Prima di lasciare Ketchum, tornai altre due volte sulla tomba di Hemingway. Da quattro anni desideravo vedere quel cimitero. E ora avevo paura di allontanarmene prima del dovuto, lasciando troppe cose in sospeso. Era come se lassù, sulle montagne dell’Idaho, insieme al più grande scrittore mai esistito fosse stato sepolto anche mio padre.

A dime a dozen, di Stefano Marelli, Rubbettino editore 2016

Marelli dime copertinaQuesto è il secondo romanzo di Marelli che leggo; il primo, Altre stelle uruguayane, mi era piaciuto e mi aveva regalato una lettura divertente, ironica, ben congegnata; questo di cui vi parlo oggi, mi ha rapita, fatto ridere a crepapelle e mi ha fatto rivedere me stessa ventenne alla scoperta dell’America e dei suoi autori: gli stessi di cui Miller ci parla nel romanzo.

La storia si avvia attraverso la voce di Blasco che racconta come ha conosciuto Miller e come lo ha ritrovato a distanza di anni: è proprio Miller, l’uomo dal passato avventuroso, il protagonista assoluto di questo romanzo on the road, strettamente legato alle passioni letterarie di Miller per un Paese, gli Stati Uniti, di cui è figlio a metà ma che sente dentro di sé più della provincia italiana in cui è cresciuto. È lui che conduce Blasco e la sua fidanzata Allegra in un viaggio attraverso il Sahara algerino, alla ricerca di grotte con incisioni mai scoperte, a bordo di un vecchio Land Rover: un’escursione che è soprattutto un itinerario indietro nel tempo e in altri luoghi, un raccontarsi vicino al fuoco, la notte, con una rassicurante scorta di alcolici, quando si accampano nelle tante tappe prima di giungere nel luogo che Miller ha scelto.

Miller deve il proprio nome all’amore di suo padre per Hemingway: amore che diviene il legame tra di loro, ed anche la molla che lo spinge ad andare a cercare le sue origini e al tempo stesso a rincorrere le sue passioni letterarie. Attraverso il suo viaggio negli States, Miller impara molto di sé: mettendo insieme i tanti tasselli che poco a poco emergono dal passato, conosce suo padre e la sua cultura, il suo carattere maturato in quella parte del Montana in cui è cresciuto. In Italia, invece, Miller ha due spalle: il nonno e il suo compare Gusto. E, soprattutto, un amore che lo accompagnerà per tutta la sua vita: Nita.

Marelli dime copertina 2

La ricerca di Miller sulle tracce di Hemingway inciampa casualmente in uno dei tanti racconti del Gusto, anzi meglio dire culmina in un episodio che il Gusto ha tenuto per sé, e che ora, sentendo vicina la fine e scoprendo la passione di Miller per lo scrittore americano, decide di tirare fuori. E Marelli è bravissimo ad incastrare un episodio vero e tanto discusso della vita dell’autore americano idolo di Miller, con la finzione narrativa: ed ecco che il vecchietto combinaguai si rivela essere stato il custode proprio dei racconti che andarono persi, in una versione dei fatti assolutamente inedita. Va da sé che non vi dirò come e perché!

Si tratta di un episodio reale nella vita di Hemingway. È lui stesso a raccontarci l’episodio in Festa mobile, nel capitolo La fame era un’ottima disciplina (nella mia vecchia edizione Oscar Mondadori del 1975 sta a pag 126-127-128):

Era uno dei due racconti che mi erano rimasti quando tutto ciò che avevo scritto era stato rubato dalla valigia di Hadley quella volta alla Gare de Lyon che lei mi stava portando i manoscritti giù a Losanna per farmi una sorpresa e io potessi lavorare durante le vacanze in montagna. Ci aveva messo dentro gli originali, i dattiloscritti e le copie, tutti fra copertine di carta da pacchi. La sola ragione per cui mi era rimasto quel racconto era che Lincoln Steffens lo aveva mandato a non so quale direttore di giornale che glielo aveva poi restituito. Quando ci rubarono tutto il resto, il portalettere lo aveva ancora nella borsa. L’altro racconto di cui disponevo era quello intitolato Su nel Michigan scritto prima che la signorina Stein venisse a trovarci nel nostro appartamento. Non era mai stato ricopiato perché lei aveva detto che era inaccrochable e doveva essere finito in fondo a qualche cassetto.

Hemingway continua il racconto spiegando che, in visita a Rapallo, mostrò il racconto Il mio vecchio a Edward O’Brien, che poi lo pubblicò in una raccolta di Best Short Stories (tra l’altro, pubblicando così un inedito). Infine commenta così lo stato d’animo suo e di Hadley:

Non avevo mai visto nessuno ferito da una cosa diversa dalla morte o da un’insopportabile sofferenza tranne Hadley quando mi parlò del materiale sparito. Aveva pianto a lungo e non era riuscita a dirmelo. Le dissi che per quanto orribile fosse l’accaduto non poteva esserci nulla di così brutto, e qualsiasi cosa fosse non doveva preoccuparsi perché si sarebbe aggiustata. Avremmo trovato una soluzione. Allora, finalmente, me lo disse. Ero certo che non poteva aver portato anche le copie e pregai un collega di sostituirmi nel servizio per il giornale. Guadagnavo bene, allora, facendo il giornalista, e presi il treno per Parigi. Invece era proprio vero, e ricordo che cosa feci quella notte appena mi fui introdotto nell’appartamento, e scoprii che era vero.

Comunque, sembra che Hemingway l’abbia presa, diciamo, con filosofia perché conclude così il racconto:

(..) dissi a O’Brien di non prendersela tanto. Probabilmente era stato un bene, per me, perdere quei primi lavori e gli dissi quello che si dice sempre in questi casi. Dissi che mi sarei rimesso a scrivere racconti, e mentre lo dicevo e cercavo solo di mentire affinché non si sentisse così male, compresi che era vero.

Va detto che si tratta di una ricostruzione posteriore di Hemingway: in realtà, quando l’episodio avvenne, lo gettò in crisi.

Ma perché vi riporto tutta la faccenda? Lo faccio perché possiate apprezzare la bravura di Marelli nel costruire l’episodio utilizzandolo in modo originale ed estroso.

Dunque, per chiudere questa chiacchierata: un bel romanzo, scritto nello stile sciolto e ironico che contraddistingue Marelli, con molte battute, e situazioni godibilissime, con una trama non banale, anzi molto intrigante, con molti riferimenti letterari che per chi, come me, ama la letteratura americana fanno andare in solluchero, con agganci alla storia italiana, con inaspettati colpi di scena e un finale a sorpresa.

Molto belle le descrizioni del deserto che poi, leggendo l’intervista che segnalo qui sotto, ho scoperto provenire dall’esperienza stessa di Marelli, che per quei luoghi ha vagato assai.

https://mtdagostino.wordpress.com/2016/12/01/a-dime-a-dozen-marelli-sulle-tracce-di-hemingway/

Copio anche il link all’editore: http://www.store.rubbettinoeditore.it/a-dime-a-dozen.html

L’incipit lo potete leggere qui.

Robert-Capa-in-Italia-16
Robert Capa