L’uragano mi avvolge nella sua mano. Sto planando. Atterro sul ramo più grosso, il legno mi incide la carne, il secchio sbatte forte, non respiro, mi si appannano gli occhi. Mi arrampico trascinandomi lungo il ramo, con i piedi dentro e fuori dall’acqua, il manico del secchio che mi sega la spalla, il mio carico vivente già troppo pesante.

Salvare le ossa, di Jesmyn Ward,  NN Editore 2018, traduzione di Monica Pareschi, pagg 308

Dodici capitoli per raccontare le vite dei protagonisti nei dodici giorni che precedono la devastazione inflitta dal passaggio dell’uragano Katrina sul bayou, nella località fittizia di Bois Sauvage, in Mississipi. Il racconto viene dalla voce della protagonista Esch, unica rappresentante femminile di una famiglia tutta al maschile; una ragazzina di quindici anni, ossuta, affascinata dal mito di Giasone e gli Argonauti e di Medea. Ha tre fratelli: Randall che di anni ne ha diciassette e sogna di affermarsi nel basket, Skeetah di sedici, affezionato al suo pitbull femmina China a cui fa fare combattimenti, e il piccolo Junior, di sette anni. La madre è morta nel dare alla luce Junior e il padre, Claude, non si rassegna a questa perdita, a cui cerca di fare fronte stordendosi con l’alcol. La famiglia Batiste vive in un luogo degradato e marginale, la Fossa: un avallamento nel terreno dovuto all’estrazione dell’argilla rossa venduta a buon prezzo dai bianchi, disseminato di rottami e rifiuti. Vivono al limite dell’indigenza, un po’ abbandonati a se stessi, capaci di trovare la loro identità soltanto nel gruppo che, unica cellula sociale a cui sentono di appartenere, decide i comportamenti, i rituali e il modo di relazionarsi.

Bayou by Maudie from Pinterest
Bayou, by Maudie (from Pinterest)

Sono gli ultimi, afosi, giorni di agosto, caldi e umidi, resi pesanti dalla sabbia rossa smossa dal vento, disseminata su ogni cosa, sulle persone, e sugli animali.

Il primo capitolo si apre con un evento pregno di significato: China, la pitbull, sta partorendo e i fratelli Batiste sono tutti attorno a lei, ad osservare la meraviglia di una nascita alla vita incerta e accidentata, e Esch pensa subito alla madre quando, appena dopo il parto, li ha lasciati per sempre e prova ad immaginare il suo corpo nell’atto di lasciare uscire il suo “ultimo fiore”.

Il padre, nei momenti di sobrietà, percepisce il pericolo che l’uragano si porta con sé, la sua memoria di eventi passati gli fa drizzare le antenne e sa che bisogna prepararsi: racimolare le scorte per resistere qualche giorno in attesa dei soccorsi, rinforzare la debole baracca in cui vivono e che, difficilmente, potrà proteggerli dalla furia del vento. I ragazzi, invece, non sentono ancora l’imminenza di un disastro che, come purtroppo poi è successo nella realtà, avrà conseguenze devastanti e continuano la loro vita fatta di allenamenti al campetto di basket in vista delle selezioni, l’accudire la cagna e i cuccioli appena nati, l’assistere ai feroci combattimenti dei cani, il procurarsi il cibo, e l’andare nel bosco a caccia di scoiattoli.

Esch osserva e vive dentro a tutto questo, e cerca di fare i conti con una scoperta che le cambierà la vita. Aspetta un bambino, a cui immagina già di dare un nome – uno se sarà femmina e uno se sarà maschio – perché sa che non potrà dargli un padre. Manny, il ragazzo con cui ha avuto rapporti nell’ultimo periodo e che lei ama non ricambiata, nemmeno lo sa e probabilmente non gliene importerebbe molto. Il bisogno di essere amata – come le eroine dei miti – di Esch è tangibile come quello che già nutre per la vita che porta dentro di sé, e che cercherà di proteggere ad ogni costo dalla furia dell’uragano.

Il passare dei giorni è carico di presagi, come nelle narrazioni mitologiche, e il destino diventa sempre più un ghigno maligno che li spia dal cielo, nascosto dai nuvoloni sempre più minacciosi, dal vento che rinforza.

Esch tiene in mano quel filo sottile che è il senso della maternità, sorretto dai ricordi e dalla nostalgia della madre, indagato nella messa al mondo dei cuccioli da parte di China, accolto su se stessa dall’evidenza di una consapevolezza che si rinsalda e, sopravvivendo al disastro, diventa unica speranza in una terra devastata che deve ricostruirsi dai cocci rotti sparsi ovunque. Di fronte alla violenza dell’uragano, e con la consapevolezza che nessuno verrà a salvarli, la famiglia Batiste capisce che deve lasciare da parte ogni egoismo e pensare al bene comune; l’unica speranza di salvare le ossa è essere uniti e farsi forza l’un l’altro per agire un piano che, seppur ai limiti dell’impossibile, li protegga dalla furia di Katrina.

Jesmyn Ward usa un linguaggio ricco di immagini e metafore, così come di espressioni gergali e giovanili, per descrivere, a volte con crudezza, un nucleo rappresentativo di vite dell’America “minore”, quella che vive in povertà, che non ha accesso al benessere materiale, e che anche in un evento disastroso dimostra di essere più indifesa, più debole, perché vive in baracche e non in case solide, perché non ha possibilità economiche sufficienti a fare fronte in modo più strutturato alla minaccia naturale.

Jesmyn Ward by Beowulf SheehanJesmyn Ward (nata nel 1977) è cresciuta in una zona povera del Mississippi, dove tuttora vive; insegna scrittura creativa alla Tulane University. Ha vissuto personalmente il dramma di Katrina che l’ha profondamente segnata, impedendole di scrivere per due anni. Da quell’esperienza è nato “Salvare le ossa”. Il romanzo ha vinto il National Book Award nel 2011, e il memoir “Men We Reaped” è stato finalista al National Book Critics Circle Award. Con il suo ultimo romanzo, “Sing, Unburied, Sing”, Jesmyn Ward ha vinto il National Book Award per la seconda volta, prima donna dopo scrittori come William Faulkner, John Cheever, Bernard Malamud, Philip Roth, John Updike. NNE pubblicherà anche gli altri due capitoli della Trilogia di Bois Sauvage.

Qui potete leggere l’incipit.