Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Sedici parole

INCIPIT

All’inizio fu una sola. Una parola che, agile e svelta, mi assalì, come poi tutte le altre sedici, dopo un’imboscata. Non riuscivo a difendermi, le parole tornavano sempre di nuovo a impormi il loro messaggio: qui c’è ancora un’altra lingua, la tua lingua madre, non credere che quella che parli sia davvero la tua. Finivo regolarmente nelle loro mani, ostaggio di queste parole che non avevano niente a che fare con la mia vita, con il modo in cui ogni giorno apro il lucchetto della bici, ordino da mangiare al ristorante oppure, in primavera, ripongo il vestiario invernale. Non avevano niente a che fare con la mia vita, eppure, o forse proprio per questo, ero continuamente in loro potere. Poi però, seguendo un’ispirazione, tradussi una parola, e fu come averla disarmata. Perché solo allora, perché non ci avessi mai pensato prima, non so dirlo. Forse avevo paura di trovarmi davanti alla parola tradotta, alla parola nuda. D’un colpo, aveva perso il suo potere su di me. Come in una fiaba, attraverso la traduzione avevo spezzato l’incantesimo che gravava sulla parola, e mi ero liberata dalla prigionia. Ora eravamo entrambi libere, la parola e io. Si fecero avanti le altro, anche loro volevano essere liberate dall’incantesimo e dalla solitudine in cui conducevano la loro esistenza. E quando superarono il proprio isolamento, quando si unirono, solo allora riconobbero quale impostura avessero alimentato in tutti quegli anni. Non da sole, ma tutte insieme. Nel non tradotto, l’impostura aveva potuto installarsi a suo piacimento.

Nava Ebrahimi

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