Giù nella valle, di Paolo Cognetti, Einaudi 2023, pp.128

Paolo Cognetti, con il suo romanzo Giù nella valle, ci conduce in un viaggio introspettivo e allo stesso tempo profondamente radicato nel territorio. Ambientato in una valle selvaggia e inospitale, il romanzo presenta un mondo crudo e senza filtri, dove l’uomo si confronta con la propria fragilità e con la forza inesorabile della natura.

La storia si concentra sulle vite di un gruppo di personaggi marginali; attraverso le loro vicende, Cognetti esplora temi universali come la solitudine, la perdita, il senso di appartenenza e la ricerca di un significato. La narrazione è lenta e meditativa, come un fiume che scorre placido tra le montagne, e permette al lettore di immergersi completamente nell’atmosfera cupa e malinconica del romanzo. Lo stile di Cognetti, come abbiamo visto anche nei precedenti romanzi, è caratterizzato da una semplicità apparente che cela una grande profondità, la sua forza è la capacità di descrivere le emozioni umane con una sincerità disarmante e di creare atmosfere dense e suggestive.

I personaggi di Cognetti sono spesso soli, isolati dal resto del mondo e incapaci di stabilire relazioni profonde e durature. La Valle ci appare come un affresco di umanità, con le sue luci e le sue ombre. I personaggi, scolpiti nella memoria con pochi, intensi tratti, sono definiti dai loro sguardi, dalle battute taglienti, dai gesti carichi di significato; il luogo di incontro è il bar, dopo il lavoro, unico rifugio accogliente per anime erranti. Qui, come in un sogno, le rette parallele del destino sembrano convergere, offrendo un attimo di illusione e di speranza, prima di disperdersi nuovamente nel buio.
Il lavoro è un elemento centrale nella vita dei protagonisti, che spesso si trovano a confrontarsi con la precarietà e la mancanza di prospettive. Il romanzo esplora i modelli di mascolinità tradizionali e le loro contraddizioni, mostrando come questi possano portare a sofferenza e isolamento. La morte è un tema ricorrente, sia come evento concreto che come metafora della fine di un’epoca o di un modo di vivere.

Tu, larice, sei destinato a crescere al sole, a tirarti su in alto, duro e fragile e ondeggiare nel vento. Tu, abete, invece crescerai ombroso, ma forte e resistente, protetto dagli aghi anche in inverno, adatto al gelo.

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Giù nella valle è una storia di fratelli, una parabola esistenziale che si realizza tra ambiguità, marginalità, violenza, dipendenza dall’alcol e disagio.
I fratelli sono Luigi e Alfredo, una sorta di Caino e Abele, ma nessuno dei due è solo buono o solo cattivo; sono piuttosto la rivalità e il mal di vivere a intorbidire i legami, dando vita ad un racconto antico quanto l’umanità stessa che ci ricorda come le dinamiche di fratellanza possano trasformarsi in tragedia, e come l’invidia sia un sentimento universale.

Adesso sì che erano fratelli. Fredo in testa, basso sul manubrio, i capelli al vento, e Luigi col piede sul gas e il lampeggiante acceso. Giù per la loro valle, su una strada che avrebbero potuto fare a occhi chiusi. Volevi qualcosa di vero? Eccoti qualcosa di vero.

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Luigi, guardia forestale, è sempre rimasto al paese dove è nato; ha conosciuto Elisabetta, turista milanese che ha scelto di vivere nella valle, si sono sposati, e ora aspettano un figlio.
Alfredo, spirito vagabondo, violento quando l’alcol detta legge, è stato in galera per tentato omicidio, poi è fuggito in Canada, a fare il taglialegna.
Due figure solitarie, due fratelli legati da un vincolo indissolubile eppure segnati da profonde differenze e dalle delusioni.
Come cani randagi che si illudono di essere lupi, hanno perso la strada e si sentono estranei al mondo. Come gli alberi che il padre aveva piantato alla loro nascita – un abete e un larice – resistono al vento, tentano di radicarsi su un terreno difficile, ma le loro vite, come quelle delle creature della foresta, sono segnate dalla solitudine e dalla precarietà.

La valle, elemento simbolico, ha due volti: un lato che prende il sole, mentre l’altro rimane in ombra; è uno scenario aspro e implacabile, che dà asilo sia agli uomini che agli animali, a quelli selvatici, cacciati dagli uomini, e a quelli domestici, spesso maltrattati dagli uomini. Sono proprio due cani, un maschio inselvatichito e una cucciola di femmina, sulle cui tracce si mettono i cacciatori, ad aprire il racconto.
Un incipit avvolto in un’atmosfera cupa è il primo passo di un viaggio segnato dalla necessità. Il cane-lupo e la sua compagna, guidati da un istinto primordiale, sembrano assolti da ogni colpa, esseri innocenti in balia di una forza più grande di loro. La loro innocenza, però, non è debolezza, ma piuttosto la manifestazione di una determinazione cieca e inesorabile. È questa stessa forza che anima tutti i protagonisti, rendendoli figure tragiche e affascinanti, destinate a seguire un percorso già tracciato. Un percorso che, in ultima analisi, riflette la condizione umana, sospesa tra la volontà individuale e le grandi forze che governano l’universo.

Fontana Fredda, lontano dal paese, in fondo ad una strada sterrata, c’è la casa del padre. Luigi vuole aggiustare la casa malandata e andarci a vivere con la moglie Elisabetta, e ci sono cinque milioni pronti per Alfredo, per liquidare la sua parte. La casa, un’ombra scura che si staglia contro il cielo plumbeo, è un luogo segnato dal silenzio e dal tempo. Il padre, un uomo taciturno e solitario, dedito al bracconaggio, si era tolto la vita tra quelle mura, lasciando un’eredità di dolore.

Guardo fuori, nel campo il sole sta sciogliendo la brina. Anche i ricordi si ammorbidiscono, con il tempo. Adesso che lui non c’è più mi sono dimenticato di tante altre cose e me lo ricordo solo come un uomo triste. Intristiva insieme a questo posto, papà.

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Ora, di fronte all’eredità paterna, le vecchie rivalità tra fratelli rischiano di esplodere. Luigi, apparentemente tranquillo e conciliante, nasconde un segreto: il valore della casa, grazie a un progetto di seggiovia, è destinato a salire vertiginosamente. Questo segreto lo tormenta, lo rende complice di un inganno, ma allo stesso tempo gli offre la possibilità di assicurare un futuro migliore alla sua famiglia. Alfredo, tornato dal Canada per firmare le carte dal notaio, non la prende bene, si sente tradito ed escluso. Betta, preoccupata per il vizio del bere che i due condividono, osserva la dinamica tra i fratelli con preoccupazione.

Se nelle Otto montagne la casa era un simbolo di rinascita e di legami indissolubili, a Fontana Fredda è piuttosto un monolito di solitudine e rancore. Qui non si può costruire insieme, si può solo smantellare pezzo per pezzo un passato che li ha segnati indelebilmente.

Nella Valsesia, dove l’ombra si stende come un manto dalle vette impervie, le storie di Luigi e Fredo si intrecciano di nuovo, due traiettorie oscure come le profondità di un lago, segnate da cicatrici profonde, di quelle che non guariscono mai. Un passato cupo, pesante come un macigno che li trascina nel fondo, li ha resi prigionieri di se stessi. L’alcol, un fragile ponte gettato sull’abisso del silenzio, non riesce a colmare il vuoto tra loro. Tra loro, un legame segnato da silenzi assordanti e da un passato che li perseguita come un’ombra tenace.

Elisabetta, spettatrice paziente delle vite dei tre uomini – Luigi, Alfredo e il loro padre -, trova conforto nelle acque della Sesia. Innamoratasi prima di Luigi, poi dell’ipotesi di una fuga radicale, di un ritorno alla natura primigenia, è come una falena attratta dalla fiamma di un’illusione. La città, l’impegno politico, la cultura, tutto ciò che era stato il suo mondo, le sembrava ora una prigione dorata. La Sesia, con le sue acque gelide e impetuose, rappresentava la promessa di una rinascita, un ritorno alla Madre Terra, un abbraccio impossibile eppure incessantemente cercato. In quel fiume, antico testimone delle sue gioie e dei suoi dolori, si immerge da sola, un rito primordiale di incontro con la natura, dove ritrova un senso di appartenenza e un rifugio. Un momento di distensione in attesa del climax, prima di essere testimone di una tragedia annunciata.

Il romanzo di Paolo Cognetti, Giù nella valle, ci offre una tela narrativa ricca di sfumature e suggestioni in cui risuonano gli echi di Bruce Springsteen, dei poeti gallesi del VI secolo, di Raymond Carver e Flannery O’Connor.
La semplicità e l’autenticità del folk si riflettono nello stile narrativo di Cognetti, che privilegia una prosa diretta e essenziale, capace di trasmettere emozioni profonde senza fronzoli. L’ispirazione alla poesia gallese del VI secolo conferisce al romanzo un tono elegiaco e un’attenzione particolare alla natura e ai cicli della vita. Raymond Carver e Flannery O’Connor: da questi autori, Cognetti eredita una capacità di descrivere personaggi marginali e situazioni di disagio sociale con grande realismo e compassione.

Cognetti crea un’opera che scava a fondo nell’animo umano e nella sua relazione con la natura e la società. Esplora la natura del male, non solo come azione violenta o criminale, ma anche come un senso di smarrimento, di alienazione e di disagio esistenziale che l’uomo infligge a se stesso e al mondo circostante.
La natura, in particolare la “badland” descritta nel romanzo, diventa un personaggio a sé stante, un riflesso dell’anima umana. È un luogo di bellezza selvaggia e di crudele indifferenza, dove l’uomo si confronta con la propria fragilità e la propria insignificanza. La solitudine è un tema ricorrente, legata alla disoccupazione, all’emarginazione sociale e alla difficoltà di costruire relazioni significative. Nonostante la cupa atmosfera, Cognetti non rinuncia a esplorare la possibilità di trovare un senso e una speranza, anche nelle situazioni più disperate.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Tra i suoi libri: Sofia si veste sempre di nero (minimumfax 2012), Il ragazzo selvatico (Terre di mezzo 2013) e Senza mai arrivare in cima (Einaudi 2018 e 2019), La felicità del lupo (Einaudi 2021 e 2023) e Giú nella valle (Einaudi 2023). Nel 2021 ha curato L’Antonia su Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie). Sempre nel 2021 è uscito il film-documentario Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord. 
Le otto montagne (Einaudi 2016 e 2018), è stato tradotto in oltre quaranta paesi e ha vinto il Premio Strega, il Prix Médicis étranger e il Grand Prize del Banff; il suo adattamento cinematografico, diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, ha vinto il Premio della giuria del 75° Festival di Cannes e quattro David di Donatello, tra cui quello per il Miglior film.