Mi ballano in testa i ricordi, no, non dei ricordi qualsiasi, ma quelli dopo la magnifica caduta del Muro, quando siamo, come dire .. venuti in contatto. (..) Non c’è notte in cui non sogni queste cose, e di giorno mi ballano in testa i ricordi, e mi tormento a chiedermi perché tutto è andato com’è andato. Certo, ai tempi ci divertivamo anche un sacco, ma in quel che facevamo avevamo sempre dentro un senso di smarrimento che non riesco a spiegare.

 Eravamo dei grandissimi, di Clemens Meyer, Keller editore 2016, edizione originale 2006, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero, pagg 602

Il romanzo d’esordio di Meyer è arrivato in Italia in traduzione grazie a Keller e ai suoi bravissimi traduttori, e anche se sono passati più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione, mantiene intatta la sua potenza di romanzo generazionale. Potenza dirompente, a volte disturbante, ma più di tutto commovente.

Capitoli montati con salti temporali tra passato e presente, che raccontano le vite di un gruppo di adolescenti, che poi diverranno adulti, a cavallo di un momento storico, la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione delle Germanie. L’evento più significativo del dopoguerra, in Europa, per la sua portata storico-politica, cambia le loro vite, ma non è un cambiamento nel senso di apertura verso nuove speranze. Nel romanzo l’evento in sé non ha un ruolo racchiuso in una coscienza attiva sul suo significato anche perché i protagonisti sono degli adolescenti; per loro è più uno spartiacque tra un prima e un dopo, dove il salto non porta niente di meglio dello squallore in cui sono immersi. Quello che porta, semmai, è l’accesso ancora più spinto verso l’alcol e la droga. L’unico appiglio positivo c’era prima e ci sarà dopo, ed è la loro amicizia, quel sentirsi legati da un destino bastardo ma condiviso, senza scampo e senza vie d’uscita, senza happy ending, solo un lungo e buio tunnel, quello creato dal disagio giovanile amplificato dall’assenza di riferimenti positivi, perché davvero tutto intorno a loro sembra senza valori. Disagio che non ha un turning point, non c’è nessun evento catartico, piuttosto una deriva che assume sempre più le sembianze di una disfatta, appena rischiarata da un sogno che non si concretizza.

Meyer, attraverso la voce di Daniel, racconta un’adolescenza nata nella Germania dell’Est, a Lipsia, e traghettata nella Germania riunita dove i tedeschi dell’Est, la generazione prima della loro, che avevano a lungo coltivato il miraggio dell’Ovest, si ritrovano cittadini ancora più svantaggiati e spaesati. Daniel ha dodici anni quando il Muro è abbattuto. C’è un prima fatto di esercitazioni scolastiche dove si simulano attacchi bellici e i ragazzini – i pionieri – vengono addestrati a disinnescare mine e a darsi da fare per soccorrere i feriti. O dove si va in un cinema di periferia a vedere film come I due superpiedi quasi piatti, e, soprattutto, Surehand-Mano veloce. Cinema che poi è bruciato, e di cui sono rimaste solo macerie annerite, portando via nel suo fumo acre anche i sogni adolescenziali. Ci sono le prime scazzottate e rivalità, i primi approcci con le ragazze e l’alcol, e, anche se la povertà è padrona, basta avere il gruppo di amici, la fratellanza che rende baldanzosi e rissosi, per non sentirsi schiacciati. È questo l’unico collante, o salvagente a cui si aggrappano per non annegare in una realtà alienante. Ci sono le scorribande, le vetrine mandate in frantumi, i cartelli stradali divelti a testimoniare una rabbia adolescenziale che non si riesce ad arginare.

E il dopo? Il dopo è una discesa agli inferi. Le scazzottate diventano violenti pestaggi con skinheads e punk, l’abuso di alcol diventa la regola, qualcuno comincia a drogarsi e segna il proprio destino, si rubano le auto, si entra e si esce di galera. Da ragazzi. Poi, da adulti, tutto peggiora: la violenza non ha più solo le mani come strumento, si passa alle spranghe e poi alle armi. E dagli istituti correttivi per minorenni si transita in prigione.

Daniel, la voce narrante, Rico il pugile, Mark il tossico, Paul e Pitbull continuano a sfidare i limiti, spingendosi ogni volta sempre più vicini al burrone. Per loro il fallimento del regime comunista della Germania dell’Est e la nuova realtà della riunificazione sotto il segno del capitalismo sono in realtà un’unica sconfitta. Figli di una generazione che a sua volta ha patito la non aderenza ad una realtà socio-culturale capace di generare progresso, sono vittime di un cambiamento che per loro è senza valori, senza punti di riferimento.

Eravamo dei grandissimi, attraverso le vite dei protagonisti, fotografa una generazione così come Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino all’inizio degli anni Ottanta, e Trainspotting alla fine degli stessi anni.

Clemens Meyer

 

Clemens Meyer è nato a Halle nel 1977 e vive a Lipsia. Il suo primo romanzo, Als wir traumten (Eravamo dei grandissimi, 2006) è ormai un libro cult. Nel 2015 ne è stato tratto l’omonimo film di Andreas Dresen presentato alla 65a Berlinale. Sono seguiti Die Nacht, die Lichter. Stories (2008), che gli è valso il premio della Leipziger Buchmesse, Gewalten. Ein Tagebuch (2010) e il monumentale Im Stein (2013), finalista al Deutscher Buchpreis.

 

 

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