ettore sottsass mostra triennale

Ettore Sottsass (Innsbruck 14 settembre 1917 – Milano 31 dicembre 2007) alla Triennale di Milano. Dal 15 settembre 2017 al 11 marzo 2018, in occasione del centenario dalla nascita, sarà allestita la mostra “There is a Planet”, che ospita le fotografie scattate da Sottsass nell’arco della sua vita.

Cinque gruppi di fotografie, cinque titoli, cinque testi. Sottsass aveva immaginato il volume così, il progetto (finora mai realizzato) era nato negli anni Novanta per l’editore tedesco Wasmuth. E così è stato proposto oggi, come sottolinea nell’introduzione Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum di Milano dove dal 15 settembre sarà aperta la grande monografica (titolo: There is a Planet, come il libro) dedicata all’architetto e fotografo scomparso dieci anni fa. Ecco allora che incontriamo la prima sezione, «Il pianeta»: coste spagnole, canyon americani, deserti algerini, nuvole, un bosco sotto la neve del 1943, in Jugoslavia, lo scorrere maestoso del Mississippi. Nei testi di accompagnamento — tra le pagine compaiono anche i disegni su bloc notes con cui l’autore studiava il succedersi delle istantanee — Sottsass scrive: «Sono ipnotizzato dalla foresta della vita, di tutto quello che si vede, di tutto quello che si tocca». E allora, dopo terre brulle e acque solitarie, l’obiettivo si sposta sugli uomini.

«Il pianeta è abitato dalla gente», secondo capitolo: l’occhio limpido di Sottsass si sofferma su un divano semidistrutto abbandonato in una strada di Catania, su quattro ragazze eleganti nella Swinging London, sul sorriso timido di una giovane indiana, su una donna e i suoi tre figli in Guatemala. Bianco e nero, colore. Sono immagini belle e libere. Esattamente quanto la scrittura del loro autore: le introduzioni ai vari gruppi di immagini hanno qualcosa di poetico e profondo, come la ripetuta ammissione del non sapere, di essere sommerso dal mistero. Come quando Sottsass si interroga sulla nostalgia, sulla memoria, sulla «claustrofobia della povertà» e «l’euforia della ricchezza». E torna a parlare di abitare.

«La gente costruisce case sul pianeta». Di marmo, di legno, di cemento. Ha cominciato a farlo per un motivo preciso: «Per nascondersi e per mostrarsi quasi inesistente di fronte al pianeta». Grotte, capanne, quartieri. Questa volta la macchina fotografica ritrae i casermoni di Napoli, un palazzetto dello Yemen, un castello in Siria. C’è anche il tempio di Selinunte «per ospitare l’indifferenza del mondo» nei nostri confronti. E ci sono enormi complessi edilizi con cui alcuni animali «molto simili agli uomini» immaginano di accorciare «con la dimensione» quello che è invece «l’incolmabile distanza che separa la nostra esistenza dalle infocate, gelate, indifferenti galassie».

Vivere soli, in gruppo, in pochi metri quadrati, sotto il cielo. Il fondatore del gruppo Memphis, nella sezione «Le case hanno un interno», indugia su un’anticamera messicana, coglie il languore di un letto sfatto della Polinesia francese, fotografa una cucina di pietra in Indonesia, un salotto «minimal» di Milano, una «stanza della tv» a Singapore, una sedia in bambù, oggettini e suppellettili sparsi per tutto l’ambiente, un ventilatore. Strumenti e cose per riempire i vuoti e «proteggersi dalle incognite». Come i libri e le opere d’arte, perché «la cultura è la protezione più distaccata, la più sottile», immaginata «come via d’uscita totale, come il luogo più vicino alla verità». Infine: «Le case hanno una porta, finestre, gradini». E balconi, verande, ingressi.

Immagini di una vita, dagli anni Quaranta ai Duemila. E un’indagine serrata sull’abitare e il senso dell’esistenza, sul nostro posto nel mondo. Ma anche sul perché (oggi soprattutto) ci ostiniamo a fotografare, a scattare ossessivamente, a raccogliere immagini. Sottsass cerca di spiegarlo: «Qualcuno potrebbe non resistere alla voglia di procurarsi, per frazioni di secondo, l’estasi di un abbraccio speciale con il non-senso della propria esistenza». Ma, avverte, «esaurito il millesimo di secondo, tutto si ferma. L’estasi si è consumata. La morte si introduce, il futuro si introduce». E conclude: «Il bello è che si ricomincia anche a voler guardare dentro a quel buco di un millesimo di secondo… ahimè!».

Ettore Sottsass è stato designer, architetto, urbanista, pittore, viaggiatore, fotografo. La sua ricerca artistica, etica ed esistenziale, l’ha portato a contatto col Razionalismo, il Movimento Arte Concreta, lo Spazialismo, la cultura Pop.

Ettore_Sottsass_204_oggetto_editoriale_h495Laureato in architettura al Politecnico di Torino nel 1939, inizia la sua attività a Milano, dove nel 1947 apre un proprio studio di design, campo nel quale opera, quasi esclusivamente, dal 1958. In questi anni inizia la sua collaborazione con la Olivetti (con quattro macchine da scrivere Olivetti ottiene il Compasso d’oro nel 1970), per la quale, nel 1972, progetta un sistema di mobili e di attrezzature per uffici, funzionalmente correlato all’uso delle varie macchine esistenti. Artista di molteplici interessi, svolge la sua ricerca e le sue esperienze in campi diversi dell’espressione. Pittore, fa parte del MAC (Movimento Arte Concreta), partecipando nel 1948 alla prima rassegna collettiva a Milano. Nello stesso anno è tra i promotori della mostra tenuta a Roma sull’Arte astratta in Italia; quindi, aderisce allo Spazialismo. Attivo nel settore della ceramica, dello smalto su rame, del gioiello, del vetro, nel 1975 ha disegna originali forme di vetro colorato, eseguite, in limitata tiratura, dalla vetreria muranese Vistosi (per Artemide).

In anticipo sugli anni della contestazione, egli aveva indicato il design come strumento di critica sociale, aprendo la via alla grande stagione del radical design (1966 – 1972) e all’affermazione della necessità di una nuova estetica: più etica, sociale, politica.
Deluso da un’industria sempre più vorace, Sottsass programma l’unione delle coeve suggestioni avanguardiste, Pop, poveriste e concettuali, con l’idea di un design “rasserenante”, sostenitore di un consumismo alternativo a quello imposto dalla “società della pubblicità”.

Dopo i lavori a forte carattere sperimentale per Poltronova – i Superbox, per esempio: armadi con grosse basi, rivestiti in laminato Print a righe, come segnali stradali o distributori di benzina – la vena utopica di Sottsass ha il suo apice in Italy: the new domestic landscape (1972), mostra del MoMA in cui la sottsassiana Micro Environment – casa ambiente” futurista e grigia – vuole “neutralizzare” una cultura regolata sui canoni del razionalismo: volevo che la casa diventasse un ambiente unico, dice Sottsass, e non diverse stanze come momenti diversi dell’esistenza.

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Quindi Sottsass passa all’esperienza del gruppo Alchimia, che concretizza il lavoro ideologico e progettuale svolto negli anni del radical design: un’alchimia di forma, colori, materiali che sconvolge i canoni estetici e il modo di concepire il design contro l’ornamento.

ettore sottsass strutture

Tra i mobili presentati nella prima mostra del gruppo, al Design Forum di Linz, nel 1979, si ricordano: la Seggiolina da pranzo (in ferro cromato e laminato Abet Print), la lampada da terra Svincolo (con neon rosa e azzurro), il tavolino Le strutture tremano (in legno, laminato, metallo smaltato e cristallo).

ettore sottsass casa
E ancora l’esperienza straordinaria di Memphis, gruppo che Sottsass fonda con Hans Hollein, Arata Isozaky, Andrea Branzi, Michele de Lucchi ed altri architetti di caratura internazionale che cambiano il volto del mobile contemporaneo.
“Memphis dona agli oggetti uno spessore simbolico, emotivo e rituale. Il principio alla base di mobili assurdi e monumentali è l’emozione prima della funzione” .

 

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È il caso della sottsassiana Carlton, una libreria che si pone a metà strada tra un totem e un video game. Una “risposta ludica alla necessità di avere forme solide e godibili: un modo per raccordare, non senza ironia, il sacro e il profano, la storia e l’attualità, l’archetipo e le sue manifestazioni”. Questi mobili – Beverly, Casablanca, ecc – disegnati tra il 1981 e il 1985 sono tra i suoi progetti più noti, vere icone della modernità.
“La mia opinione è che, invece, il problema non sia quello di avvicinarsi al “buon design” ma di fare design, di avvicinarsi il più possibile a uno stato antropologico delle cose, il quale, a sua volta, deve essere il più vicino possibile al bisogno che la società ha di un’immagine di se stessa.”
(le informazioni riportate sono tratte dai siti del Corriere della Sera, della Triennale di Milano e archimagazine.com)
Mi piace ricordare Sottsass nel suo rapporto con Fernanda Pivano. Su doppiozero, Marco Belpoliti ha  pubblicato un interessante articolo, di cui cito questo racconto:
Che coppia straordinaria sono stati Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass. Così lui racconta la richiesta di lei, già sposata, d’andare a vivere insieme: “Un giorno Fernanda mi ha telefonato dicendo che voleva vedermi a Roma, e abbiamo combinato. Ci siamo incontrati a Piazza di Spagna. Era inverno e Fernanda aveva un grosso cappotto di peli ed era molto cambiata; sembrava appena uscita da un bagno gelato, dopo un sogno sconvolgente. Mi ha detto che stava divorziando e che sarebbe tornata a casa a Torino e se avevo ancora voglia di stare con lei. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto molto, e dopo qualche mese è stato così”. Era il 1949. Molti anni dopo, nel 2004, Fernanda, divorziata per volontà di Ettore, lo incontra a Genova all’Acquario. Siede con altri al ristorante vicino alla vasca degli squali: “Sottsass, il mio ex marito, era due tavoli più in là. Credo non mi abbia riconosciuta perché non mi ha nemmeno salutata. Povera me”.
Sottsass e Pivano hanno unito le loro vite per ventisette anni: un sodalizio umano ed intellettuale di cui sono rimaste innumerevoli testimonianze e di cui si possono leggere molte pagine nei loro rispettivi diari, Diari. 1917-2009 in due volumi, di lei, editi da Bompiani, a cura di Ettore Rotelli e Mariarosa Bricchi, e l’immaginoso Scritto di notte, Adelphi, di lui.
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