Crescere qui in mezzo alla campagna mi ha insegnato un po’ di cose. Mi ha insegnato che dopo la prima gloriosa vampata di vita, il tempo erode tutto: arrugginisce le macchine, porta a maturità gli animali finché non perdono il pelo e le penne, avvizzisce le piante. Una volta all’anno, all’incirca, Lo vedo in Pop, da com’è dimagrito sempre di più con l’età, da come i tendini si fanno a mano a mano più evidenti, più grossi e rigidi, anno dopo anno. Dai suoi zigomi indiani, severi. Da quando Mama si è ammalata, però, ho imparato che anche il dolore può fare quell’effetto. Può divorare una persona finché non rimane altro che pelle, ossa e un leggero strato di sangue. Può roderti le viscere, gonfiarti nei posti sbagliati: i piedi di Mama sembrano palloni pieni d’acqua, pronti a scoppiare sotto le coperte. Pag. 51

Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward, NN Editore 2019, traduzione di Monica Pareschi, pagg. 266

Con il secondo volume della Trilogia di Bois Sauvage, l’editore NN ci riporta in quel territorio fisico e spirituale che abbiamo conosciuto in “Salvare le ossa”, primo splendido romanzo della serie scritta dall’autrice afroamericana – nata e residente in Mississipi – Jesmyn Ward. Un romanzo, questo secondo, che mi ha conquistata ancora di più, che non solo ha mantenuto le promesse fatte con il primo, ma le ha superate. Due opere che sono ambientate in quel Mississipi povero, dove le condizioni di vita sono veramente disagiate e marginali, dove ancora non è del tutto superata la barriera della discriminazione razziale.

usa-louisiana-new-orleans-lafitte-jean-lafitte-nhp-bayou-cabin_u-l-pobr790
usa-louisiana-new-orleans-lafitte-jean-lafitte-nhp-bayou-cabin_u-l-pobr790

Come nel primo capitolo (i romanzi sono comunque a sé stanti, e si possono leggere in qualsiasi ordine; hanno in comune solo il luogo di ambientazione, l’atmosfera e la tipologia di personaggi), anche qui protagonista della storia è una famiglia. Protagonisti-antagonisti sono madre e figlio, per i quali, nonostante mi sia imposta di non farmi coinvolgere, ho provato esattamente ciò che l’autrice ha voluto trasmettere al lettore: amore e solidarietà per il figlio, Jojo, e repulsione per la madre, Leonie. L’amore per Jojo si costruisce pagina dopo pagina, soprattutto nei capitoli in cui è lui a parlare in prima persona: il suo carattere riflessivo, la sua sensibilità, l’amore fraterno che nutre per la sorellina Kayla, i sentimenti di amore e riconoscenza per i nonni Pop e Mam – come lui li chiama affettuosamente -, uniche e vere figure adulte di riferimento, conquistano senza se e senza ma, gli si perdona anche l’odio distaccato che nutre verso i genitori. Genitori che per i figli sono assenti – soprattutto il padre Michael, bianco, che si trova in prigione – o violenti, incuranti, egoisticamente chiusi nel loro mondo, soggiogati dalla dipendenza dalla droga, e, nel caso della madre Leonie, totalmente avulsa da un minimo sentimento di amore materno.

Pop, il nonno, è il personaggio-chiave, colui che tiene insieme il passato, il presente e il futuro; è lui la memoria familiare e generazionale, è colui che tiene in equilibrio gli opposti, cercando di bilanciare gli elementi schizofrenici di rottura. È come un portale che mette in comunicazione due mondi, costantemente impegnato a trasmettere il suo bagaglio esperienziale al nipote, che raccoglie il testimone del figlio che ha tragicamente perso, e che la figlia, Leonie, non si sente all’altezza di sopportare. L’uomo che ha conquistato la moglie Philomène – ormai uomo fatto, dopo l’esperienza della prigione – e che l’ha amata per tutta la vita, e di cui, ora che è in fin di vita si prende cura.

Un uomo che ha dentro delle cose che lo muovono. Come le correnti d’acqua. Cose che non puoi farci niente. pag 71

Jojo e il nonno regalano pagine vibranti, dense di pathos espresso attraverso i racconti del nonno, della sua terribile esperienza nella prigione di Parchman quando era ancora quindicenne, di ciò che ha visto e dovuto fare, delle persone che là ha conosciuto, delle terribili condizioni a cui i detenuti neri erano sottoposti, le violenze e le privazioni sofferte. Racconti che riportano indietro nel tempo e mettono l’accento sulla discriminazione razziale, sull’odio verso i neri espresso nelle forme più atroci. Odio e violenza che ai giorni di Jojo non sembrano essere diminuiti, e l’episodio in cui vengono fermati, ammanettati e perquisiti da un agente di polizia, è l’esatto emblema dei sentimenti duri a morire in quella regione. Ma i racconti del nonno, uniti alla sensibilità del ragazzo, così come alla predisposizione a percepire il nascosto filo sovrannaturale che lo àncora alle radici familiari concentrate nella nonna, trasportano in una dimensione peculiare.

Jojo ha maturato la sua sensibilità attraverso una matrice esperienziale che incrocia il contatto con la natura – gli animali, ma anche gli alberi, l’ambiente – con la capacità di dare ascolto all’inespresso, e di accogliere lo spirito di coloro che dal mondo terreno se ne sono andati ma che ancora non hanno trovato pace, che non riescono a tornare “a casa”. Capacità che anche Leonie ha nel suo DNA, e che le permette di vedere al suo fianco il fratello Given, vittima dell’odio razziale, e di percepirne lo sguardo giudicante. Anche se le apparizioni del fratello sono spesso legate ai momenti di abuso della droga, Leonie attraversa questa dimensione anche nei momenti di lucidità, e tali passaggi sono ciò che più la accomuna alla madre.

Leonie è forse il personaggio più complesso, verso il quale il lettore tende ad innalzare una barriera di diffidenza e talora avversione; nei rari momenti in cui allontana i fantasmi del suo tormento interiore, emerge un lato umano fragile e indifeso, un disperato bisogno di sentirsi amata e protetta che riesce a esprimere soltanto attraverso l’amore incondizionato verso il marito Michael, mentre, nei confronti dei figli – e dei genitori – avverte solo una schiacciante sensazione di fallimento, di non essere all’altezza del suo ruolo, di figlia e di madre. I suoi tanti passi falsi, la dipendenza, l’egocentrismo auto-difensivo che esprime nei comportamenti, l’hanno resa insicura e incapace di razionalizzare ciò che le accade e le reazioni che dovrebbe mettere in campo.

Mississipi parchman prison
Parchman prison

La parte centrale del romanzo ruota attorno al viaggio: Michael, dopo avere scontato qualche anno di detenzione nella stessa prigione – Parchman – in cui anche Pop era stato rinchiuso, viene rilasciato, e Leonie decide di partire per andare a prenderlo, portando con sé i figli e l’amica Misty, come lei dedita all’uso di droghe pesanti e con poca dimestichezza nel rapporto coi bambini. Un luogo viaggio sulle polverose strade secondarie, durante il quale accadono episodi drammatici, e dove, soprattutto, il comportamento di totale trascuratezza nei confronti dei figli, si trasforma spesso in irresponsabilità e violenza. Da questo viaggio, simbolicamente costellato di eventi rivelatori, tornano tutti provati e l’unico affetto che tiene in piedi questo nucleo familiare problematico, è quello tra Jojo e la sorellina Kayla, che in lui vede il suo unico punto saldo. Jojo, che ha solo tredici anni, ha dovuto crescere in fretta, ed è l’unico a comportarsi in modo responsabile, al punto che sembra essere lui l’adulto, mentre gli altri, stressati dalla situazione, risaltano ancor più per immaturità e fragilità. L’unico orizzonte che Jojo vede è quello della casa dei nonni materni, dai quali ha urgenza di tornare, anche per assistere la nonna malata terminale di cancro; la breve sosta a casa dei nonni bianchi paterni, gli regala un assaggio dei sentimenti più vili di odio razziale che faticano ad essere superati, odiosamente rivolti ai bambini, così come agli adulti.

La storia narrata si dipana attraverso un percorso in cui passato e presente si sovrappongono di continuo: i racconti del nonno che portano a galla la sua storia, la presenza degli spiriti “unburied”, come annuncia il titolo originale. Quegli spiriti irrisolti, tormentati, vittime di un destino violento che si palesano ai vivi, per ricordare che la memoria non si deve cancellare e che per trovare la pace bisogna chiudere un cerchio, e aprire il proprio cuore per sentire il canto. Quegli spiriti che:

Sorridono con qualcosa che assomiglia al sollievo, qualcosa che assomiglia al ricordo, qualcosa che assomiglia alla quiete. pag 266

Canta, spirito, canta” è un libro che non si dimentica; a tratti crudo e tragico, alterna momenti di rara poesia che emergono quando punta il dito sulla continuità tra vita e morte, su quelle sliding doors che non lasciano mai calare del tutto il sipario. È un libro costruito attorno al concetto che una famiglia, per quanto traballante e problematica, è un vincolo che non si spezza mai; che per quanto generi scontri e sofferenze, è governata da quel sotterraneo fiume che scorre attraverso terreni impervi per calmarsi solo alla foce, quando si acquieta e si mischia con altre correnti, quando giunge a casa.

Potete leggere qui l’incipit.