Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Dentro la vita

INCIPIT

UN MONDO NUOVO

Buona, era proprio buona la bistecca, anche se alle otto del mattino risultava un pasto inconsueto. Quando le assistenti dell’ambulatorio dove mi ero recata a donare il sangue, nell’Ospedale Civile di Venezia, mi dissero che potevo andare in mensa a farmi preparare la carne che veniva gentilmente offerta ai donatori, l’idea mi sembrò allettante e accettai. L’aria frizzante del mattino, scaldata appena dal sole di fine ottobre, contribuì a rimettermi in forze. Contenta di tutto e di me, mi avviai di buon passo verso l’atrio dell’ospedale – la cui imponenza ricordava i fasti della Serenissima, quando in quell’edificio sorgeva la famosa Scuola Grande di San Marco. Più che una scuola vera e propria, quel luogo era piuttosto un tempio dedicato alle arti, ai mestieri, alla cultura, agli incontri tra cittadini: proprio come la Biennale, l’ente prestigioso in cui, miracolosamente, ero stata assunta pochi giorni prima. Nei pressi dell’uscita in campo Santi Giovanni e Paolo c’era un tavolinetto con un registro per i visitatori. Dopo aver firmato, mi voltai per passare la penna a chi veniva dopo di me e mi trovai davanti l’ultima persona al mondo che avrei immaginato di incontrare. Era il mio medico di famiglia, il dottor Polo, che subito mi apostrofò con tono sospettoso: «Picola, cossa fastu qua?».
Provai imbarazzo a dir poco: era uno di quei casi in cui non resta che confessare e sperare di farla franca. «Sono venuta a dare il sangue», dissi, «e poi ho mangiato una bistecca».
«Tu sei semplicemente incosciente: io ti prescrivo le punture per l’anemia e tu senza dir niente a nessuno – e imbrogliando, perché non sei ancora maggiorenne – vieni a donare il sangue?».
«Era un patto con me stessa», dissi per giustificarmi, «e poi ho compiuto diciassette anni il 2 ottobre, quindi sono già nel diciottesimo anno. Non ho imbrogliato nessuno!».
«Sappi che se si dovesse ripetere lo dirò a tua mamma», mi rimbrottò il dottore. E poi si allontanò di corsa, lasciando sbattere la porta a vetri. Scesi gli scalini dirigendomi in fretta verso San Marco. Erano già le 8 e 35 e alle 9 dovevo essere al lavoro. Presi la strada per Santa Maria Formosa, poi campo della Guerra, Spadaria, San Marco e, dopo Bocca di Piazza, la calle del Ridotto, in fondo alla quale si apriva il grande portone di Ca’ Giustinian, sede stabile della Biennale. Il passo svelto non m’impedì di riflettere un poco su quel mio gesto incosciente, come l’aveva definito il dottor Polo, e soprattutto sulle sue ragioni. Si trattava di una specie di ex voto, offerto a chissà chi, per ricambiare il bene che avevo ricevuto. Era una consuetudine dovuta forse alle superstizioni di mia nonna Gina, che prima di andare a scuola mi appuntava sempre sulla maglietta della salute, ben nascosti, sacchetti e bustine pieni di sabbia (polvere magica di Santa Rita o Sant’Osvaldo, o qualche altro santo del paradiso). Io non ero né superstiziosa né religiosa e, come mio padre, mi ritenevo libera da ogni credo: ma quell’esigenza tornava a farsi viva ogni volta che mi succedeva qualcosa di bello. Sì, volevo restituire il bene, pur non credendo in Dio o nella Provvidenza. Dopotutto, la mia infanzia era stata segnata da un susseguirsi di eventi infausti, primo fra tutti l’incendio che aveva tolto la vista al mio papà; l’indigenza che ci aveva tormentato in quegli anni, costringendomi ad allontanarmi da casa, mi era sembrata un’ingiustizia inspiegabile. Ma ora che finalmente avevo trovato un lavoro – per giunta bellissimo – sentivo il bisogno di “restituire” quel favore alla vita.

Luciana Boccardi

Recensione

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