Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Corpi celesti

INCIPIT

MAYYA

Mayya, immersa nella sua macchina da cucire nera di marca Butterfly, era sommersa dalla passione. Una passione silenziosa, ma che ogni notte le squassava il corpo minuto assalendolo con ondate di pianto e di profondi sospiri. C’erano momenti in cui le pareva che la voglia di rivederlo l’avrebbe uccisa e allora, quando all’alba si prosternava per pregare, implorava: “Dio Onnipotente, Signore mio, voglio solo incontrarlo un’altra volta… Signore, Dio Onnipotente, non pretendo che si giri a guardarmi, voglio solo poterlo rivedere…” La madre era convinta che la taciturna e pallida Mayya pensasse solo ai suoi fili e alle sue stoffe, che del mondo esterno percepisse solo il rumore della macchina da cucire. E Mayya invece, mentre per tutta la giornata e anche parte della notte sedeva sulla sua seggiolina di legno davanti al piano di lavoro senza alzare quasi mai la testa se non per prendere le forbici o pescare un rocchetto dal cestino di plastica infilato nel cassetto a scomparsa, ascoltava tutte le voci del mondo e ne vedeva ogni colore. La madre provava una sorta di colpevole gratitudine per il poco appetito della figlia e dentro di sé si era sempre augurata che qualcuno in grado di apprezzare quella frugalità unita al talento sartoriale venisse a chiedere la sua mano. Ed eccolo, era arrivato.

Mayya stava in fondo al lungo androne, seduta sulla seggiolina di legno davanti alla macchina da cucire, quando sua madre le si avvicinò raggiante e le posò una mano sulla spalla: “Mayya, ragazza mia, il figlio del mercante Sulayman ti chiede in sposa!”. Mayya sentì un brivido attraversarle il corpo e la mano della madre farsi terribilmente pesante, le si seccò la gola e le parve di vedere che il filo da cucito le si attorcigliava attorno al collo come un cappio. Sua madre sorrise: “Pensavo fossi cresciuta abbastanza da non fare tanto la timida come una ragazzino”. Fine del discorso, nemmeno ci sarebbe più tornato sopra. La madre si buttò a capofitto nei preparativi: bisognava confezionare i vestiti, dosare le miscele di incenso, rivestire i cuscini e avvertire i parenti. Le sorelle non fecero commenti e il padre preferì delegare alla moglie l’intera faccenda. Alla fin fine, si trattava delle sue figlie e organizzare un matrimonio è cosa da donne.

Jokha Alharthi

Recensione

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