Vi hanno cancellato dall’elenco. Non ci siete più. Dicono che non avete voluto la cittadinanza, che ci siete contro”. (..) Quanto tempo sarebbe passato prima che si rendessero conto che ci sono anche quelli che non possono chiamare la polizia, qualsiasi cosa loro succeda? A cui possono rubare la casa, che possono prendere a botte e violentare, e coloro che subiscono il torto non chiameranno mai i tutori dell’ordine, poiché la legge li ha esclusi? Che d’ora in avanti Zala e tutti quelli che si trovano nella sua situazione dipenderanno dalla gentilezza degli stranieri; da persone, come loro, senza il sostegno della giustizia e della coercizione statale. (pag. 165)

I cancellati, di Miha Mazzini, Bottega errante edizioni 2018, traduzione di Michele Obit

Proseguendo il mio programma di letture estive (lo trovate qui), vi parlo oggi del romanzo che ho appena terminato. Un romanzo davvero emozionante: un thriller psicologico, potrei dire, che si appoggia su un fatto storicamente accaduto, agli inizi degli anni Novanta, in Slovenia.

In postfazione, Lana Zdravković spiega bene il contesto in cui è maturato il fatto storico a cui si riferisce il romanzo. Una vera e propria “pulizia etnica amministrativa”, come è stata definita, ai danni di decine di migliaia di persone.

Nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (SFRJ) valeva il principio dell’unitarietà della cittadinanza federale e repubblicana. I cancellati, abitanti della Repubblica di Slovenia, sono persone che erano cittadini della SFRJ e che inoltre avevano la cittadinanza di una delle sue repubbliche.

Cittadini provenienti da Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Serbia, Macedonia e Montenegro si spostavano per motivi di lavoro o di studio e magari poi rimanevano a vivere in Slovenia. Quando, dopo la dissoluzione della federazione, la Slovenia dichiarò l’indipendenza, fu emanata una legge che obbligava queste persone a richiedere nuovamente la cittadinanza. Ma la legge fu poco divulgata, molte persone ne ignoravano l’esistenza e, tra coloro che ne furono a conoscenza e provarono a richiedere la cittadinanza, molti se la videro negare. Nel febbraio del 1992 il Ministero per gli Affari interni cancellò queste persone da tutti gli archivi amministrativi, cittadini che si videro così, all’improvviso, privati di tutti i diritti civili. Un atto deplorevole con l’unico scopo di sbarazzarsi di persone ritenute indesiderate, e di preservare una nazione “pulita”. Senza documenti validi era impossibile lavorare, studiare, essere curati in caso di malattia; ad alcune persone capitò che cittadini sloveni si impossessarono delle loro case (di proprietà) di fatto approfittando della loro incapacità di appellarsi alle autorità. Una situazione drammatica, che ebbe conseguenze devastanti per le persone, molte delle quali decisero di porre fine alla loro vita.

Mazzini prende spunto da questa cancellazione di massa, per imbastire la storia di Zala, scrivendo così un romanzo che è una testimonianza storica; a lettura finita, però, mi preme chiarire che non si tratta solo di questo – e sarebbe già molto. Il romanzo è molto bello a prescindere; la cancellazione potrebbe anche essere una finzione, un escamotage letterario per mettere in evidenza l’assurdità della burocrazia e delle tendenze xenofobe (purtroppo così attuali), e il romanzo non perderebbe nulla, anzi.

Ciò che lo rende speciale, è la resa del dramma psicologico della protagonista, le sue implicazioni emotive e reali, derivanti dalla situazione in cui viene a trovarsi; c’è un filo tesissimo che tiene in piedi la narrazione, la trepidazione di Zala la si riceve con forza, come uno schiaffo che ti stordisce.

Il romanzo inizia quando Zala si reca in clinica per partorire; è sola, non ha di fianco nessuno perché il padre del bambino è all’oscuro della sua nascita – lei non vuole fare sapere chi sia – e lei ha un rapporto difficile con i genitori. Ma, nonostante ciò, quello che più la rende felice è proprio questa nuova vita, il bambino che ora ha davanti a sé. Mentre le altre partorienti si accingono a lasciare l’ospedale per tornare a casa, lei scopre che i suoi dati non risultano nel computer, è come se il suo nome non esistesse più. E con esso, tutto ciò che la riguarda. Zala pensa si tratti di un banale bug amministrativo, un errore nel sistema; purtroppo, invece, dopo essersi recata all’anagrafe, scopre che lei non esiste più come cittadina slovena, è stata cancellata.

La clinica tiene praticamente in ostaggio il suo bambino, informandola che non essendo cittadina slovena dovrà pagarsi di tasca sua le spese mediche, e, alle sue rimostranze, si trova davanti un muro di gomma. Zala è cittadina slovena, sua madre è slovena, vive e lavora in Slovenia da sempre: perché ora tutto questo è come se non esistesse? La direttrice dell’ospedale, una megalomane, le paventa la possibilità di dare in adozione il bambino, gettandola nella disperazione.

Dopo una serie di inutili tentativi, Zala scopre che non è l’unica a trovarsi in questa situazione; si scopre fragile di fronte a un sistema statale che di fatto l’ha resa una rifugiata. L’ essere nata in Serbia, da padre serbo, anche se poi lei ha vissuto e lavorato in Slovenia, la nuova legge che scopre essere entrata in vigore, la rende una indesiderata da rispedire al suo paese, quello dove è nata. E dove, in quei mesi infuria una sanguinosa guerra.

Inizia per lei un incubo, una situazione paradossale che ha del kafkiano, ma contro la quale si ribella con tutte le sue forze; costretta quasi alla clandestinità, Zala mette in atto tutto quello che può per cercare di non perdere suo figlio, alternando momenti di scoramento ad altri in cui, più battagliera che mai, esplora ogni possibilità. Ma la burocrazia e la ventata xenofoba che attraversa il paese sono come un muro invalicabile, pervadono ogni ambiente: dagli uffici, ai media, alle forze dell’ordine, alle strade. Riuscirà ad affermare i suoi diritti? E potrà riavere il suo bambino?

Mentre seguiamo le vicende assurde che Zala si trova a vivere, entriamo anche nel suo passato, nei suoi ricordi di una vita vissuta in una famiglia in cui la figura autoritaria del padre ha spesso schiacciato quella della madre, una persona arrendevole e fatalista; c’erano stati duri scontri tra Zala e suo padre, durante l’adolescenza, quando il suo desiderio di libertà aveva dovuto spesso scontrarsi con l’intransigenza paterna, costringendola alla decisione di andarsene di casa. Un rapporto di attrazione e repulsione, che, mitigato dal passare del tempo su di loro, e dalle disillusioni, sembra potere assumere una nuova forma. Attraverso la figura del padre, Mazzini descrive l’attaccamento al passato, alla figura di Tito e agli ideali che hanno edificato la federazione; la convivenza e la mobilità interna tra le persone provenienti dalle repubbliche che costituivano la Jugoslavia, l’impostazione anticapitalista e socialista di un tenore di vita modesto ma ugualitario, il desiderio di ordine e integrità morale. Tutto quello che il presente ha ormai superato.

La guerra, dopo la morte di Tito, l’avevano annunciata già anni prima, evidentemente non ci aveva creduto nessuno. Per fortuna nemmeno l’esercito jugoslavo, quell’enorme colosso, come lo chiamava suo padre, che in Slovenia aveva più che altro scalpicciato, non sapendo che fare di sé. Si era inferocito solo a Vukovar ed era impazzito a Sarajevo, ma quelle per gli sloveni erano altre terre, per le quali non provavano alcun interesse. (pag. 217)

Dunque, un romanzo davvero rimarchevole, ben saldo nella costruzione narrativa, capace di coinvolgere il lettore e di emozionare. Un romanzo che riporta alla luce un passato che non si può cancellare ma al quale bisognerebbe guardare per non ripetere certi errori, un monito vieppiù incisivo e attuale.

Qui potete leggere l’incipit.