperato aggrapparsi alla sicurezza e sicurezza ad ogni prezzo “. Perfettamente inserito nel filone della letteratura antieroica, quella che racconta vite normali, ordinarie, sollevandole a paradigma della società, Mrs Bridge lascia già intravedere altri grandi capolavori, come Stoner di John WIlliams e Pastorale americana di Philip Roth. Jonathan Franzen ha definito Mrs Bridge il romanzo che più ha influenzato il suo Le correzioni.

Mrs Bridge è un libro intelligente e lucido; scorre fluido grazie ad una prosa lineare illuminata dalla capacità di puntare su pochi, determinanti particolari. Suddiviso in capitoli brevi, è come un album di fotografie, una serie di istantanee che mostrano al lettore il prototipo della  casalinga alienata della classe medio-alta, che passa dalla giovinezza alla vecchiaia con una fastidiosa paura esistenziale, la paura del vuoto, dell’abisso.

Mrs Bridge rimase in silenzio, pensierosa, perché aveva trovato qualcuno che aveva meno fiducia nel futuro di lei. Era come un male, un cancro. Non ne avrebbe saputo descrivere la natura, pur conoscendo da molti anni i foruncoli con cui si manifestava. Fino a quel momento, fino a quella prova della sua esistenza, l’aveva sempre creduta una malattia immaginaria, senza altre vittime a parte se stessa. Ma la sua amica era malata, soffriva, e lei stessa non stava bene. Ripensando al passato, si ricordò di tutte le volte in cui quella malattia senza nome era scoppiata, lasciando come unica cicatrice un gusto amaro in bocca e un feroce, feroce desiderio. (pag. 162)

Apparentemente satirico, il romanzo invece ha una profondità devastante, perché attraverso questo personaggio simbolico mette spietatamente a nudo la vacuità dei valori di una società imperniata sulla corsa ai soldi e sul vuoto dei rapporti familiari e sociali. Indimenticabile il finale, chapeau !!!

James Ivory ha realizzato un film nel 1990 basato sui romanzi Mrs. Bridge e Mr. Bridge. 

Evan S. Connell (1924-2013) è nato e cresciuto a Kansas City, nel Missouri. Ha scritto romanzi, racconti, poesie e saggi. Nel 2009 è stato tra i finalisti del Man Booker International Prize alla carriera. Di suo Einaudi ha già pubblicato Mrs Bridge, romanzo gemello di Mr Bridge.

Qui potete leggere l’incipit.