Quella mattina stessa, prima di andare in paese, mi venne insegnata la prima operazione che avrei dovuto ripetere ogni giorno: prendere la mia tazza vuota, come gli altri, e portarla nel secchiaio dove a turno la Rina o l’Ausilia lavavano le stoviglie. Più avanti, quasi un anno dopo, salendo sul panchetto che stava sempre a fianco del camino, avrei imparato a lavarmela da sola – servendomi dello straccio appeso al lato del secchiaio, che alla fine doveva sempre essere sciacquato bene e rimesso a posto.

«Andiamo, monta», mi disse la Rina, accostando la bicicletta da uomo alla porta della cucina, mentre l’Ausilia mi allacciava il cappottino di casentino color arancio che la zia Mary mi aveva portato da Venezia. Per un attimo pensai a mia mamma e al desiderio struggente di averla accanto e fui tentata di chiedere: «Mi hanno abbandonata?». Ma cacciai subito quel pensiero.

La signorina Crovato, pag 60

La signorina Crovato, di Luciana Boccardi, Fazi editore 2021, pagg.330

Quando si dice una vita da romanzo… e quella di Luciana Boccardi, “La signorina Crovato”, di certo lo è, e la troviamo splendidamente raccontata nella autobiografia che ritrae la storia della sua famiglia, a partire dai primi anni del Novecento, andando a ritroso nell’albero genealogico fino ai nonni e bisnonni: una saga familiare avvincente e piena di umanità, un romanzo di formazione quasi dickensiano e, insieme, un ritratto della società di quegli anni.

Luciana Crovato, in arte Boccardi, inizia il suo racconto (possiamo dire un memoir, con qualche licenza) partendo dai nonni. Nel ramo materno, vi erano un professore nato a Fiume, che all’epoca era parte dell’Impero Austro-Ungarico (nonno Iginio), e una giovane proveniente da una famiglia borghese (nonna Gina); nel ramo paterno c’è una nonna zingara (nonna Gingia), e un nonno tenore (Gianni) che lasciarono un’impronta indelebile come eredità alle generazioni future e un profondo amore per la musica.

La nonna paterna Gingia, Luigia Fiorio, era “nata in Spagna, a Cordova, da una madre gitana che ballava il flamenco per i turisti e che le aveva insegnato da bambina i movimenti della celebre danza spagnola. A raccogliere i soldini erano i fratelli numerosi con i quali divideva un posto che chiamavano casa, una cava forse, un riparo dove dormire. La piccola Pilar Cantador (così si chiamava in origine la “Gingia”) a quattro anni ballava già benissimo e un giorno incantò un signore italiano: un avvocato genovese, che chiese alla sua mamma gitana di cedergli la figlia in adozione, promettendole di farle avere ogni comodità, ogni possibilità di studi e quant’altro. Ma a una condizione: sua madre non avrebbe mai dovuto cercarla, mai più, e alla bambina sarebbe stata raccontata un’altra verità sulle sue origini”. E questo è solo l’inizio… Per arrivare al matrimonio con il celebre tenore Gianni Masin Crovato e alla nascita dei figli, a cui vennero dati i nomi dei personaggi delle opere che interpretava al momento delle nascite.

La piccola Luciana è figlia di Marcella Salvadori e Raoul Masin Crovato; una giovane di buona famiglia, brava al pianoforte, molto bella lei e un musicista, affascinante, convinto antifascista, figlio del tenore e di una madre sopra le righe, lui.

(Raoul)Del protagonista degli Ugonotti, l’opera che in quel 21 dicembre 1896 suo padre cantava nel Teatro Regio di Parma, Raoul, oltre al nome, sembrava aver preso anche il carattere. Uomo bellissimo, alto, capelli e occhi neri, energico, aperto, ribelle nei confronti di imposizioni, regole, opportunismi, forte e coraggioso, rispose con durezza alla decisione della madre di allontanarlo da casa, su richiesta del nuovo marito. Aveva solo dodici anni, Raoul, e non poteva trovare altra sistemazione che in un collegio (per il quale il cavalier Formaro non intendeva spendere più di tanto). Dopo neanche due anni, fuggì dall’istituto per rifugiarsi presso un vecchio amico di famiglia, persona di grande caratura intellettuale, di grande onestà e fervente anarchico: tale avvocato Zan, noto a Venezia per le sue idee politiche sovversive.

La signorina Crovato, pag.24

Troppo giovane per andare a combattere, si arruolò tra gli Arditi, e partecipò alla spedizione dannunziana per liberare Fiume. Portò avanti gli studi musicali divenendo un musicista. Nel 1921 abbraccia la fede marxista, fu tra i fondatori del Partito comunista italiano. Nel 1924, fu vittima di una spedizione punitiva che lo lasciò quasi in fin di vita, per aver stigmatizzato pubblicamente il delitto Matteotti. Venne anche licenziato dal Comune, dove era impiegato come professore d’orchestra della banda cittadina. In seguito ad una soffiata, scampò l’ennesima spedizione punitiva nei suoi confronti e si imbarcò su un transatlantico lavorando come orchestrale. A seguito di pressioni degli squadristi veneziani, nel maggio 1930 venne sbarcato a forza e in seguito arrestato con l’accusa di propaganda antifascista. Quando chiese in sposa Marcella, la nonna Gina andò su tutte le furie. Ma Marcella era innamorata di Raoul…. Riuscirono a ottenere il placet dei genitori di Marcella (nonno Igino e nonna Gina) ma Raoul fu di nuovo arrestato, processato e condannato dai fascisti. Grazie all’intercessione della madre di Raoul, nonna Gingia che nel frattempo si era risposata e aveva aderito al fascismo, la condanna al confino venne tramutata in un anno di prigione da scontare a Venezia.

Dopo mille traversie si sposarono il 27 ottobre 1931. Il 2 ottobre 1932 nacque Luciana, nella casa dei nonni, in San Rocco dove i genitori erano andati ad abitare. Ci furono molte discussioni in famiglia per il battesimo della bimba, a cui Raoul era contrario essendo un convinto anticlericale, ma tutta la famiglia, compresa la moglie Marcella, ottennero di battezzarla, lui non fu però presente alla cerimonia. Quell’episodio insinuò una crepa ideologica tra i due sposi. Dopo tre anni, finalmente gli sposi lasciarono la casa dei nonni e si trasferiscono in un appartamento lì vicino.

Parallelamente alla storia dei genitori, Luciana racconta anche le vicende delle due zie, quello triste di Linda Masin Crovato e la storia della zia Elsa, sedotta e abbandonata, insieme alla figlioletta Mignon.

Seguono poi i ricordi di Luciana bimbetta che amava andare all’asilo, i film di Shirley Temple al cinema; come era moda in quel periodo, tutte le bambine venivano vestite e pettinate come la piccola diva, e così anche Luciana che avendo una naturale predisposizione per il canto e il ballo, iniziò ad esibirsi negli spettacoli pomeridiani per i bambini. Il 26 febbraio del 1936, nella notte, un violento incendio divampò nel cinema dove lavorava Raoul, che, nel tentativo di trarre in salvo delle persone, venne avvolto dalle fiamme, riportando ustioni gravissime. Trasportato in ospedale, in gravissime condizioni, il suo destino fu segnato per sempre. Marcella doveva rimanere ad assisterlo in ospedale, e Luciana venne affidata alla tata Lina che la portò con sé in campagna, a Maerne.

Iniziò un periodo piuttosto travagliato per la piccola Luciana, affidata a varie famiglie perché a casa sua nessuno può prendersi cura di lei. La piccola si sente sola e abbandonata da tutti, dubita che qualcuno della sua famiglia ancora le voglia bene e la voglia con sé. La zia Mary torna a prenderla in occasione del suo matrimonio e la riporta a Venezia per qualche giorno. In quell’occasione, oltre alla mamma, riesce a vedere il papà, in ospedale, una grande emozione per entrambi.

Passa il tempo e finalmente Luciana si ricongiunge alla sua in famiglia, trovando una bella sorpresa: è nato il fratellino Giorgio. Poi il rientro a scuola, la colonia estiva, la famiglia Szabados per cui la mamma lavora e che ospita a casa Luciana affinché faccia i compiti con le bambine di casa, di cui nel frattempo è diventata amica. Arrivata in quinta elementare si deve decidere come proseguire gli studi; Luciana vorrebbe fare il conservatorio, il papà vorrebbe che facesse il liceo classico ma la mamma, vista la difficile situazione economica familiare (il padre rimasto cieco dopo il rogo, non può più lavorare), vorrebbe che frequentasse l’avviamento commerciale: questo significherebbe potere trovare un impiego alla fine del corso, quando Luciana avrebbe compiuto i tredici anni.

Quando Luciana ricomincia la scuola, la guerra arriva anche a Venezia, con i primi pesanti bombardamenti che terrorizzano la città e i suoi abitanti. Le bambine Szabados si disinteressano al pianoforte quindi la mamma non va più a dare lezioni. Un bel giorno le danno il benservito e la mettono alla porta: il motivo, il fatto che mamma e papà, per arrotondare, nel fine settimana suonavano nelle orchestrine e le famiglie delle nuove compagne di scuole delle bambine Szabados ritenevano i Crovato gente non perbene. Licenziano la mamma anche dall’ufficio, annientando così tutte le entrate. Sono anni difficili, in cui il cibo scarseggia, la paura è tanta, specialmente in una famiglia che non si è allineata al pensiero comune…

Arriva l’8 settembre e tutto quello che ne consegue. Una sera i tedeschi entrano in casa a perquisire ma non trovano nulla. Poi i fatti prendono la piega che sappiamo, fino alla Liberazione. Luciana si diploma e trova anche un lavoro come impiegata.

Il dopoguerra non riserva alla famiglia di Luciana grandi novità: a mancare sono sempre i soldi, nonostante i lavoretti della mamma e di Luciana e l’aiuto dei nonni, la famiglia non riesce a tirare avanti. A Marcella viene proposto un ingaggio stagionale in Libano, sei mesi a lavorare in un hotel di lusso nell’orchestra, ben pagati ma lontani da casa. Date le gravi condizioni economiche non resta che accettare, anche se ciò comporta che Giorgio debba andare in collegio dai salesiani, triste e sconsolato, mentre papà Raoul, irriducibile anticlericale, la prende male.

Luciana continua la sua ricerca di un lavoro e finalmente – ora ha sedici anni – viene assunta, come sostituzione per due mesi, negli uffici della “Assicurazioni opere d’arte” della Biennale di Venezia come dattilografa e segretaria. È proprio in quell’ufficio che diventa “la signorina Crovato”.

Le opere spedite da e per la Biennale erano per la maggior parte quadri, ma anche sculture a volte molto ingombranti. Per qualche motivo, dopo la chiusura dell’esposizione, erano rimaste in deposito e dovevano tornare a privati o a musei di tutto il mondo. Molte erano stampe o incisioni, che bisognava proteggere con appositi contenitori di carta. Per ogni pezzo andava compilata una scheda, accompagnata dai documenti riguardanti l’autore: quelli dovevo ricopiarli io e inserirli nel contenitore. Alcune delle opere, per chissà quale motivo, dormivano da tempo nei depositi dei Giardini della Biennale: era lì che gli addetti del nostro ufficio andavano a prelevarle. Bisognava fare tutto alla svelta perché a giugno sarebbe iniziata la Biennale d’Arte, la seconda edizione dopo la pausa della guerra.

La signorina Crovato, pagg. 196/197

C’è tanto lavoro da fare e l’impiegata che Luciana sostituiva chiede il part-time: ecco che per la signorina Crovato si crea l’opportunità di continuare a lavorare lì, anche se mezza giornata. Finito però il lavoro, a malincuore viene lasciata a casa. Ma fortuna vuole che la Biennale ha ripreso la sua attività e Luciana viene richiamata dal signor Baradel che la presenta al responsabile delle vendite della Biennale, un gallerista milanese (commendator Gianferrari). Inizia così il suo primo lavoro presso l’istituzione ma non sarà l’ultimo…

La signorina Crovato è una storia avvolgente, scritta quasi come un diario con uno stile semplice, diretto e un po’ retrò, dalla voce di Luciana, che prima bimbetta poi adolescente, si trova ad affrontare mille difficoltà, ma che vive in un ambiente familiare in cui si cerca di tenere tutti uniti, anche quando le avversità sembrano avere il sopravvento, una famiglia in cui tutto ruota attorno a due parole chiave: amore e resilienza. Nel raccontare la sua storia, Luciana fornisce una chiave di lettura di quegli anni, dipingendo una Venezia ancora lontana dalle bolge turistiche, una città vera abitata da cittadini e declinata attraverso i loro mestieri, di come gli avvenimenti della Storia sono stati vissuti dalle persone, della loro quotidianità, di un lessico familiare come collante tra le persone. Uno specchio in cui i volti riflessi mantengono il sorriso, nonostante tutto, e una speranza, perché, come dice sempre nonno Iginio: “Domani è un altro giorno”.

Qui potete leggere l’incipit.

Il romanzo è il primo capitolo della vita di Luciana, che lasciamo sedicenne; ad esso fa seguito il secondo capitolo della sua personale storia familiare, Dentro la vita, che racconta gli anni della maturità e di cui vi parlo in questa recensione.

Photo credits: RaiNews

Nata a Venezia in una famiglia di musicisti, Luciana Boccardi ha lavorato per anni alla Biennale partecipando all’organizzazione dei più importanti festival di musica e teatro. Giornalista, studiosa di moda e di costume, è stata per decenni – ed è tuttora – la firma di riferimento per la moda de «Il Gazzettino».