Dieci inverni, di Valerio Mieli, La Nave di Teseo 2026, pp. 224

A volte capita di tornare su una storia dopo molti anni e scoprire che ha ancora qualcosa da dirci. È quello che mi è successo ripensando a Dieci inverni di Valerio Mieli, che verrà ripubblicato il 24 aprile da La Nave di Teseo. Il romanzo era uscito originariamente per Rizzoli, ma questa nuova edizione è l’occasione perfetta per tornare su una storia che ha avuto una vita anche sullo schermo.

Ricordo infatti di aver visto anni fa il film omonimo, Dieci inverni, sempre diretto da Mieli, quando uscì nelle sale. Mi era rimasta impressa la sua atmosfera sospesa, il modo delicato con cui raccontava il tempo e i sentimenti, i volti dei due giovani protagonisti. Ritrovare oggi il romanzo significa tornare a quella stessa storia da una prospettiva più matura.

La vicenda di Dieci inverni di Valerio Mieli inizia nell’inverno del 1999, quando Camilla e Silvestro si incontrano per caso su un vaporetto a Venezia. Hanno diciotto anni, entrambi sono appena arrivati in città con una valigia e l’inizio della loro vita universitaria davanti. Quando il vaporetto attracca, lui decide quasi impulsivamente di seguirla tra le calli nebbiose della laguna. È un gesto semplice, quasi adolescenziale, ma segna l’inizio di un rapporto destinato a riapparire più volte nel corso degli anni. Questa scena iniziale è importante perché contiene già uno dei temi centrali del romanzo: l’idea che certi incontri avvengano per caso ma continuino poi a ripresentarsi nella vita dei personaggi.

Il romanzo procede poi per dieci episodi, uno per ogni inverno, che mostrano momenti diversi della vita dei due protagonisti. Non si tratta di una storia d’amore lineare: Camilla e Silvestro si avvicinano e si allontanano continuamente, diventano a volte amici, a volte quasi estranei, altre volte qualcosa di più. In alcuni momenti condividono la quotidianità, arrivando persino a vivere nella stessa casa; in altri si perdono di vista per anni.

Nel frattempo le loro vite cambiano. Camilla parte per Mosca per approfondire i suoi studi di slavistica e di teatro russo, mentre Silvestro rimane legato alla Venezia degli studenti e a una vita più incerta. I due si ritrovano in occasioni imprevedibili: a un matrimonio nella campagna russa, tra i mercati affollati di Venezia, o durante brevi visite che sembrano riaccendere un sentimento rimasto in sospeso.

Uno degli episodi più singolari della storia è proprio quando Camilla invita Silvestro in Russia. Lui parte per raggiungerla e finisce coinvolto in un matrimonio tradizionale russo, una scena quasi surreale che rompe la quiete veneziana degli altri capitoli. È uno dei momenti in cui la distanza tra i due appare più evidente: Camilla sembra proiettata verso un altrove, verso una vita diversa, mentre Silvestro resta legato ai luoghi e ai ricordi della loro storia.

Quello che emerge è una sorta di educazione sentimentale lunga dieci anni, dai diciotto ai ventotto: un amore che rimane a lungo “congelato”, continuamente rimandato per paura, caso o semplice immaturità. Solo col passare del tempo i due protagonisti imparano a riconoscere davvero ciò che li lega.

In questo senso la trama non segue il modello classico della storia d’amore lineare. Piuttosto racconta un sentimento che cresce lentamente, attraverso le esitazioni, gli errori e le occasioni mancate. Ogni inverno diventa una tappa, quasi una piccola sospensione del tempo in cui i protagonisti si ritrovano a fare i conti con ciò che sono diventati.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il modo in cui Valerio Mieli costruisce i suoi protagonisti.

Silvestro è probabilmente il personaggio più introspettivo dei due. È curioso, sensibile, incline alla riflessione, ma anche segnato da una certa indecisione. Spesso osserva ciò che gli accade intorno con attenzione quasi analitica, come se cercasse di capire il senso delle cose prima di agire. Questa attitudine lo rende affascinato da Camilla ma allo stesso tempo incapace, soprattutto all’inizio, di assumersi pienamente il rischio del rapporto. In molti momenti appare quasi spettatore della propria storia sentimentale.

Camilla, al contrario, ha una natura più irrequieta e dinamica. È attratta dalle esperienze nuove, dai viaggi, dallo studio delle lingue e delle culture straniere. La sua scelta di dedicarsi alla letteratura russa e di partire per Mosca riflette proprio questa apertura verso il mondo. Tuttavia la sua indipendenza non significa sicurezza emotiva: anche lei attraversa momenti di esitazione e distanza, che contribuiscono a rendere il rapporto con Silvestro intermittente e irrisolto.

Nel corso dei dieci anni raccontati dal romanzo, però, queste caratteristiche non restano immutate. La crescita dei personaggi consiste proprio nel progressivo riequilibrio tra queste due tendenze: Silvestro impara lentamente a prendere decisioni, mentre Camilla si confronta con il bisogno di stabilità e di continuità affettiva. Ed è proprio questo mutamento continuo a rendere il loro rapporto così complesso: ogni incontro avviene tra persone che, nel frattempo, sono diventate qualcun altro.

La storia è stata portata al cinema dallo stesso autore nel film Dieci inverni, con protagonisti Isabella Ragonese e Michele Riondino, arricchito dalla fotografia di Marco Onorato, dalla musica originale di Francesco de Luca e Alessandro Forti e da un cameo di Vinicio Capossela. Il film riesce a tradurre sul piano visivo quella stessa delicatezza narrativa che si ritrova nel libro. Quando lo vidi all’epoca della sua uscita, ciò che mi colpì maggiormente fu il ritmo del racconto: una narrazione fatta di pause, silenzi e piccoli momenti quotidiani.
Se nel romanzo possiamo entrare nei pensieri dei protagonisti, nel film sono soprattutto gli sguardi e i gesti a raccontare ciò che resta non detto.
Nel racconto Venezia non è soltanto uno sfondo. Gli inverni veneziani, con la nebbia sulla laguna e le calli quasi vuote, diventano parte della storia. In diversi momenti Camilla e Silvestro si ritrovano a camminare insieme nella città silenziosa, come se il tempo rallentasse.

credits: La Repubblica

Nel libro come nel film queste passeggiate invernali diventano una delle immagini più riconoscibili: una città sospesa, che riflette l’incertezza sentimentale dei due protagonisti.

Ciò che rende Dieci inverni una storia così particolare è anche lo stile di Valerio Mieli. La sua scrittura è misurata, attenta alle sfumature emotive, più interessata ai passaggi interiori che ai colpi di scena.
Mieli sembra osservare i suoi personaggi con uno sguardo paziente, lasciando che il tempo faccia emergere lentamente i loro sentimenti. È uno stile che privilegia l’attesa, i dettagli, le piccole trasformazioni. Anche per questo la storia di Camilla e Silvestro non appare mai come una semplice storia d’amore, ma piuttosto come un racconto sulla crescita, sulle possibilità della vita e sulle traiettorie imprevedibili delle relazioni.

Alla fine, sia nel libro sia nel film, ciò che rimane è la sensazione che il tempo sia il vero protagonista della storia. L’amore tra Camilla e Silvestro non esplode improvvisamente, ma prende forma lentamente, quasi contro la volontà dei personaggi stessi.

Forse è anche per questo che tornare oggi a Dieci inverni, grazie alla nuova edizione in uscita il 24 aprile per La Nave di Teseo, ha qualcosa di particolare. È l’occasione per rileggere una storia che parla proprio del tempo che passa e di come, a volte, certe relazioni trovino il loro significato solo con gli anni. Alcuni racconti non finiscono davvero: continuano a sedimentare, come gli inverni che danno il titolo al libro.