La figlia sarebbe stata in grado di reggere il segreto? Un segreto è una verità omessa, un pezzo di intimità preservata, una decisione da esporre in caso di pericolo personale. Matilde era portatrice sana di decisioni e intenzioni delle quali aveva parlato solo con Carmen, l’amica ecuadoriana che viveva nel palazzo di fronte, e con Moreno, il vicino di pianerottolo, durante una cena con troppa birra in cui gli aveva raccontato tutto, dal principio.(..) Con Emanuela non sarebbe stato altrettanto semplice. La figlia l’avrebbe lasciata sfogare per poi caricarla su un’autoambulanza e farla interdire per incapacità mentale. pag 40

Quella metà di noi, di Paola Cereda, Giulio Perrone Editore 2019, Semifinalista al Premio Strega 2019

Il romanzo di Paola Cereda era tra i semifinalisti al Premio Strega quest’anno; come per gli altri, avevo letto la sinossi e qualche veloce giudizio. Ne avevo avuto un’impressione positiva, mi incuriosiva e l’avevo acquistato. Mi è rimasto sulla scrivania per qualche settimana, finché, ora che sono in vacanza, ho deciso di leggerlo. Perché tutta questa premessa, direte voi? Ecco, perché quando mi succede di rimanere un po’ delusa, tendo a prenderla alla larga.

Chiarisco subito che è un bel romanzo, corretto nella costruzione e nello svolgimento di un racconto che non ruota attorno ad una storia straordinaria, ma che fa della quotidianità della vita piccolo borghese il suo centro. Protagonista principale del romanzo è una donna attorno alla sessantina, madre di un’unica figlia e rimasta prematuramente vedova di un marito amato. Maestra elementare, ormai in pensione, vive in un quartiere della periferia di Torino; un quartiere che già nel nome, Barriera di Milano, mette le distanza tra l’elite e la gente comune. Un quartiere popolato soprattutto da pugliesi negli anni Sessanta e Settanta, oggi crogiolo variegato di molte nazionalità. Matilde non ha mai voluto lasciare quel quartiere, al contrario della figlia, un’arrampicatrice sociale, arrivista e cinica. Persino le due nipoti mantengono le distanze da nonna Matilde, che invece nel suo quartiere, e nel suo appartamento che l’ha vista felice col marito, ci vive volentieri.

La pensione, però, non è sufficiente a coprire le sue necessità, e così cerca e trova un lavoro come badante presso una famiglia della Torino bene, dove deve accudire un ingegnere, ex dirigente della Fiat, che in seguito ad ictus non è più autosufficiente; con lui vivono la moglie e la domestica, perennemente in lotta tra loro, eppure necessarie l’una all’altra. La sua migliore amica e confidente è Carmen, come lei badante, arrivata in Italia dall’Ecuador; oltre a lei, c’è Moreno, un giovane vicino di casa con cui Matilde ha un bel rapporto di amicizia.

Mentre la figlia è convinta che Matilde abbia intrapreso il lavoro di badante per ammazzare la noia di una vita svuotata dalla perdita del marito e dal ritiro in pensione, la realtà è invece un’altra. Matilde ha contratto un ingente debito, e deve lavorare per saldarlo. Ha ipotecato la casa, ma la figlia è ovviamente all’oscuro di ciò. Il motivo per cui Matilde si è infilata in questa situazione lo si scopre verso la fine, ed è il grande segreto inconfessabile, l’ostacolo che si frappone tra lei e la richiesta della figlia. Perché anche Emanuela si trova in difficoltà finanziarie a causa in un passo azzardato nella sua attività, e vorrebbe che sua madre vendesse la casa e le desse una parte consistente del ricavato.

Ovviamente non voglio svelare altro della trama, ma vorrei soffermarmi su cosa non mi convince.

L’impressione generale è quella di un compito svolto bene, cioè di essere il tipico “prodotto” di coloro che hanno diligentemente frequentato una buona scuola di scrittura creativa. Onestamente, non so se sia il caso di questa scrittrice, non è importante saperlo, però è come se. È un romanzo che entra a buon diritto nel filone di una narrativa che pone l’accento sui sentimenti. La scrittura piana e il lessico semplice rendono scorrevole la lettura, mantenendola però su un piano abbastanza banale ( ad esempio: “…desiderare come desiderano i bambini… Desiderare con gusto. Farlo pienamente. Disperarsi per ottenere. Bearsi della conquista. Ricominciare a volere…”). Ci sono parti un po’ dispersive, quando si raccontano le vite dei vari comprimari, ad esempio; mi sembra che si dia loro troppo spazio, a discapito invece di un approfondimento che a me è molto mancato, del rapporto madre e figlia. Avrei voluto capire di più di Emanuela, la figlia, che parla di sé in un veloce capitolo; mi è sembrata un personaggio piatto, troppo negativo per essere credibile. Il rapporto conflittuale con la madre appare eccessivo perché se è pur possibile che ci siano tensioni, scontri, anche momenti di odio, li si deve spiegare in modo da farli capire al lettore. Certo, con uno sforzo di immaginazione si può colmare questa falla, però ciò preclude la possibilità di capire a fondo i personaggi e i loro rapporti. Anche le due nipoti emergono in modo superficiale, liquidate in brevi paragrafi, e, una in particolare, eccessivamente “cattiva”. Praticamente non hanno rapporti con la nonna, ma i motivi che determinano questa situazione sono affrontati in modo lacunoso. Alla fine, ho avuto l’impressione di una scelta manieristica.

Un altro aspetto che non mi ha convinto concerne il segreto che Matilde vuole nascondere alla figlia. Il lettore ne viene a conoscenza verso la fine, cosa normale se fosse un libro giallo, un thriller, ma questo romanzo è centrato sui sentimenti, sui legami tra le persone, sulle scelte, sulle fragilità, e quindi tale segreto assume una rilevanza ben più centrale che la rivelazione del colpevole e della verità come finale a sorpresa. Conoscere il segreto – in modo dosato e graduale -, forse mi avrebbe coinvolta di più e avrebbe dato maggiore profondità alla personalità di Matilde.

Mi è piaciuto molto invece il modo in cui l’autrice parla della città, soprattutto del quartiere in cui vive Matilde; la sua trasformazione negli anni, la sua identità multiculturale, i lati positivi e negativi, sono ben delineati e resi vividi.

Come dicevo all’inizio, lo definisco comunque un buon romanzo; ho espresso le mie perplessità ma naturalmente è solo un punto di vista. Anzi, credo di essere in controtendenza, perché, dopo averlo terminato, ho cercato e letto un po’ di recensioni. Tutte molto positive, se non entusiastiche, quindi è più facile che possiate ritrovarvi in quelle, che sono la maggioranza, che non nella mia.

CeredaPaola Cereda, psicologa, è nata in Brianza. Oggi vive a Torino e si occupa di progetti artistici e culturali nel sociale. Per due volte finalista al Premio Calvino (2001, 2009), nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo “Della vita di Alfredo. Ha pubblicato “Se chiedi al vento di restare” (2014, finalista al Premio Rieti) e “Le tre notti dell’abbondanza” (2015). Con “Confessioni Audaci di un ballerino di liscio è stata finalista al Premio Rapallo Carige al Premio Asti d’Appello. Ha ricevuto la menzione speciale della Critica al Premio Vigevano 2017.

Qui potete leggere l’incipit.