Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Il vento selvaggio che passa

INCIPIT

A ventitré anni, Michael Davenport aveva ormai imparato a fidarsi del proprio scetticismo. Leggende o miti di ogni tipo finivano per spazientirlo, perfino quelli che in genere vengono presi per buoni; ciò che voleva, sempre, era capire come stavano veramente le cose. Era diventato maggiorenne come mitragliere di bordo su un aereo B-17, verso la fine della guerra in Europa, e una delle cose che gli erano piaciute di meno dellAeronautica militare era il suo programma di pubbliche relazioni. Tutti credevano che l’Aeronautica fosse la branca più fortunata e felice delle forze armate – i suoi uomini erano nutriti, alloggiati e pagati meglio di chiunque altro, godevano di una maggiore libertà personale, ricevevano indumenti di buona qualità da indossare in maniera «informale». Inoltre era chiaro a tutti che nell’Aeronautica non ci si dava la pena di osservare le minuzie della disciplina militare: le ore di volo, l’audacia e lo spirito di corpo contavano più del cieco rispetto per i gradi; ufficiali e truppa potevano fraternizzare tra loro, se ne avevano voglia, e perfino il saluto regolamentare eseguito da loro diventava una breve parodia ritorta e buttata lì con nonchalance. Correva voce che i soldati delle forze di terra li chiamassero, con invidia, «i ragazzi volanti». E tutto questo era probabilmente abbastanza innocuo, non valeva la pena di litigarci su; però Michael Davenport avrebbe sempre ricordato che gli anni da lui trascorsi nell’Aeronautica erano stati mortificanti, tediosi e deprimenti, che ogni volta che aveva preso parte ai combattimenti ci era mancato poco che morisse di paura, e che alla fine era stato arcicontento di tirarsi fuori da quella faccenda schifosa.

Richard Yates

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