Se solo sei mesi prima, quando era ancora a Lubiana ed era un’altra persona, uno studente di Accademia, il bassista e cantante di una band sconosciuta, qualcuno avesse detto che pochi mesi più tardi si sarebbe ritrovato con addosso un’uniforme militare della tribù X, a girovagare per una cittadina desolata dalla quale erano fuggiti tutti gli appartenenti alla tribù Y, sarebbe stato deriso. Ma ora era lì, ormai abituato a ogni cosa. Si era abituato all’appartenenza esclusiva alla tribù X, per cui automaticamente era diventato nemico degli appartenenti alle tribù Y e Z. Si era abituato all’uniforme, all’elmetto e al kalashnikov, ai villaggi e alle piccole città deserte che incontravano a ogni loro avanzata, si era abituato a non chiedere e a non riflettere sul perché si trovassero in quelle condizioni, abituati pure al bersaglio che sentiva sempre disegnato sulla propria fronte. (Pag. 64)

I sognatori di Lubiana, di Dino Bauk, Bottega Errante Editore 2021, traduzione di Michele Obit, pagg. 201

Uscito nel 2015, il romanzo di Dino Bauk – avvocato ed editorialista del settimanale “Mladina” – ha vinto il premio come miglior esordio alla Fiera del libro di Lubiana ed è anche stato tra i finalisti del Premio Kresnik.

La storia narrata si sviluppa tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso e viene presentata come una retrospettiva vista dai diversi punti vista dei personaggi, che si alternano nei capitoli. Le strade di Peter, Goran e Mary si sono incrociate nel 1989 legati dalla comune conoscenza di Denis, il personaggio centrale del romanzo. In quell’anno Denis è un adolescente appassionato di rock and roll, che suona la chitarra con Peter e Goran in una band di tre membri; si imbatte per caso in Mary quando si trovano sullo stesso autobus diretto dal Villaggio verso il centro di Lubiana. Mary è una mormone americana giunta in Slovenia per una missione di evangelizzazione. Denis la invita ad un concerto rock dove Mary rimane colpita dalla ragazza che stava alle tastiere; turbata, scappa dal concerto ma in seguito tra i due ragazzi si sviluppa una relazione che però, ad un certo punto, viene interrotta dalle assurde circostanze storiche legate ad un referendum che si svolse in quegli anni in Slovenia, e che decretò di fatto l’espulsione di migliaia di cittadini (ve ne avevo parlato in occasione della recensione del romanzo “I cancellati di Miha Mazzini). I ricordi di quegli anni che i personaggi conservano sono velati di nostalgia, avulsi dal contesto politico sociale turbolento di quel periodo; i ragazzi, come la maggior parte degli adolescenti, erano più interessati alla musica, alla loro band e agli amori. A posteriori, il ricordo più bruciante riguarda Denis che, espulso dalla Slovenia, allo scoppiare delle guerre balcaniche, si è ritrovato catapultato nel vortice bellico. E i loro legami, la loro storia comune, è come se fossero rimasti sospesi, inconclusi.

La narrazione, dopo l’inizio, fa un salto in avanti presentando Peter quando, ormai adulto, è diventato un burocrate, Goran un manager corrotto mentre Mary, eternamente in fuga, è stata appena lasciata dal suo compagno ma torna a ripercorrere il passato attraverso dei flash back che corrono in parallelo agli sviluppi della storia di Denis.

Svetlana Slapšak nella postfazione definisce il romanzo di Bauk “come un dropbox della memoria: l’autore con una password ha memorizzato un ricordo che supera la capacità dell’uso quotidiano e necessita una dimensione maggiore, in questo caso un genere letterario, uno stile e un intreccio che la memoria disciplina”.

Su questo tipo di narrazione devo dire che mi ha creato un po’ di confusione all’inizio, ma poi, una volta capito il meccanismo narrativo, ho ripreso il filo del discorso, aiutata dagli espedienti narrativi quali lettere, registrazioni, sms che vanno a colmare le lacune nella storia e forniscono i diversi punti di vista e registri dei personaggi.

Così come lo spartiacque nella vita di Denis – e di riflesso, dei suoi amici – è stata la cancellazione e il conseguente esilio, allo stesso modo questo elemento diviene la cifra stilistica della scrittura, abbandonando la traccia realistica che racconta fatti, persone, con dettagli, sviluppando dialoghi significativi, per intraprendere una via quasi sur-reale, una narrazione iperrealista per scene filmiche, dove i paesaggi e la colonna sonora rock riempiono gli occhi e la mente dello spettatore, annullando l’esigenza del particolare, del detto, toccando le corde dell’empatia. Resta in bocca quel sapore amaro del cosa avrebbe potuto essere la vita di quei ragazzi se la storia avesse preso una direzione diversa, o se loro avessero fatto scelte diverse: ma avrebbero potuto?

Il romanzo di Bauk mostra quanto siano fatali le conseguenze dei meccanismi burocratici sulle vite delle persone, su quanto assurda si mostri la faccia della storia quando impatta sui destini individuali, e lo fa anche attraverso lo stile, dinamico e non convenzionale, coerente con la filosofia del contenuto, determinando quindi un cifra coerente tra forma e contenuto.

Più vi scrivo, più arrabbiato mi sento. Forse è il momento di chiudere. Non so se mai spedirò questa lettera, ma scrivervi ha in qualche modo riaperto un contatto con voi. È una strana sensazione. Dolce e amara. Forse esiste un punto nello spazio e nel tempo nel quale torneremo a incontrarci, un punto in cui tutto ritornerà al suo posto, il punto del perfetto equilibrio. (Pag.192)

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.