Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Io non mi chiamo Miriam

INCIPIT

È ancora notte, eppure splende il sole. Nässjö riposa immobile sotto il cielo azzurro. Niente sussurri di vento tra le betulle del parco civico; niente rombi di motori lungo Rådhusgatan; nienti sibili di treni diretti alla stazione. Regna un silenzio tale che un piccione solitario che attraversa a passetti dondolanti Stora Torget si blocca di colpo e ascolta quella stranezza. Rimane assolutamente immobile con la testa di lato, in vigile attesa, ma poi vede poco più in là un pezzo di pane da hot dog e dimentica tutto: una zampetta rossa davanti all’altra, si affretta da quella parte pregustandosi la mangiata con muta felicità. Non che soffra la fame. Ormai non la soffre nessuno a Nässjö, nemmeno gli uccelli o i topi. C’è cibo a sufficienza per tutti. Eppure, Miriam sogna la fame. Sono più di sessant’anni che si nasconde in questa città e non ha avuto fame neanche per un’ora, eppure ogni notte sogna le privazioni della sua giovinezza. Non ha niente a che vedere con la vita che ha vissuto da adulta o con quello che è oggi, e tuttavia non riesce a sbarazzarsi di quei sogni: s’infilano nel sonno e se ne impossessano, proiettandola a forza sessantotto anni indietro nel tempo o anche di più e costringendola a chinare la testa e scappare, abbassare lo sguardo e curvare la schiena, rubare un tozzo di pane a chi non ha la forza di mangiare, cercare di imboccare un fratellino che non riesce più nemmeno a deglutire, mettersi vicina a Else all’adunata e snocciolare sottovoce l’alfabeto per poi fissare lo sguardo nei suoi occhi innaturalmente grandi, quegli occhi che…

Majgull Axelsson

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