Alcune parole sembrano oggetti dimenticati in un cassetto della lingua: non sono rotte, non sono inutili, ma semplicemente cadute fuori dall’uso quotidiano. Aprico e specioso appartengono proprio a questa piccola costellazione lessicale.
A prima vista hanno una certa eleganza sonora in comune: entrambe iniziano con un suono morbido, quasi aristocratico, e sembrano uscire da una pagina letteraria piuttosto che da una conversazione al bar. Eppure il loro destino semantico diverge nettamente.
Aprico richiama la luce, il calore del sole, i luoghi esposti e luminosi. Specioso, al contrario, ha a che fare con l’apparenza: qualcosa che sembra valido o convincente ma che, spesso, non lo è davvero. Una parola luminosa e concreta, l’altra più astratta e un po’ sospettosa. Due termini che mostrano bene come la lingua italiana sappia essere al tempo stesso solare e sottile.
Aprico, /a·prì·co/: agg. [dal lat. aprīcus, di origine incerta], esposto al sole e all’aria aperta.
L’aggettivo aprico indica un luogo ben esposto al sole, caldo e luminoso. Si usa soprattutto per descrivere paesaggi, pendii, colline o borghi che godono di una favorevole esposizione solare.
Dire, ad esempio, “un versante aprico” significa evocare immediatamente un pendio soleggiato, magari ricco di vigneti o di uliveti.
Chi frequenta, in Lombardia, la Valcamonica o la Valtellina, penserà subito ad una splendida località di montagna, Aprica appunto, in provincia di Sondrio, situata sul valico tra le due valli: un paradiso per lo sci e per le escursioni estive, grazie alla sua posizione luminosa.
La parola deriva dal latino apricus, che significa proprio “esposto al sole”, “soleggiato”. L’origine latina è piuttosto trasparente e conserva quasi intatta l’immagine originaria: il lato di una valle che riceve la luce. Oggi aprico compare soprattutto in contesti letterari, paesaggistici o geografici. È più frequente nei testi descrittivi, nella prosa raffinata o nella saggistica ambientale. Nella lingua quotidiana viene spesso sostituito da espressioni più semplici come “soleggiato” o “esposto al sole”.
Il termine è piuttosto caro alla tradizione letteraria e paesaggistica italiana. Scrittori e poeti lo hanno spesso utilizzato per evocare luoghi luminosi e accoglienti. In molte descrizioni di campagne e colline italiane, soprattutto nella prosa del Novecento, compaiono “pendii aprichi” o “coste apriche”, quasi sempre associati a un senso di quiete e fertilità.
Specioso, /spe·ció·so/: agg. [dal lat. speciosus, der. di species «aspetto, apparenza»], Che è buono, vero e giusto solo in apparenza, riferito soprattutto ad argomenti che mirano a convincere.
Specioso è un aggettivo che indica qualcosa che appare convincente o plausibile, ma solo in apparenza. Si usa spesso per riferirsi a ragionamenti, argomentazioni o giustificazioni che sembrano validi ma che, a un’analisi più attenta, risultano fallaci. Una “argomentazione speciosa” è dunque una tesi che suona bene, ma che non regge davvero.
La parola deriva dal latino speciosus, che significava “bello”, “appariscente”, “di bell’aspetto”. Nel passaggio all’italiano il termine ha conservato l’idea dell’apparenza, ma ha assunto una sfumatura critica: ciò che è specioso è bello o convincente solo superficialmente. Nel linguaggio contemporaneo specioso è usato soprattutto in contesti culturali, giornalistici o accademici, quando si vuole mettere in dubbio la solidità di una tesi. È una parola elegante e precisa, ma non molto comune nel parlato quotidiano. Spesso viene sostituita da espressioni come “solo apparentemente convincente” o “ingannevole”.
Il termine compare frequentemente nella saggistica filosofica e politica, proprio perché utile per smontare ragionamenti che sembrano solidi ma che nascondono una debolezza logica. È una parola perfetta quando si vuole criticare senza usare toni troppo bruschi: basta dire che un argomento è specioso e il dubbio è seminato.
Aprico e specioso sono due parole che sembrano provenire da epoche diverse della lingua italiana, ma che conservano una sorprendente precisione. La prima illumina i paesaggi con una sola sillaba elegante; la seconda smaschera con finezza le illusioni del ragionamento. Entrambe dimostrano quanto il lessico italiano possa essere ricco di sfumature, anche quando alcune parole scivolano ai margini dell’uso quotidiano.
E voi? Vi capita ancora di usare aprico o specioso? Le avete incontrate in libri, articoli o conversazioni? Oppure sono parole che sentite ormai lontane dal linguaggio di tutti i giorni? Aspetto i vostri commenti… a volte basta riscoprire una parola per rimetterla in circolazione.


Non le uso ma ogni tanto specioso lo leggo.
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Bene… è già un buon risultato 😊
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Conosco l’Aprica, ma non ho mai sentito la parola Aprico. “Specioso” l’ho visto passare ma non ne conoscevo il significato. 😉
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La località in effetti è molto conosciuta ma pochi sono a conoscenza della sua derivazione dall’aggettivo.
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