I romanzi/libri in cui la musica è uno dei protagonisti della trama sono tantissimi; oggi ve ne propongo cinque – tre nuovissimi e due di qualche anno fa – che spero vi faranno venire voglia di scoprirli a tutto volume…

Dickens e Prince. Uno speciale tipo di genio, di Nick Hornby, Guanda 2022, traduzione di Monica Corbetta, pp.176

Dopo il grande successo di Alta fedeltà, che ha fatto amare ai lettori Rob Fleming, trentacinquenne appassionato di musica pop, ex dj e proprietario di un negozio di dischi in cattive acque, lo scrittore inglese torna in libreria con un altro libro che parla anche di musica. Nel suo studio Nick Hornby ha due poster, che rappresentano Prince e Dickens. Due artisti che ama moltissimo: ecco da dove nasce questa singolare biografia romanzata.

Che cosa accomuna Charles Dickens, il grande scrittore inglese di età vittoriana, autore di capisaldi della letteratura come Le avventure di Oliver Twist e David Copperfield, a Prince, il cantante di Minneapolis che ha segnato la scena musicale degli anni ’80 e ’90 del Novecento grazie a hit planetarie come Purple Rain? Molto più di quanto si possa pensare. Entrambi infatti sono uomini pervasi da una carica creativa incontenibile, tanto da attirare dure critiche da parte dei loro detrattori: Dickens perché lasciava testi «sporchi», privi di accurata revisione; Prince perché nel periodo di maggior successo registrava fino a cento canzoni all’anno, spesso non perfette. Entrambi poi, nell’arco della carriera, hanno subito accuse di plagio e sono stati costretti a intentare cause impegnative per discolparsi. E per finire, la presenza di pettegolezzi e scandali legati alla sfera sessuale. Con arguzia e profonda ammirazione, Nick Hornby ripercorre la vita di questi due straordinari personaggi – dall’infanzia difficile alle vicende sentimentali, dalla passione artistica al rapporto con i soldi e il successo – e ci racconta come solo lui sa fare quello speciale tipo di genio che li ha tenuti così a lungo sulla cresta dell’onda. Un libro originale e divertente che ha il passo di un romanzo, ma che è anche una riflessione sulla creatività, la disciplina e l’anima necessarie per diventare un vero artista.

Musica rock da Vittula, di Mikael Niemi, Iperborea 2022, traduzione di Katia De Marco, pp.264

È un fiume gelato che in primavera resuscita e con una pressione lenta ma inesorabile manda in frantumi il pesante mantello di ghiaccio. È una forza che ti prende e ti schiaccia contro le pareti della stanza e non puoi reagire, devi ascoltare. È un turbine che ti investe e la tua vita non è più la stessa. È il “rock”. È il “rock” che ti fa saltare con un manico di scopa a tracolla e urlare nell’impugnatura di una corda davanti ai compagni di scuola esterrefatti se non hai chitarra e microfono. È il “rock” che ti fa sentire “qualcuno” quando per il mondo sei nessuno. Sono le gambe ondulanti di Elvis e il ritmo dei Beatles che negli anni ’60 salvano Matti e Niila, cresciuti nella cittadina di Pajala, persa tra paludi e foreste al confine tra Svezia e Finlandia, in un’appendice senza identità e senza storia, talmente a nord che non c’è nulla sulla cartina della scuola, talmente piccola che per comprare riviste erotiche devi andare nel paese vicino. A Vittula, il quartiere povero, neanche l’arrivo dell’asfalto e del benessere può cambiare le abitudini dei silenziosi taglialegna che, dopo un paio di bicchieri di acquavite trasformano un matrimonio in famiglia in una gara di spacconate e braccio di ferro, e ti giudicano sul metro della resistenza all’alcol e alla sauna. Ma la musica non è solo rottura, è il filo rosso che porta al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la progressiva scoperta di quella realtà un po’ cruda, fantastica e ironica, ma senza dubbio amata, in cui Niemi proietta, tra epos e realismo magico, la sua esotica regione natale. Il fantasma della nonna che bisogna evirare, una drammatica guerra ai topi, pestaggi e gare di sbronze, sciate e sfide a hockey, ma soprattutto le ragazze, questo mistero: tra episodi grotteschi ed esilaranti, religione e sogni «che si gonfiano come grosse mongolfiere colorate», umorismo e poesia, c’è il riconoscimento delle proprie radici, l’accettazione di quella rete di passioni, di ricordi e di paure che unisce la gente della piccola comunità, la vera mappa sotterranea che resta a orientare la vita e a nutrire la nostalgia.

Le tracce fantasma, di Nicola H. Cosentino, Minimum fax 2022, pp.400

Valerio Scordia – trentotto anni, ex chitarrista – vive della sua passione: ascolta canzoni e scrive cosa ne pensa. Impulsivo e sarcastico, spera di sfibrare la propria perenne frustrazione schizzando da una strada all’altra di Milano, tra negozi di dischi, appartamenti di cantanti-dive e incontri a volte rivelatori, più spesso disastrosi. Finché l’inaspettato turbamento per la notizia che Anna, vecchio amore, ha avuto una figlia si somma all’invidia per il successo del suo ex migliore amico, cantautore in vertiginosa ascesa. Come reagire? Semplice: ascoltando più dischi, vuotando più bottiglie e scoprendo che, almeno per lui, mischiare musica e alcol funziona da macchina del tempo, riportandolo letteralmente nel passato. Non nel suo, però: in quello di Anna, la donna dovrebbe dimenticare. “Le tracce fantasma” è un romanzo sull’illusione che la bellezza sia la legge che governa il mondo; sul confondere arte e vita reale, e dovere a questo equivoco tutta la propria tristezza, ma anche ogni nota di felicità. Cosentino cesella una storia in cui la malinconia per i possibili che non sono stati convive con la vulnerabile certezza che gli errori, le relazioni naufragate e i sogni infranti sono in realtà i semi invisibili cui affidare il futuro. E che talvolta le impronte lasciate dagli altri nella nostra vista riaffiorano all’improvviso, come canzoni segrete in coda a un disco che credevamo di conoscere a memoria.

Norwegian Blues, di Levi Henriksen, Iperborea 2017, traduzione di Giovanna Paterniti, pagg. 379, copertina di Ryo Takemasa

Il protagonista del romanzo è Jim, un produttore discografico esperto di blues, un quarantenne che, dopo una sfilza di successi commerciali, si ritrova deluso dal mondo discografico e in generale sfiduciato dal genere umano. Dopo una sonora sbornia si reca in una chiesa dove un trio di ottuagenari canta per la funzione. Nonostante stia ancora smaltendo i fumi dell’alcol, capisce immediatamente che il trio che canta è una bomba. I Thorsen – tre fratelli: Maria, Tulla e Timoteus – gli appaiono come un’epifania, un’esperienza divina che lo riporta in vita: tre voci che sembrano sgorgare dalle sonorità del Mississipi, quel blues spirituale che vibra fin nei più reconditi anfratti dell’anima. Jim viene immediatamente catturato dall’idea di lanciare il rientro sulla scena musicale del trio, che dopo innumerevoli successi e tournée, si è ritirato dalla vita pubblica e vive nella casa di famiglia, alle porte di un paese immerso nella natura norvegese. 

Cosa succede ve lo lascio solo intuire… il libro vale davvero la lettura.

Il romanzo ruota attorno fondamentalmente a tre tematiche: l’insofferenza verso la vita caotica e frenetica di una società schiava delle logiche consumistiche, il fascino della musica, e la capacità di affrontare la vecchiaia come una delle fasi della vita. Temi tenuti insieme dallo sviluppo del rapporto tra Jim e i Thorsen: mentre all’inizio Jim era mosso soltanto dal progetto musicale, pian piano questo passa in secondo piano, lasciando spazio alla dimensione umana della loro amicizia.

Gli amanti della musica blues e rock qui andranno in solluchero per i tanti rimandi e le citazioni, a partire da quella in esergo del famosissimo brano di Leonard Cohen dedicato a Janis Joplin; ma attenzione a non prendere cantonate… qui trovate la mia recensione completa.

Berlino, 1989. dj Darky è nero, viene da Los Angeles e ha un sogno: trovare Charles Stone, in arte Schwa, mitico musicista dell’avanguardia jazz, e fargli suonare il suo perfetto beat. Il Muro cadrà a breve e una nuova città lo aspetta, sterminata e pullulante di vita: va scovato il suo cuore pulsante, ne va colto il battito, va fatto proprio. Un’arteria tra tutte gli balza agli occhi, indicando la meta: un locale in cui si fa musica, lo Slumberland bar, dove si fa assumere come jukebox sommelier. In quei pochi, fumosi metri quadrati di impiantito sporco e ritmo perfetto, si apre così una nuova stagione di ascolto: un’educazione acustica, politica e sessuale che via via annette territori inediti, nuovi gusti musicali, nuove memorie fonografiche. Nel frattempo, come un caldo giro di basso che s’insinua lungo le strade vivaci della città, dj Darky passa da un letto tedesco all’altro mentre affila le armi di un’ironia argomentativa che non ammette limiti: sulla negritudine in quegli anni in America e in Europa, sulle relazioni tra uomini neri e donne bianche, sulla musica jazz e techno, sulla condizione dei tedeschi dell’Est dopo l’unificazione e quella degli afroamericani dopo le battaglie per i diritti civili. Paul Beatty, una delle voci più pungenti d’America, ci regala un irresistibile sound letterario, un graffiante ritratto delle contraddizioni di quegli anni, ma soprattutto un atto d’amore per la musica, a suo vedere l’unica cifra con cui è possibile misurare la realtà e la vita.

Paul Beatty è autore di Lo schiavista, vincitore del Man Booker Prize 2016: il primo americano nella storia a vincere il prestigioso premio.

Buone letture musicali!